Gli USA in fiamme: le rivolte antirazziste come arma contro Trump

L’America è in fiamme: le solite brutalità poliziesche, con l’omicidio di George Floyd, hanno riacceso la miccia delle rivolte antirazziste. Gli afroamericani devastano le città, la Guardia nazionale si schiera, i media globali cercano di scatenare l’indignazione dell’opinione pubblica di tutto il mondo. Contro di chi? Non contro le violenze della polizia e dei manifestanti, ma contro Donald Trump. Colpa sua naturalmente…

Ma proviamo ad andare indietro nel tempo. Quasi nessuno si ricorda il nome di Eric Garner, un caso identico a quello di George Floyd. Eric Garner era un nero che chiedeva a un gruppo di poliziotti bianchi di non ammanettarlo perché non aveva fatto niente. Il video, disponibile anche su youtube, non lascia dubbi: Garner era l’uomo più pacifico del mondo, sospettato di vendere qualche sigaretta sfusa per pochi soldi. I poliziotti lo atterrano in gruppo, lo ammanettano e uno di loro, Daniel Pantaleo, gli stringe il braccio al collo e inizia a soffocarlo. Garner, il viso schiacciato sul marciapiede, pronuncia per undici volte questa parola: I can’t breath, ovvero non riesco a respirare, le stesse parole di George Floyd. Eric Garner è stato ucciso a New York, il 17 luglio 2014, quando la Casa Bianca era guidata da Obama, presidente nero e democratico.

Se, dopo otto anni di amministrazione Obama, George Floyd muore come Eric Garner, vuol dire che il problema non è Trump. Il problema è nelle viscere della società americana dove – soprattutto in un momento di crisi economica come quello che stiamo vivendo a causa del Coronavirus – le tensioni razziali non si sono mai spente, nonostante tre secoli di storia. E questo dovrebbe essere un monito per tutti gli europei che esaltano allegramente l’immigrazione incontrollata e la società multietnica.

Ma anche questo diventa un’arma contro Trump, a cinque mesi dal voto per le presidenziali. Non importa che l’attuale presidente abbia fatto più di ogni altro per ridare lavoro ai disoccupati americani (quindi anche e soprattutto agli afroamericani), non importa che abbia avuto il coraggio di denuncia l’omertà con cui la Cina e l’OMS hanno gestito l’emergenza coronavirus, non importa che sia uscito pulito dal Russiagate, che oggi rischia di diventare un Obamagate come possibile congiura ordita dai democratici americani ed europei. Addirittura le rivolte antirazziaste americane divengono uno strumento per oscurare la lotta di liberazione contro i cinesi che si sta combattendo ad Hong Kong (dove invece Trump viene invocato come un salvatore).

Forse è proprio per questo che l’establishment globale (e globalista) ha deciso di giocare le ultime carte per impedire a Trump di essere rieletto. E nelle devastazioni e nel sangue cerca di mestare nel torbido per far saltare il banco.

Tutto ci dice che siamo entrati in un “tornate della storia” sempre più duro e difficile, dove povertà e fame rischiano di incrociarsi con la violenza e le rivolte di piazza. E fino a quando Trump non sarà rieletto l’escalation sarà sempre più drammatica, ma bisogna avere coraggio perché questo potrebbe essere il prezzo che dobbiamo pagare per liberarci dalla Globalizzazione della finanza e delle fame.

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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