Contrordine: Draghi non è più buono. Meglio Colao. Ma il regista è Prodi

Povero Giuseppi. Neanche il tempo di scongiurare il pericolo di un governo Draghi per la “Fase 2”, e già un altro incubo viene a turbare le sue notti: quello di un governo “tecnico” affidato a Vittorio Colao, il manager che lo stesso premier aveva incaricato – non più tardi di quindici giorni fa – di presiedere una delle tante task force dai tratti piuttosto fumosi.

Una cosa è certa: nessuno sembra prendere più sul serio l’avvocato Conte, nessuno appare disposto a lasciare a lui e a Rocco Casalino le redini del governo per quando si dovranno affrontare problemi infinitamente più complessi di quelli odierni. L’azzimato “avvocato del popolo” ha fatto comodo come strumento per mettere insieme una qualche maggioranza che scongiurasse le elezioni anticipate, la vittoria immediata del fronte sovranista e – ultimo non ultimo – la vittoria delle destre anche alle presidenziali del 2022. Sono serviti, in questa fase, il suo sapersi adattare ai più spericolati cambi di maggioranza e la sua capacità di ricercare le più ardite soluzioni di compromesso, di conciliare capra e cavoli, il diavolo e l’acquasanta. Ma, malgrado lui si creda Napoleone, nessuno di quelli che contano è disposto a seguirlo fino a Waterloo.

E allora ecco spuntare nuovamente il nome di Draghi, ed ecco i grandi organi d’informazione (e i potentati che li posseggono) lanciarsi a corpo morto in una sperticata campagna di beatificazione dell’ex governatore della BCE, indicato all’opinione pubblica italiana come un nuovo “uomo della provvidenza”, come l’unico elemento in grado di tirarci fuori dai guai.

A un certo punto – nella prima settimana di aprile – l’operazione Draghi sembrava cosa fatta. Nei corridoi dei palazzi romani si sussurrava che a muoversi in quella direzione sarebbe stato addirittura lo stesso Mattarella, forse anche lui stufo dell’esasperato protagonismo del Presidente del Consiglio, delle troppe conferenze-stampa convocate all’ora dei telegiornali, degli innumerevoli DPCM (Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri) con cui Giuseppi ha gestito monocraticamente l’emergenza sanitaria. Peraltro – sia detto per inciso – fior di giuristi (valga per tutti il nome di Sabino Cassese, presidente emerito della Corte Costituzionale) hanno sollevato più di un dubbio sulla legittimità del modo di procedere di Conte, considerato assai poco attento ai poteri e alle prerogative del Parlamento, del Ministro della Salute e dello stesso Presidente della Repubblica.

Forse non è stato un caso che, proprio in quei giorni, Giuseppi II abbia chiesto udienza al Papa. In fondo – stando almeno a certe voci di corridoio – il vero ambiente di riferimento dell’ex avvocato del popolo non sarebbero i Cinquestelle e neppure il PD (malgrado lo spericolato endorsement di Zingaretti), ma proprio la Santa Sede. Sarebbe stata la Segreteria di Stato vaticana – giura qualcuno – a favorire l’elezione dell’illustre sconosciuto Giuseppe Conte alla guida del governo giallo-verde nel 2018 e poi di quello giallo-rosso nel 2019.

Sia stato come sia stato, comunque, io non escluderei affatto che, nei giorni del Draghi über alles, il povero Giuseppi sia andato a chiedere protezione oltretevere. Bergoglio – si dice – ha un ascendente particolare su Mattarella.

Pur se così fosse effettivamente stato, comunque, non credo che a determinare l’affievolirsi e poi il definitivo tramonto dell’operazione Draghi sia stata l’ipotetica connessione bergogliano-mattarelliana, bensì – del tutto inconsapevolmente – lo stesso Mario Draghi.

Mi spiego. L’obiettivo finale di Sir Drake – ne sono tutti convinti – non sarebbe la Presidenza del Consiglio, ma la Presidenza della Repubblica. In tale prospettiva, la guida del governo della “Fase 2” sarebbe servita soltanto a preparare il terreno per il grande balzo del 2022. Draghi aveva cominciato a muoversi abbastanza bene in vista di un governo di “unità nazionale”; aveva anche aperto abilmente ai suoi avversari sovranisti, con la nota intervista al “Financial Times”.

Se nonché, quello del 2022 – stando sempre ai si dice – sarebbe anche il sogno proibito di Romano Prodi, capo indiscusso del più potente degli ambienti della sinistra italiana, quello di una destra economica di fatto che detta la linea alla sinistra ufficiale: euro-oltranzismo, privatizzazioni, riforme “strutturali”, eccetera.

Ecco, dunque, che negli ambienti “che contano” qualcuno ha cominciato a fare le pulci alla candidatura Draghi ed all’ipotesi di un governo di “unità nazionale”: pericoloso – si sussurra in certe stanze romane – sostituire l’attuale maggioranza giallo-rossa con una più ampia maggioranza di nuovo conio, che potrebbe implodere da un momento all’altro e ricacciare i grillini nelle braccia della Lega.

Meglio, dunque – continuano i sussurri – puntare a mantenere l’attuale quadro politico anche nel dopo-Conte. L’uomo giusto per questa operazione, naturalmente, non potrà essere Mario Draghi. Su chi puntare, allora, per un governo “tecnico” che non metta in pericolo i futuri assetti quirinalizi?

Ecco, a questo punto, spuntare il nome di Vittorio Colao, manager – secondo alcuni – “dalle indubbie capacità”, appena nominato alla guida dell’ennesimo comitato tecnico (in totale sono ben 15, forti di 450 “esperti”) che dovrebbe aiutare il governo a varare la “Fase 2”.

Altri, tuttavia, non sono del tutto concordi sulle indubbie capacità. Per esempio, il temutissimo Luigi Bisignani così si esprime sul quotidiano romano “Il Tempo”: «Primo della classe, tanto puntiglioso quanto poco creativo, Colao è solo la contromossa di un gruppo di potere per cercare di rendere più difficile la corsa per Palazzo Chigi di Mario Draghi; dove, peraltro, quest’ultimo non pensa proprio di andare, puntando direttamente al Quirinale. Ma, a parte la narrazione entusiastica, chi sono gli sponsor e cosa faceva il super manager [Colao] a Londra dopo che, in anticipo e certamente non per sua volontà, bensì per i non brillanti risultati, aveva lasciato Vodafone? Fondamentalmente andava in bicicletta per le campagne e si annoiava, il fondo General Atlantic non riusciva a sfamare il suo ego, convinto com’è di essere il nuovo Marchionne, del quale non ha mai dimostrato né la statura internazionale, né la necessaria conoscenza di un sistema complesso come quello italiano. A spingerlo nelle braccia di Mattarella, prima in funzione anti Conte e poi anti Draghi, è stata una manovra accerchiante che politicamente ha due nomi, Enrico Letta e Paolo Gentiloni, con l’appoggio di tutto un mondo cattolico, tra cui spiccano Massimo Tononi, ex presidente di Cassa Depositi e Prestiti, Romano Prodi, i soliti Guzzetti e Bazoli e i consulenti di McKinsey che l’ha sempre sponsorizzato e che ora lui “ricambia”, con forza, in ogni dove.»

A voler dar retta a Bisignani, dunque, una eventuale premiership di Vittorio Colao (che i buontemponi già chiamano Colao Meravigliao) non sarebbe poi una soluzione così brillante come si vuol far credere. A meno che il suo compito non sia soltanto quello di evitare consultazioni anticipate e di assicurare uno svolgimento “normale” delle prossime elezioni presidenziali. Purtroppo, però, prima di arrivare a scegliere il successore di Sergio Mattarella ci sarà da assicurare la sopravvivenza dell’Italia alla crisi post-Coronavirus ed all’attacco frontale che – Mes o non Mes – nei prossimi mesi sarà mosso al nostro assetto economico da una Unione Europea che è ormai soltanto il paravento del Quarto Reich di madame Merkel.

Speriamo bene.

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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