Declino e collasso della sanità italiana

L’emergenza “coronavirus” ha portato al collasso il nostro sistema sanitario come si è drammaticamente reso evidente in queste settimane. Ma questo non è che il punto più basso di una curva che ha iniziato il suo andamento  declinante sin dal 2011, per quel che concerne gli aspetti finanziari, e da tempi più remoti per quel che riguarda la carenza  di risorse umane e professionali.

Snocciolare qualche dato ci servirà a minimamente documentare queste affermazioni. Dal 2011 al 2015 (Governo Monti, Governo Letta e uno scampolo del governo Renzi) si sono operati tagli per ben 25 miliardi di euro. Dal 2015 al 2019 (Governo Renzi, Governo Gentiloni ed uno scampolo di governo gialloverde) sono stati tagliati altri 12 miliardi per una somma complessiva di 37 miliardi.

Il numero chiuso per l’accesso alla facoltà di medicina, oramai rigidamente applicato da decenni, e il numero chiuso per gran parte dei corsi di “Scienze Infermieristiche” ci porterà nel 2025 ad avere 15.000 medici e 50.000 infermieri in meno rispetto al fabbisogno. Ad oggi sarebbero operanti 8.000 medici in meno rispetto al necessario.

È chiaro che le conseguenze di queste politiche sanitarie non potevano che essere quelle del collasso alla prima emergenza vera come quella che stiamo vivendo in queste settimane. Drammatiche le parole dell’ex Ministro della Salute Girolamo Sirchia: “La cattiva politica ha ammazzato la sanità pubblica. Al Ministero io arrivavo dagli ospedali e conoscevo la vita e la sofferenza. Purtroppo negli ultimi anni abbiamo subito l’influenza negativa di alcuni economisti, intelligenze importanti ma pericolose: vivono di slogan e formule ma sono lontani dalla realtà e dalla società.”

Alla gente e agli italiani che vedevano letteralmente sparire servizi sanitari che prima c’erano o che vedevano chiudere ospedali e reparti si raccontava la “storiella” secondo cui “era inutile tenere due ospedali o reparti carenti in piedi, sarebbe stato meglio chiuderne uno e qualificare e migliorare l’altro”. Si parlava di riqualificazione della spesa sanitaria, di rafforzamento dei presidi di prevenzione (i distretti) e di rafforzamento delle urgenze, cioè delle terapie intensive, degli UTIC e di quelle terapie preposte a salvare una vita in pericolo. Nessuno nega che ci siano stati sprechi e spese clientelari che hanno reso possibile un’accettazione acritica di questa tesi e facilitato i tagli lineari che invece si sono operati.

Questa “storiella” si è dimostrata un vero e proprio alibi per scellerate politiche di tagli indiscriminati in un settore che, forse, avrebbe meritato la precisione e l’accuratezza di un fine chirurgo e di un ottimo riabilitatore. La situazione di collasso però è ancora più grave poiché, quand’anche avessimo le strutture e le attrezzature, ci mancano le risorse professionali ed umane sicché, con l’emergenza in atto, si è dovuti ricorrere a medici cubani, cinesi e russi; l’Italia, che sino a ieri addirittura pensava di esportare medici ed infermieri all’estero solo per il fatto che  alcune decine di giovani medici ed infermieri italiani avevano deciso di esercitare in Germania o in Inghilterra.

Non si vuol riprendere il concetto marinettiano della “guerra igiene del mondo” ma se è vero che quella dell’emergenza sanitaria  è una guerra, l’impatto crudo e duro con la realtà concreta che essa ha comportato forse ci tornerà utile per cambiare direzione ed invertire la rotta.

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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