Grandi manovre per il dopo Conte: aspettando l’autunno caldo

Apparentemente il quadro politico é lo stesso di quindici giorni fa: Giuseppi é ancora in sella, il Pifferaio dell’Arno é misteriosamente (ma non troppo) tornato all’ovile, il fratello di Montalbano continua a somigliare un po’ a Catarella, e i grillini annaspano sempre in un mare di inconcludenza.

Ma la calma é solo apparente. Tutti – e non solo nei partiti di governo – sono tornati ad affilare le armi, in vista della esplosione sociale che con ogni probabilità si verificherà in autunno, quando verranno al pettine i nodi della seconda (e piú grave) crisi economica post-Coronavirus.

Quella che abbiamo sotto gli occhi, al momento, é solamente la prima crisi, quella che riguarda le aziende – piccole o medio-piccole per la maggior parte – che non sono in grado di riaprire i battenti dopo l’emergenza epidemiologica: vuoi per i mancati introiti dovuti a tre mesi di fermo, vuoi per la nuova normativa precauzionale cui non tutti sono in grado di adeguarsi.

Quanti hanno riaperto, invece, a cominciare dai grandi stabilimenti industriali, non hanno potuto procedere ad alcuna riduzione di personale, giacché il cosiddetto “Decreto Rilancio” ha introdotto il divieto per le aziende di effettuare licenziamenti collettivi fino alla data del 16 agosto.

Ora, non occorre uno sforzo di fantasia per immaginare che, a far tempo da quella data, i licenziamenti cominceranno a fioccare come la neve in Siberia. Che cosa succederá quando tanti operai delle grandi industrie del nord e del sud, di ritorno dalle ferie, troveranno ad attenderli le lettere di licenziamento? Nessuno puó prevederlo con certezza, ma é probabile che gli effetti di quella seconda crisi andranno a sommarsi a quelli della prima, determinando una esplosione sociale dagli effetti imprevedibili.

E, se veramente dovesse determinarsi una situazione del genere, come questa potrá essere gestita con il solo ausilio del narcisismo di Giuseppi II e delle alzate di genio del suo Richelieu in sedicesimo? Ecco perché, a dispetto della tregua raggiunta con Renzi e della difesa a oltranza dello status quo da parte dei grillini, sono sempre di piú coloro che pronosticano la fine del governo giallo-rosso. Non piú per l’immediato, tuttavia, quanto piuttosto per l’autunno, attorno al mese di ottobre.

In dipendenza di ció, sono giá cominciate le grandi manovre. Da parte dello stesso Conte, innanzitutto. Secondo le voci di corridoio si starebbe preparando a lanciare un partito tutto suo, per il quale sarebbe giá pronto il nome: “Con Te”.  In alternativa – si vocifera – l’ex avvocato del popolo potrebbe farsi tentare dall’offerta di capeggiare ció che resta dei Cinque Stelle, ma solo a condizione che la sua leadership sia incontrastata, cancellando il ruolo di eventuali “capi politici” sopravvissuti.

Dalle parti del PD si segue con apprensione il procedere delle cose. Se Giuseppi fosse costretto a gettare la spugna, si dovrá assolutamente arrivare ad un governo di “unione nazionale” che sia in grado di affrontare la nuova emergenza e che, soprattutto, eviti il ricorso alle urne. Su quest’ultimo punto i democratici non transigono: prima del voto vogliono una legge elettorale che impedisca la vittoria del centro-destra, oggi sicura. Occorre assolutamente cancellare anche l’ultima quota di maggioritario sopravvissuta alle precedenti “riforme”: oggi il Rosatellum prevede che il 64% dei seggi venga assegnato con il sistema proporzionale ed il 36% col maggioritario. E tutti i sondaggi assicurano che quel 36% sarebbe in gran parte appannaggio del centro-destra.

Ma c’é un altro motivo per cui i Dem fanno un tifo sfegatato per il proporzionale: perché, consentendo a tutti i partiti di presentare le proprie liste al di fuori di un vincolo di coalizione, permetterebbe a Forza Italia di sganciarsi dall’alleanza con Salvini e Meloni, per andare poi a confluire – nel nuovo Parlamento – in una inedita intesa “anti-sovranista” con PD e assimilati.

Berlusconi – nonostante le smentite – parrebe disponibile, anzi disponibilissimo per una operazione del genere. E i segnali che ha lanciato, sin quasi dalla nascita del governo giallo-rosso, sono inequivocabili. Ultimi, in ordine di tempo, il sostegno al MES e le critiche a Lega e Fratelli d’Italia per la manifestazione del 2 giugno. Piccolo particolare che forse il Cavaliere non ha messo in conto: quanti voti pensa di poter raccogliere dal suo elettorato, nettamente “destrista”, per andare a fare una coalizione con le sinistre?

Interrogativo, questo, che dovrebbero porsi anche Giorgetti e gli altri “moderati” della Lega, che in questi giorni – si sussurra – sono anch’essi destinatari di segnali-di-fumo dem in vista di un eventuale governo “del Nazareno” che possa evitare le elezioni anticipate.

Ma sono tutti dei conti senza l’oste. Dove l’oste – in questo caso – é l’elettorato. E, ancor piú, un elettorato furibondo ed esasperato, quale sarebbe quello chiamato alle urne dopo i bagliori di un autunno caldissimo. Tempi duri per i moderati.

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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