“Decreto Rilancio” del Governo Conte: non un aiuto ma una mazzata per l’Italia

Una manovra di 155 miliardi, di cui 55 in deficit, è la base finanziaria del “decreto Rilancio” partorito finalmente dal Governo Conte. Tralasciamo tutti i commenti sul tempo perso, sui continui rinvii generati dalle liti all’interno della maggioranza e dalla incompetenza dei vertici ministeriali.

Andiamo al sodo: ci salverà questo decreto? Questo sforzo economico sarà sufficiente, o almeno contribuirà significativamente, alla ripresa della nostra economia dopo l’emergenza del Coronavirus?

La risposta non solo è no, è peggio. Questo decreto rischia di essere la mazzata finale sulla nostra economia e sulla nostra finanza. Non è la posizione precostituita di chi sta ferocemente all’opposizione di questo Governo, magari fosse così.

È la realtà, per almeno tre motivi.

Primo: è un provvedimento limitato. Basta confrontare le risorse messe in campo dal Governo italiano con quelle di altri governi di paesi europei che hanno subito meno di noi la devastazione della pandemia: oltre 820 miliardi dalla Germania, 300 dalla Francia. E i provvedimenti limitati bruciano risorse senza riaccendere il motore della ripresa economica.

Secondo: è confuso e frammentario, e quindi genererà altri ritardi. Le misure contenute nelle 495 pagine (e 256 articoli) del decreto sono troppe e dispersive: cercano – come al solito, peggio del solito – di accontentare tutte le richieste, fino la bonus sui monopattini e la sanatoria degli immigrati che ha fatto piangere la Bellanova. Con il risultato non solo di disperdere le energie , ma di renderle più facilmente preda della burocrazia: più sono le linee di finanziamento e di sussidio, più sono le procedure da costruire, gli apparati pubblici da mobilitare e le informazioni da dare ai cittadini. C’è quindi la certezza che i soldi arriveranno tardi e che le famiglie e le imprese faticheranno ancora di più per ottenerli.

Terzo: non è dato sapere dove si troveranno i 55 miliardi in deficit della manovra. Per i non esperti precisiamo che – da quanto ha comunicato il Governo – dei 155 miliardi complessivi ci sono coperture (cioè risorse disponibili) solo per 100 miliardi, il resto si deve trovare facendo nuovo debito pubblico. Sia chiaro: questo lo sottolineiamo senza nessuna concessione ai rigoristi esaltatori del “pareggio di bilancio”. A nostro avviso si doveva spendere molto di più, facendo ancora più debito pubblico. Il problema non è il quanto, ma il come: dove si trovano questi soldi? Non è dato saperlo, almeno per ora.

E questo fa sorgere una grande paura. Fino ad ora il Ministro Gualtieri, per oscuri motivi (probabilmente per sudditanza culturale e politica nei confronti di Bruxelles) non ha voluto fare nuove emissioni di titoli pubblici, nonostante tutte le condizioni favorevoli del momento: acquisti della BCE (che dureranno solo altri 3 mesi) e valutazione positiva dei mercati nei confronti dei nostri titoli di Stato (che sono andati a ruba nelle ultime aste di vendita). Quindi è possibile che Gualtieri pensi di prendere questi soldi dai prestiti-trappola offerti dall’Unione europea, innanzitutto il MES, poi la SURE e infine l’ancora oscuro Recovery Fund.

L’alibi per questa scelta è noto: questi prestiti europei costerebbero meno dei titoli italiani in termini di interessi e per questo sarebbero più convenienti (mantra più volte ripetuto dal Commissario Gentiloni). In realtà si dimentica un punto decisivo e cioè che, mentre i nostri titoli di Stato (BOT, CCT e BTP) sono facilmente ripagabili con l’emissione di altri titoli, i prestiti della UE devono essere restituiti tutti fino all’ultimo centesimo entro un numero limitato di anni, pena l’arrivo della Troika.

Quindi i nostri titoli di Stato ci costano solo gli interessi, mentre i prestiti europei ci costano gli interessi (meno pesanti) più la restituzione di tutto quanto ci è stato dato. Chiaro? Avete capito perché non bisogna prendere questi soldi dall’Europa, anche se in apparenza costano di meno?

Quando finalmente leggeremo il testo decreto (ancora non diffuso, perché sono in corso altri probabili pasticci tra ministri) potremo essere più precisi, ma purtroppo  tutte le peggiori paure rischiano di trasformarsi in una terribile realtà.

Questo decreto rischia non di “rilanciare” l’Italia, ma di affossarla.

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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