Come speculare sull’emergenza: l’affare della didattica online

Non vi è stato un evento traumatico nella storia della civiltà europea ed occidentale moderna e contemporanea dal quale il capitalismo “apolide” , soprattutto quello a base finanziaria, non abbia ricavato profitti e vantaggi a dismisura. Anche la fase drammatica che si sta vivendo in Europa, per l’emergenza Coronavirus, presenta una sorta di fenomenologia di questo tipo.

Il mondo dell’industria e del “capitalismo digitale” (da Google a Microsoft, da Amazon ad Apple, da Facebook ad Hawei) si è buttato a capofitto sulla “preda” sfruttando il bisogno oggettivo di relazioni in una civiltà nella quale, ad opera del rischio contagio, la relazione è stata proibita e bandita. Di qui la “didattica a distanza”, la “socialità virtuale” che si sostituisce ancora più integralmente alla socialità reale e concreta, l’attività politica che abbandona definitivamente le piazze e si concentra sui social e persino la celebrazione dell’Eucarestia e dei riti sacri che sono vissuti (si fa per dire) “virtualmente”.

Questo sedicente “capitalismo moderno” però non perde tutti i vizi del suo antenato ottocentesco. Come nell’epoca vittoriana i “capitani d’industria”, motivati dalla loro formazione puritana, accostavano al loro cinismo, nello sfruttare il lavoro minorile e femminile per 12-14 ore al giorno, il paternalistico filantropismo; così oggi Google, Microsoft, Hawei ed altri si sbracciano ad offrire gratuitamente alla scuola, al mondo del lavoro e all’amministrazione pubblica piattaforme digitali gratuite per la “didattica a distanza” oppure per il “lavoro agile”. In realtà si tratta per loro di un’opportunità più che ghiotta per farsi pubblicità a basso costo, insomma un’occasione unica per un megaspot a sostegno delle loro produzioni e per imprimere al mondo della scuola e al mondo del lavoro un’accelerazione esponenziale verso l’utilizzo esclusivo del digitale, approfittando della sperimentazione “in vivo” resa possibile dalla diffusione della pandemia.

Attenzione però, questa trasformazione non sarà priva di costi sociali; da tutti i punti di vista. Dal punto di vista del lavoro, lo “smart working” implicherà un costo del lavoro ancora più ridotto e ulteriori tagli e riduzioni di posti di lavoro. Dal punto di vista dell’istruzione vi è la possibilità di creare un sistema d’istruzione binario: quello riservato ai ricchi con i docenti in presenza e in aule reali, magari con il ritorno all’educazione aristocratica fatta con “novelli precettori” (come mai Bill Gates manda i suoi figli in scuole “no-smartphone” e “no tablet”? Pare che la stessa cosa facesse Steve Jobs) in parallelo quello riservato ai “poveri” con un computer centralizzato che “istruisce” il popolo senza aule, senza docenti e senza libri come una sorta di orwelliano telescreen.

Per questo secondo “binario” di “utenti” si aggiungerebbe al danno la beffa poiché l’uso esclusivo della “didattica a distanza” (già in sperimentazione nella banlieue parigina) e quindi di tablet, pc, internet, LIM (lavagna interattiva multimediale), rischia di compromettere proprio il quadro “antropologico” delle nuove generazioni con un incontrollato aumento dell’alienazione e della perdita del “senso della realtà”.

Non sono catastrofismi. Bruno Patino, direttore della Scuola di Giornalismo “Sciences Po” di Parigi ha di recente pubblicato un saggio dal titolo “La civiltà del pesce rosso – Piccolo trattato sul mercato dell’attenzione” (Ed. Grasset) in cui denuncia, pur venendo dal mondo digitale, che “siamo diventati schiavi del dio-connessione e che la nostra attenzione produce sì ricchezza ma solo per Google. A noi umani riserva solo patologie più o meno gravi, al punto che i Millennial, la generazione prima della vostra, ha un tempo di attenzione-concentrazione  di nove secondi. Un secondo in più dei pesci rossi (sic!). Così abbiamo permesso che Silicon Valley riducesse i nostri giovani.”

Verrà indebolito anche l’argine della religione che, con la parificazione tra rito reale e rito virtuale, vedrà le chiese ancora più spopolate e, soprattutto, la fede ridotta ad un fatto individuale (come nel Protestantesimo capitalista) e perciò ininfluente come meccanismo di protezione spirituale e psicologica rispetto a questi processi.

Attenzione, ai tempi di Renzi (2014-2016) si era calcolato che l’intera digitalizzazione della pubblica amministrazione in Italia costituiva un affare da 20 miliardi di euro; una somma che fa gola a questo capitalismo dal volto nuovo e apparentemente buono,  ma dal duro cuore di ghiaccio come quello antico.

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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