CHOP: a Seattle l’avanguardia del Black Lives Matter

A Seattle, stato americano di Washington, città cruciale perché sede di Microsoft, la creatura di Bill Gates, aspirante imperatore del pianeta, si sta svolgendo un esperimento, un esercizio rivoluzionario da osservare con attenzione. Un zona della città è stata “conquistata” dai manifestanti anti razzisti. La chiamano CHOP, (Capitol Hill Organized Protest). La zona è il simbolo concreto delle proteste organizzate contro il vigente ordine sociale dal movimento BLM (Black Lives Matter), diffusosi negli Stati Uniti e altrove con sospetta rapidità ed ampiezza. Sono antirazzisti, antifascisti, anticolonialisti, anti patriarcali, eccetera, eccetera. L’autodefinizione in senso strettamente negativo di CHOP rende particolarmente interessante codesto tentativo di costruzione capovolta, lo sforzo di realizzare più negazioni e nessuna affermazione. Edificano un paradiso di libertà negativa, “pacifico come un inferno”, nella descrizione di una manifestante entusiasta.

L’assemblea del CHOP ha decretato la propria emancipazione dagli Usa nel cuore stesso di Seattle: dichiarano reali i sogni, oltre il Sessantotto, quando si proclamò il potere della fantasia, che appartiene a uomini svegli.

Girano per le strade strani egolatri esaltati che confondono se stessi con il mondo e chiamano verità le loro paturnie. Egolatria: apoteosi di se stessi, questo nascondono malamente gli infatuati signori dell’anti potere neo-rivoluzionario. Credono di guardare il mondo mentre contemplano i loro pregiudizi e le loro superstizioni. Il sogno di una ragione senza discussione, l’illusione di un’uguaglianza astratta, la fantasia di identità provvisorie e capricciose a dimensione dei desideri, la vanità di miti elaborati da una modernità insuperbita, la divinizzazione della volontà, dei contenuti della coscienza che si pretende sovrana. Gente senza controparte: assoluti e innati, ingredienti di un pentolone bollente in cui convivono orti urbani per vegani e il sorriso al cristallo del rapper Raz Simone, i proclami pacifici con le armi in mano, l’immersione fluida nel genere umano con battaglie interminabili per rappresentare tutte le minoranze identificabili nel carnevale della trasgressione.

Come altri prima di loro, daranno per abolite le immagini del passato e getteranno al suolo tutte le statue. Gli artigiani senz’arte del mondo nuovo stanno ripetendo gesti vecchi e vecchie cose, poiché non sono capaci di inventarne di nuove. Dejà vu: è questo, forse, il dramma vero a cui assistiamo.

Torna in mente il lontano 1497, in cui il monaco Gerolamo Savonarola si era impadronito delle coscienze di moltissimi fiorentini, specialmente ricchi e potenti. Nominò re della città Gesù Cristo e ordinò di ammucchiare alla rinfusa nella piazza della Signoria ogni genere di oggetti ed articoli di lusso, inclusi libri, abiti, specchi e strumenti musicali. Tra i suoi seguaci, detti Piagnoni, c’era anche Sandro Bottticelli, il grande pittore della Venere e della Primavera, che dette alle fiamme diversi capolavori. Savonarola ordinò di bruciare tutto, atto noto come falò delle vanità. Cinque secoli dopo, “Il falò delle vanità” fu il titolo dato da Tom Wolfe al suo libro più famoso, la vita di Sherman Mc Coy, agente d’affari a Wall Street.

Vedendo come statue di Colombo, di generali sudisti e persino di Winston Churchill vengono abbattute o imbrattate in incendi savonaroliani, viene da riflettere sulleconseguenze di certi atti. Se cadono statue politicamente scorrette, forse sarebbe il caso, per coerenza e per spingere il vento rivoluzionario sino alle origini del male, di estendere il movimento a tutti i simboli della civiltà da abbattere. Proponiamo un vasto falò delle scorrettezze politiche che popolano la nostra quotidianità e colonizzano l’immaginario. D’altronde, per il solo fatto di trovarsi nello spazio pubblico, i monumenti e le statue hanno il fine di costituire un modello di comportamento. Piazza pulita, dunque, a cominciare dal mappamondo.

Gli Stati Uniti – caput mundi – dovrebbero cambiare nome e capitale, esattamente come lo Stato di Washington in cui avanza l’esperimento di Capitol Hill. George Washington fu proprietario di schiavi. Anche la Colombia dovrà rinunciare alla denominazione. Azzardiamo il nome precedente: Nuova Granada, che, per quanto coloniale e politicamente scorretto alla luce del falò della civiltà, lo è meno del nome nefando del marinaio genovese, sedicente scopritore del Nuovo Mondo. Per altrettanta coerenza, basta con il nome America (ecco perché deve cambiare l’acronimo USA!), risalente a Amerigo Vespucci, navigatore e geografo fiorentino, la cui opera facilitò l’arrivo dei pessimi europei sull’idilliaco e niente affatto sanguinario continente precolombiano. Ovviamente, ogni memoria del criminale genovese dovrà essere abolita, compresa la Columbia University, uno dei brodi di coltura dei Savonarola contemporanei. Dimenticavamo: anche l’università di Yale verrà ribattezzata (siamo incerti se possa utilizzarsi tale verbo, che richiama le radici cristiane…). Il suo primo finanziatore, ElihuYale, si arricchì con il traffico di schiavi.

Per giustizia, cambierà nome anche la Russia, il cui nome evoca l’antica Rus’, così chiamata nel ricordo di un’altra invasione, quella dei bellicosi vichinghi discesi dai freddi mari nordici, “gli uomini che remano”, Rus nell’idioma slavo dell’epoca. Non si salveranno la Francia e la Germania, i cui nomi rammentano le tribù barbare dei Franchi e dei Germani Alemanni, orde violente così scorrette che vollero soggiogare i pacifici cittadini dell’Impero Romano, interrompendo la “pax romana”. Parigi ricorda Paride, vile assassino di Achille, un tipaccio che si divertiva a rapire le mogli altrui provocando la guerra di Troia. Lutezia, antico nome del tempo di Asterix, va giàmeglio.

Roma stessa dovrà essere sottoposta a identico trattamento: nel falò anche il nome della Città Eterna. La fondò Romolo, un fratricida indegno. Identica sorte per la Romania, che dovrà tornare al nome primigenio di Dacia. In questo caso, giustizia doppia, poiché non si può onorare il nome degli invasori, discendenti dell’assassino di Remo. Tra uno “sbattezzo “e l’altro, qualcuno provveda ad abbattere la colonna traiana che commemora in pieno centro dell’ex Roma quella violenta invasione. Identica sorte tocchi al Colosseo, macabro teatro di lotte mortali tra schiavi e belve. Chissà come si potrà chiamare l’Europa, un nome diffuso nel medioevo dal Venerabile Beda, britannico, dunque complice delle invasioni dei suoi discendenti. Europa era la figlia del re fenicio Agenore, rapita, violentata e deportata a Creta da Zeus in persona, il redegli Dei. Certo, il continente non si potrà chiamare Cristianità, un altro dei suoi appellativi antichi, tanto politicamente e religiosamente scorretto.

L’Iran tornerà al nome di Persia, poiché non si può tollerare il riferimento alla terra degli Arii, o Ariani. Non creda la Cina di salvarsi: la moneta nazionale, lo yuan, coincide con il nome della selvaggia dinastia di conquistatori mongoli che misero a ferro e fuoco l’impero nel secolo XIV. La Spagna toglierà dal suo scudo la granata, segno della Riconquista dai mitissimi re arabi, il cui seguito fu la sottomissione delle Americhe. San Giorgio non sarà più patrono di nessuna città e simbolo di Genova. Fu un maltrattatore di animali che assassinò un drago inerme. Poiché occorre considerare le dimensioni metastoriche dei miti e tenere presente la proiezione transplanetaria della civiltà nascente, non chiameremo più Marte il pianeta rosso nostro vicino: è il nome del Dio della guerra. Coerentemente, martedì non si chiamerà più così, come giovedì, che ricorda Giove, un Dio violento, collerico, fondatore dell’eteropatriarcato, adultero compulsivo, che arrivò a uccidere suo padre. L’abolizione del giovedì precederà quella del sabato, dedicato a Saturno (saturday) un dio selvaggio che divorava i figli, evirò e uccise il padre.

Tolto di mezzo il mese di marzo, non si potrà che espungere dal calendario luglio e agosto, il cui richiamo a dittatori schiavisti e guerrafondai come Giulio Cesare e Ottaviano Augusto è intollerabile. Si potrebbe rimediare con l’esemplare coerenza palingenetica dei giacobini, che mutarono i nomi dei mesi: termidoro, brumaio, ventoso. L’unico dubbio riguarda la ghigliottina: i rivoluzionari francesi erano anch’essi- ahimè- efferati assassini, sia pure a fin di bene, per edificare un mondo nuovo. Lasciamo la decisione alla saggezza di Capitol Hill, Seattle. Abbiamo fatto trenta, facciamo trentuno abolendo senz’altro il calendario, che porta il nome di un papa, Gregorio. Per di più, divide il tempo in maniera arbitraria, con un inizio divisivo, niente affatto integratore, la nascita di Cristo. Bisognerà convincere i mussulmani, che, beati loro, non hanno sensi di colpa, per i quali il tempo storico parte dall’Egira, l’esodo dalla Mecca a Medina di Maometto e dei suoi seguaci.

L’umile consiglio ai rifondatori del mondo di Seattle e dintorni è di ripartire da zero. La nuova datazione, la linea di partenza sia l’ex 2020, anno glorioso del virus, delle maschere, del distanziamento sociale e della presa di coscienza etnica. Il rito di ogni capodanno, prima dei festeggiamenti, consisterà nella genuflessione rituale di massa inaugurata da Black LivesMatter, la cui pioniera italiana è Laura Boldrini, cui potrebbe essere intitolata la capitale d’Italia. Ci correggiamo: è ancora più inclusivo un calendario che faccia risalire l’umanità unica e fraterna all’antenata australopiteca Lucy, i cui resti, rinvenuti secondo l’antica datazione nel 1974, furono chiamati così in onore di una canzone dei Beatles. Saranno immediatamente abrogati gli inutili inni nazionali, sostituti, per armonia e universalità, con Imagine di John Lennon, che dei Beatles fu componente.

Resta un dubbio tecnologico: si potrà continuare a parlare di robot, giacché in lingua ceca significa lavoro

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Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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