Coronavirus: l’8 marzo 2020 come l’8 settembre 1943

Un 8 marzo 2020 che somiglia all’8 settembre del 1943. Nella notte che ha preceduto questa giornata abbiamo toccato forse il punto più buio nella travagliata vita delle nostre istituzioni repubblicane.

Un Consiglio dei ministri che si riunisce nella serata precedente per provare a fare un gesto di forza contro il crescente diffondersi del Coronavirus: emanare uno dei decreti più drastici della storia repubblicana che giunge ad isolare la regione più ricca e un quarto dei cittadini nella nostra Italia. Un Decreto che scotta e che dovrebbe essere diffuso solo dopo aver messo in atto tutte le azioni propedeutiche alla sua vigenza.

E, invece, la bozza di questo decreto prima ancora di essere firmato viene diffusa dai media, gettando nel panico tutti coloro che temevano di rimanere intrappolati nelle provincie colpite. Nella principale stazione del Nord, in Centrale a Milano, i treni vengono presi d’assalto e partono stracarichi di persone accalcate una sopra l’altra (alla faccia delle distanze di sicurezza), per poi essere fermati durante il tragitto. Ma non sappiamo quante automobili si sono allontanate nella notte dalle zone che dovevano essere isolate, portando così il rischio-contagio in tutte le parti d’Italia. Nel frattempo i Governatori delle Regioni colpite fanno sapere di non essere d’accordo con la bozza predisposta dal Governo, definita da loro addirittura incomprensibile.

Alle 2 di notte un immancabilmente azzimato Giuseppe Conte, appare in diretta televisiva non per porre rimedio a questa situazione, ma solo per far capire tra le righe che sono state le Regioni a diffondere il testo del decreto, che poi alla fine viene firmato e reso esecutivo solo alcune ore dopo e senza neppure aver trovato una vera intesa con le istituzioni territoriali. Nel frattempo si apprende che, dopo il Governatore della Lombardia, anche quello del Lazio, nonché Segretario di uno dei principali partiti politici, e quello del Piemonte sono stati contagiati, insieme a Prefetti, Questori, Sindaci e Assessori. Insomma un apparato pubblico che non riesce a salvare dal contagio neppure i suoi vertici istituzionali (figuriamoci i semplici cittadini).

Come è potuto accadere tutto questo? E, ancora, perché ci siamo ritrovati impreparati, in termini di strutture sanitarie e di apparati di emergenza, di fronte a questa epidemia? Al punto da apparire, noi Italiani più ancora dei Cinesi, gli “untori” del mondo globalizzato, i principali responsabili della diffusione del Coronavirus in ogni parte del Pianeta?

Le radici di questa situazione sono lontane e affondano nelle tante follie ideologiche con cui la nostra Nazione è stata trascinata nell’era della globalizzazione.

Innanzitutto la demonizzazione della spesa pubblica, additata come causa di tutti i mali economici italiani. Non solo gli sprechi (veri e presunti), non solo la corruzione (elevata a sistema), ma la spesa pubblica in quanto tale, spia di uno Stato che resiste a diventare “minimo” come il neo-liberismo impone. E invece la spesa pubblica fa crescere il Pil, è uno strumento necessario per uscire dalle crisi economiche, ma è soprattutto una condizione indispensabile per la nostra civile convivenza. Non solo la spesa “per investimenti” ma l’ancora più demonizzata “spesa pubblica corrente” che, se ancora non si è capito, sono stipendi per medici e infermieri, benzina per le volanti e le autoambulanze, manutenzione per le infrastrutture, scorte di medicinali e strumenti sanitari, efficientamento degli apparati burocratici che devono gestire gli appalti delle infrastrutture e anche combattere sprechi e corruzione.

Così in nome del taglio della spesa abbiamo smantellato la sanità pubblica, non più in grado di affrontare emergenze virali come quella che stiamo vivendo, abbiamo azzerato la Protezione civile (vi ricordate la mia polemica sulla Protezione civile, liquidata dopo Bertolaso, quando fummo lasciati soli ad affrontare l’emergenza neve a Roma?), abbiamo debilitato le Forze dell’Ordine e ogni apparato statale. Invece di investire e di spendere per superare i mali dell’apparato statale, abbiamo deciso di infierire nella sua devastazione.

Poi la “devoluzione”: siccome lo Stato è il demonio, allora bisognava devolvere sempre più poteri a Regioni e Comuni, salvo poi scoprire che abbiamo creato una “Torre di Babele” dove non c’è più una linea di comando e di comunicazione istituzionale. E dato che lo Stato è stata l’istituzione più smantellata, sempre più spesso accade che le istituzioni centrali fanno figure peggiori rispetto a quelle territoriali.

Ma vogliamo parlare della tanto esaltata Unione Europea? Non ha fatto nulla per fronteggiare l’emergenza, né tantomeno per aiutarci come paese membro più colpito, in compenso si è degnata di allentare un poco i vincoli economici dell’Euro ma solo in cambio della nostra condiscendenza rispetto alla devastante riforma del Fondo Salva-stati. È questa l’Europa che ci dovrebbe salvare?

Ancora, i “confini”: nella follia globalista contro ogni forma di sovranità nazionale, i confini sono diventati il simbolo del male, della chiusura e dell’egoismo. Così, quando questi servono anche solo per arrestare un contagio, si esita a ripristinarli, non si sa neppure come farlo (esempio: si bloccano le tratte aeree diretta dalla Cina e si lasciano aperte quelle con scali intermedi) e tanti cittadini reagiscono insofferenti a queste chiusure.

Infine la “classe dirigente” e le sue “prerogative”: dato che ci sono stati (e sempre ci saranno) abusi e corruzione, allora non si combattono le degenerazioni ma si vogliono abolire tutte le prerogative necessarie ad esercitare le funzioni di comando. Così abbiamo una classe dirigente politica che, nel momento dell’emergenza, invece di essere al massimo della propria efficienza, viene falcidiata dal contagio.

Poiché spesso nel passato la “classe dirigente” non è stata all’altezza del compito, si è pensato che “uno vale uno” e che non fosse necessario avere élite in grado di comandare, ma solo persone qualsiasi che si trovano temporaneamente nei posti di comando, o che comunque devono sempre mimetizzarsi come cittadini qualunque. Così abbiamo un ministro degli Esteri come Di Maio che non sa neppure pronunciare la parola “virus” (figuriamoci combatterlo) e il Segretario del Partito Democratico che si contagia perché vuole mostrarsi a Milano a bere un aperitivo in comitiva.

Ne usciremo, come siamo usciti dall’8 settembre 1943, ma ricordiamoci queste giornate e le lezioni che ci hanno dato.

Nell’epoca della globalizzazione – della società aperta a tutte le opportunità ma anche a tutti i pericoli del mondo – non serve meno Stato, serve più Stato, efficiente e democraticamente sovrano, nei confronti sia degli enti territoriali che dell’Unione Europea; non serve meno spesa pubblica, ma più spesa pubblica rigorosa ed efficiente; non bisogna abolire i confini, ma averne maggiore padronanza di fronte al transito delle persone, dei capitali e delle merci; non si devono azzerare le classi dirigenti o camuffarle demagogicamente, ma bisogna renderle sempre più legittime nei meriti, nei valori e nella sovranità democratica.

Quando una nave è tranquilla in secca, può anche permettersi di avere falle nel suo scafo, buchi sulle sue vele e rotture nel suo timone. Quando invece è nel mare in tempesta deve essere salda nei suoi strumenti, sigillata nel suo scafo, efficiente nella sua manovra.

La globalizzazione è un mare in tempesta (non c’era bisogno del Coronavirus per scoprirlo), la nostra Italia è una nave in questo mare, vogliamo metterla in condizione di navigare?

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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