Dopo l’Emilia Romagna: riflettere ma non arretrare

Un leader solo al comando non basta. Quanti altri esempi di storia o di cronaca dobbiamo ancora collezionare prima di capirlo? Non sono bastate la sfolgorante parabola di Silvio Berlusconi, o l’auto-distruzione di Gianfranco Fini, o il big bang di Matteo Renzi? Si deve necessariamente accodare, in questa triste storia, anche Matteo Salvini?

Guardate cosa è successo in Emilia Romagna. Nella regione più difficile in assoluto, nell’occasione più importante per dare una spallata al terribile Governo Conte 2, cosa ha fatto il nostro Capitano? Ha imposto una candidata alla presidenza che aveva appena perso nel Comune di Bologna, senza un minimo di riflessione e di confronto. Nessuna critica a una fedele e coraggiosa militante come Lucia Borgonzoni, ma era proprio necessario bruciarla in questo modo? Ha costruito tutta la campagna elettorale su una specie di referendum sui grandi temi nazionali, sul suo partito e su sé stesso come leader, argomenti lontani dal reale oggetto del contendere. Ha messo più volte in difficoltà la sua principale alleata, Giorgia Meloni, senza un gioco di squadra e un coinvolgimento di coalizione. Si è buttato a capofitto nel vortice attivistico, bruciando generosamente ogni energia ma perdendo lucidità e credibilità, fino ad inciampare su un citofono. Ha evocato tutti i peggiori spiriti della sinistra, vecchia e nuova, scatenando sia le associazioni partigiane che le moderne “sardine”. Soprattutto, ha trasmesso ad un popolo inquadrato ed efficientista, come quello emiliano-romagnolo, un’idea di improvvisazione e di dilettantismo, peraltro non esattamente corrispondente alla realtà.

Così il centrodestra ha confuso l’Emilia Romagna con l’Umbria, cioè una regione in cui il sistema di potere rosso fila ancora alla perfezione con un’altra dove questo sistema era già esploso tra scandali e faide interne. Ed è andato a sbattere, perdendo con ben otto punti di distacco.

Ci sarà modo di rimediare, non si illudano i facili detrattori di Salvini. Ma intanto abbiamo dato fiato alla sinistra e a Mattarella per raggiungere il loro obiettivo principale: portare a casa una nuova elezione di Palazzo del Presidente della Repubblica. E se questo accadrà, ci sarà un’altra insidia mortale – oltre alla Commissione europea, ai “mercati che votano ogni giorno” e alla magistratura politicizzata – sul cammino del futuro Governo sovranista. Mentre abbiamo dato altro tempo ai “democratici” per “avvelenare i pozzi”, per approvare il nuovo regolamento del fondo salva-stati, per spolpare ancora di più la nostra già malandata economia. Forse tutto questo si poteva evitare, con molta più attenzione…

Ma, almeno, impariamo la lezione. Primo: i partiti politici non sono un inutile orpello, sono lo strumento con cui le leadership si consolidano e cercano di costruire attorno a sé un’egemonia politica e culturale. Secondo: le coalizioni non si improvvisano e le alleanze di schieramento si fondano innanzitutto su una reciproca solidarietà e amicizia tra le classi dirigenti. Terzo: i messaggi propagandistici, gli slogan, non bastano, soprattutto quando ci si avvicina al governo della Nazione. Serve un progetto lucido e una classe dirigente – politica, intellettuale e burocratica – in grado di interpretarlo.

E qui arriva la nostra ultima preoccupazione, pensando – figuratevi un po’ – al 1996. In quell’anno il centrodestra, a fronte di un primo strappo di Gianfranco Fini che volle ad ogni costo le elezioni, perse malamente contro l’Ulivo di Romano Prodi. Ma quale fu la reazione di Alleanza Nazionale, che pure era arrivata al vertice massimo del suo consenso con oltre il 15%? Invece di comprendere i propri errori tattici e comportamentali, si gettò in un disastroso percorso di revisione ideologica, abbandonando i temi della “destra sociale” per abbracciare quelli di una destra liberal-liberista. Fu l’inizio di quella deriva che portò fino a “Futuro e Libertà” e alla rottura del centrodestra.

Ecco: c’è da temere che, dopo la battuta d’arresto dell’Emilia Romagna, arrivi qualche “scienziato della politica” a suggerire ai nostri leader, Salvini e la Meloni, di correggere la linea politica abbandonando il messaggio sovranista, o diluendolo tanto da renderlo irriconoscibile. Sarebbe una deriva mortale: il sovranismo non solo è stato fino ad ora il motore dei successi del centrodestra ma è anche l’unica bussola che può guidare vittoriosamente la futura strategia di governo.

Se c’è molto da correggere nel centrodestra questo attiene alla tattica, alla comunicazione, all’organizzazione e al radicamento territoriale, non alla linea politica, che deve essere spiegata e declinata in modo pacato, ma non certo per annacquarla o abbandonarla. Quindi avanti con un sovranismo serio, responsabile e incarnato da macchine politico-organizzative forti e credibili: la sfida è grande ma non per questo deve essere abbandonata. Bisogna solo attrezzarsi bene per arrivare alla vittoria.

Pubblicità

Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo. Per maggiori info, leggi la nostra Cookie Policy e la nostra Privacy Policy.

Chiudi