Due pesi e due misure sulla giustizia: inflessibili solo su “Mafia Capitale”?

Era il 2012 quando L’Espresso iniziò a parlare di alcune organizzazioni criminali operanti su Roma, che molto presto furono oggetto di una inchiesta che, dopo i primi arresti operati nel 2014, fu definitivamente denominata “Mafia Capitale”.

Da allora, per circa cinque anni, questo termine è costantemente rimbalzato sulle cronache giornalistiche e nei servizi televisivi di tutta Italia, sostanziando una vigorosa campagna mediatica che ha presentato la Capitale d’Italia come una città totalmente controllata dalla criminalità mafiosa.

Per di più, questa immagine di una Roma mafiosa è stata sistematicamente associata, attraverso strane alchimie relazionali, incentrate sulla figura dell’ex membro dei NAR Massimo Carminati, al mondo politico della destra.

Peccato che le risultanze processuali abbiano dimostrato ampiamente che gli episodi di corruzione, all’interno dell’Amministrazione Capitolina, siano stati principalmente opera di Salvatore Buzzi e della sua galassia di cooperative, che erano cresciute e si erano affermate nell’ambiente di sinistra già dai tempi delle amministrazioni dei sindaci Rutelli e Veltroni.

D’altra parte numerosi esponenti del PD hanno ammesso di aver ricevuto denaro, finanziamenti, e sponsorizzazioni da Salvatore Buzzi, mentre insieme al Campidoglio, l’altro grande scenario dell’inchiesta è stata la Regione Lazio amministrata del centrosinistra.  In particolare, Luca Odevaine, ex braccio destro di Veltroni, ha avuto una pesante condanna in questa vicenda giudiziaria, e, insieme a lui, sono state acclarate le responsabilità di numerosi esponenti del centrosinistra.

È fuor di dubbio che ormai da anni, non soltanto nella capitale romana, ma su gran parte del territorio italiano, ed in particolare nelle città del Nord, come la stessa Milano, si riscontrino interessi economici criminali di associazioni come la mafia, la camorra e la ‘ndrangheta. Questo ha costituito un preciso campo d’indagine che ha prodotto ben definiti riscontri processuali.

Ma è significativo notare che il termine Mafia Capitale sia stato coniato esclusivamente in riferimento alla presunta associazione di Buzzi e Carminati. Sembrava a tutti gli effetti una comoda forzatura sostenuta dal noto, consolidato sistema mediatico per colpire una precisa parte politica, a vantaggio di un’altra. Ma tutto questo non si poteva affermare a gran voce per difendere l’immagine della Capitale e della destra romana.

Peccato però che nel 2019, a dirlo, e poi ribadirlo nel 2020 col deposito delle motivazioni della Sentenza, sia stata proprio la Suprema Corte di Cassazione.

Il teorema costruito da Giuseppe Pignatone e dal suo pool che individuava una Cupola mafiosa, dominante sull’Amministrazione Capitolina, è stato negato e smantellato. Così come, la Suprema Corte ha altresì negato sia l’esistenza del metodo mafioso, sia quella dell’assoggettamento omertoso.

Tutto si è ridotto all’individuazione dell’operato di due distinte associazioni per delinquere dedite all’estorsione ed alla corruzione, facenti capo la prima a Carminati e la seconda a Buzzi.

Ciononostante, sembra quasi che a qualcuno dispiaccia non poter più parlare di Mafia Capitale. Questo termine, è stato così abusato e diffuso che in effetti ancora non decade dal linguaggio comune.

Ora, a meno di non voler mettere in dubbio la competenza giudicante della Suprema Corte di Cassazione, viene da chiedersi perché questa sentenza abbia suscitato tanta sorpresa e delusione da parte di coloro che si professano come i primi custodi del garantismo, e viene anche da chiedersi se il danno di immagine che ha subito la Capitale possa mai essere veramente sanato.

Era così difficile capirlo prima, che non si trattava di una organizzazione mafiosa?

Persino Antonio Ingroia, che certo non è un Magistrato di destra, e che però si è occupato ampiamente del fenomeno mafioso, nel corso di una intervista rilasciata al quotidiano “L’Informazione”, ha dichiarato al giornalista Luciano Mirone: “L’indagine condotta da Pignatone è un bluff molto pompato dai media, nella quale è emerso un grumo di affari illeciti di una piccola associazione politico-criminale, come in Sicilia ne esistono a decine, enfatizzata come se fosse una nuova forma di mafia ramificatasi a Roma.”

Sempre Ingroia, a proposito del fatto che il nome di Pignatone emerge nel caso Palamara, nello stesso articolo dichiara che a Roma, in fondo, non sono state fatte grandi indagini sul Potere. La vicenda Consip-Renzi è stata archiviata, e poi continua così: “Non è un caso che la sua carriera (di Pignatone, n.d.r.) sia stata luminosa ed accompagnata da consensi unanimi da parte delle correnti della magistratura, della politica e dei media, mentre altri magistrati hanno sempre avuto ostacoli e difficoltà (vedi Falcone e Borsellino)”.

Ingroia continua: “Pignatone ha archiviato le indagini sul caso Manca, nonostante dichiarazioni univoche e circostanziate di quattro pentiti, i quali hanno parlato di omicidio voluto da cosa nostra ed eseguito dai servizi segreti deviati, nell’ambito della trattativa Stato-mafia, poiché Manca sarebbe stato coinvolto nell’operazione alla prostata di Bernardo Provenzano”.

Ingroia ricorda ancora che nel corso del processo Stato-mafia, quando le intercettazioni coinvolsero Giorgio Napolitano, generando lo scontro col Quirinale sul conflitto di attribuzione, la ANM di Palamara si “schierò contro di noi e a difesa del Quirinale”.

Ricorda ancora Ingroia che Pignatone e Prestipino (fedelissimo di Pignatone, che oggi dirige la Procura di Roma) hanno sì coordinato le indagini su Provenzano, ma che il merito del suo arresto è da attribuirsi ai poliziotti che hanno condotto le investigazioni. Viceversa, secondo Ingroia, vi fu il rifiuto di rischiarare le zone d’ombra attorno alla latitanza di Provenzano.

Nel frattempo, una delle conseguenze giuridiche derivate dalla sentenza della Cassazione, che ha derubricato l’associazione per delinquere di stampo mafioso ad associazione per delinquere semplice, è stata la decorrenza dei termini della carcerazione preventiva a cui era sottoposto Massimo Carminati.

In conseguenza di ciò, Massimo Carminati è stato, doverosamente anche se in ritardo, posto in libertà. Questo fatto, sempre alla faccia del garantismo, ha suscitato l’indignata reazione del Ministro Bonafede che ha ritenuto di inviare prontamente i suoi ispettori ministeriali.

Viene da chiedersi perché il Ministro non abbia dimostrato altrettanta solerzia nella vicenda dei 400 mafiosi scarcerati, la maggioranza dei quali sono ancora a piede libero. In quella occasione, per avere un cenno di reazione da parte di Bonafade sono state necessarie, da un lato le dichiarazioni di Di Matteo, e dall’altro una interrogazione parlamentare, per la quale, quando il Ministro rispose in Parlamento, ebbe a dichiarare che si riteneva “soddisfatto” del proprio operato.

Purtroppo, ancora una volta riemerge la politica dei due pesi e delle due misure.

Una politica che ha tristemente segnato tutta la storia dell’Italia repubblicana, una storia nella quale, come ormai dimostra incontrovertibilmente lo scandalo Palamara, la giustizia è stata usata piuttosto miseramente per realizzare finalità politiche, sempre e comunque, nell’interesse di quello stesso blocco di potere consolidato che orienta da anni la vita della società italiana.

Non sappiamo quali sorprese ci possa riservare in futuro lo sviluppo dell’indagine che la Procura di Perugia sta conducendo sul caso Palamara.

Nel frattempo, coltiviamo l’auspicio che la Giustizia, quella con la G maiuscola, possa continuare a fare serenamente il suo corso, senza le zone d’ombra che, a quanto pare, sembrano averla già sin troppo condizionata.

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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