I misteri dell’app “Immuni”: dalla strategia della prevenzione alla società della sorveglianza?

“Immuni”, l’applicazione (app per gli anglofili) di cui stiamo sentendo parlare spesso negli ultimi giorni, è stata  progettata da Bending Spoons SPA per il tracciamento dei contagi all’interno del nostro Paese. La Presidenza del Consiglio dei Ministri, ha scelto questa app con l’ok della task force nominata dall’esecutivo, battendo la concorrenza di Covid App, un progetto simile.

Il Governo annuncia che sarà “un pilastro importante nella gestione della fase successiva dell’emergenza” e la sperimentazione avverrà in alcune Regioni pilota, il presidente Conte ha parlato di “strumento essenziale” per il contrasto e la prevenzione del virus.

Una cosa è certa che lo “strumento” ha fatto sorgere non pochi dubbi circa la legittimità e le finalità dell’impiego.

Il primo è quello della volontarietà. Ci hanno spiegato che Immuni sarà scaricabile su base volontaria, e  chi sceglierà di non dotarsene non subirà alcuna limitazione. La domanda sorge spontanea: che efficacia può mai avere uno strumento se lo stesso non è obbligatorio? Qualunque esperto del settore ammette che per avere efficacia questa applicazione debba essere utilizzata dal 65-70% della popolazione, per cui è facilmente immaginabile che si adotti una strategia per la quale per un breve periodo di tempo la stessa sarà lanciata su base volontaria per poi approdare a un utilizzo obbligatorio per tutti.

Posto che l’utilizzo di Immuni dovrà essere disciplinato da una legge, i dubbi nascono anche da un profilo di tutela della privacy in linea con le norme comunitarie. Non è ancora chiaro chi gestirà  i dati che serviranno per scaricare l’app e quelli conseguenti riguardanti informazioni sensibili, perché tali i dati sanitari.

Si parlava di una struttura pubblica centralizzata, ma nessuno ci ha mai chiarito quale, adesso si parla di struttura decentrata ma sempre senza dare indicazioni, nessuno può garantire con certezza che questi dati, a pandemia esaurita, saranno cancellati.

Si ha quindi il legittimo sospetto che la Banding Spoons,  che da quanto risulta ha partner cinesi e partecipazioni svizzere quindi extra UE, potrebbe non essere disponibile a cedere gratuitamente tutti i codici sorgente dell’applicativo per metterli nella totale disponibilità del governo italiano.

Nessuno ha chiarito con quale disciplina lo sviluppo e la manutenzione dell’applicazione verranno forniti, sempre gratuitamente, dalla stessa società e con quali accordi succederà tutto questo.

Come non risulta chiaro con quale metodologia di scelta il governo abbia affidato, tra i centinaia di partecipanti, alla  Bending Spoons la realizzazione dell’applicativo implementato dalla stessa con una nota società di Big Data e una società proprietaria di numerosi centri di analisi, il che pone più di un dubbio circa  un palese conflitto d’interessi.

Siamo davvero certi, come affermato dalle fonti governative, che la tecnologia bluetooth garantisca un impatto non invasivo dell’applicazione?

A questi ed altri dubbi il garante dell’autorità per la privacy, Antonello Soro, ha risposto in maniera davvero evasiva, garantendo una compatibilità giuridica tra l’adozione di quest’applicazione con la norme vigenti attraverso il principio della proporzionalità come pilastro fondamentale che regola il nesso tra la situazione pandemica e l’utilizzo del mezzo per arginarla, unitamente alla “fiducia” che deve riporre necessariamente l’utente rispetto ai nobili fini del Governo.

Ma nulla ha detto ad esempio sui tempi e i modi della valutazione d’impatto preventiva che dovrebbe essere attuata dal Governo ai sensi dell’art. 35 del GPDR (Regolamento generale per la privacy) qualora, come in questo caso, sussistano motivi legati alla natura sensibile dei dati, il trattamento su larga scala e i soggetti vulnerabili.

Al di là dei temi sin qui trattati ve ne uno dirimente, ed è un  problema di carattere  etico: questa pandemia sta creando i presupposti per il “superamento” della società democratica verso la società della sorveglianza, una società in cui, in virtù della difesa di un bene materiale, in questo caso della salute pubblica, è permesso derogare anche ai diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione italiana.

Un primo nefasto segnale lo abbiamo avuto già con l’istituzione della “task force sulle fake news”, un non meglio precisato comitato di esperti che decidono a chi concedere la patente di legittimo informatore, che sembra preludere la nascita di un modello di società dominata da un “Grande Fratello” che decide preventivamente casa è vero e cosa è falso.

Se oggi in nome del contact tracing si concepisce un app fondata su questi principi, chi può assumere con certezza che la stessa metodologia in futuro non venga attuata anche in altri campi o per altre forme di  “prevenzione”?

Fino ad ora sono 300 i ricercatori universitari di tutta Europa che, con grande onestà intellettuale, hanno firmato un appello preoccupati del pericolo “totalitario” insito nell’utilizzo poco accorto di app come Immuni: vedremo se su questo tema si continuerà a colpi di ordinanze o sarà finalmente il Parlamento ad assumere la centralità che gli compete.

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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