I soldi non arrivano: colpa dell’Europa e delle banche, non solo della burocrazia

Sono passati quasi due mesi dalla partenza del decreto “Curo Italia”, entrato in vigore il 17 marzo, ma gli Italiani i soldi ancora non li vedono, o li ricevono solo in minima parte.

Arrivano con il contagocce i prestiti che dovevano piovere copiosi nelle casse delle imprese e delle partite Iva in difficoltà. Anche per lo scaglione minimo – quello fino a 25.000 euro garantito integralmente dallo Stato – gli interessati fanno domanda alle loro banche e aspettano. A parte un numero limitato di fortunati, la maggior parte si vedono arrivare richieste rifiuti o richieste di chiarimenti dopo settimane dalla presentazione della domanda. Non parliamo dei prestiti più alti: qui le percentuali di chi vince la lotteria è veramente residuale.

Le domande di adesione alle moratorie sui prestiti sono 1,6 milioni per 177 miliardi e le richieste di garanzia per i nuovi finanziamenti bancari per le micro, piccole e medie imprese presentati al Fondo di Garanzia per le Pmi superano quota 90.000. A comunicarlo è il Ministero dello Sviluppo Economico in base alle rilevazioni effettuate dall’ennesima task force “costituita per promuovere l’attuazione delle misure a sostegno della liquidità adottate dal Governo per far fronte all’emergenza Covid-19”.

Stesso discorso per la cassa integrazione. Fino alla settimana scorsa solo il 19% dei lavoratori interessati ha ricevuto i soldi della Cassa integrazione in deroga. Lo dicono i dati Inps, contestati dalle Regioni per le quali siamo appena al 9%. Il decreto Cura Italia ha stanziato 5 miliardi per gli ammortizzatori sociali ma questi soldi, indispensabili per la sopravvivenza di migliaia di famiglie, continuano a non arrivare.

L’unica misura che è stata realizzata in modo apprezzabile (anche se non completamente) è quella sulla “mancia” di 600 euro data alle partite IVA, dove – superata la difficoltà per le casse di previdenza autonome di alcune categorie di professionisti – le procedure si sono sbloccate. Ma è evidentemente troppo poco per fronteggiare una crisi epocale come quella che stiamo vivendo.

Di fronte a questi dati la maggior parte della stampa se l’è presa con la burocrazia pubblica e, ovviamente, con la cattiva politica. Sono i soliti burocrati statali e regionali che non attuano le misure decise dal governo, misure che a loro volta sono farraginose e complesse perché frutto di defatiganti compromessi tra l’incompetenza dei grillini e i complessi mentali dei democratici.

Tutto giusto, ma vero solo in parte.

Per comprendere le difficoltà degli italiani di fronte alle banche e agli istituti di previdenza sociale, bisogna risalire più a monte.

La prima realtà che bisogna tenere presente è che – per le regole di ragioneria imposte dall’Unione europea – il debito pubblico cresce non quando i soldi vengono stanziati nelle leggi, ma quando questi vengono materialmente erogati dalla pubblica amministrazione. Questo è il trucco utilizzato da più di venti anni – cioè dall’entrata in vigore dell’euro – dalla Ragioneria generale dello Stato e dagli organi del MEF: per cercare di rispettare i parametri di Maastricht (e successivamente quelli del Fiscal compact) si ritardano in tutti i modi i pagamenti di soldi che – secondo le leggi approvate dal Parlamento o i contratti firmati dall’amministrazione – dovrebbero andare nelle tasche dei italiani o nei trasferimenti alle regioni e agli enti locali.

Questo è il motivo per cui lo Stato e le altre amministrazioni pubbliche non pagano i propri fornitori di beni e servizi, accumulando debiti vergognosi per quantità e durata.

Oggi la situazione dovrebbe essere semplificata dal fatto che non si tratta di contributi a fondo perduto, ma solo di prestiti su cui lo Stato offre solo una garanzia. Ma in realtà tutto il mondo della finanza pubblica oggi naviga a vista, perché non si è capito ancora che cosa vorrà fare l’Unione europea per aiutarci e come il Governo italiano si inginocchierà a prendere questi aiuti (se , ad esempio, utilizzerà o meno il MES). Per questo è facile immaginare che le tesorerie pubbliche continueranno a tenere il freno tirato e dare i soldi con il contagocce alle imprese e alle famiglie.

Stesso discorso per le banche. Come tutti sappiamo, la crisi economica, già molto prima dell’emergenza Coronavirus, ha riempito gli istituti di credito italiani di sofferenze e di crediti deteriorati  (come si dice in inglese, non performing loans, NPL) mettendone a rischio la stabilità finanziaria. Quale migliore occasione di crediti garantiti dallo Stato per risanare almeno in parte questa difficile situazione?

Le banche se la prendono comoda per scegliere i crediti da erogare tra quelli che gli risolvono problemi di finanza interna, sostituendo crediti deteriorati con crediti garantiti dallo Stato. Chiedi 25.000 euro, ma hai uno scoperto bancario di 20.000 che stai usando da anni? La tua banca di concede il prestito garantito dallo Stato, azzerando lo scoperto e consegnandoti materialmente solo 5.000 euro. Così le garanzie dello Stato servono alle Banche e non alle imprese colpite dall’emergenza.

In sintesi, la burocrazia e la cattiva politica fanno la loro parte, ma la causa prima dell’incapacità di fronteggiare la crisi del Covid-19 rimane l’Unione europea, con i suoi vincoli e con la depressione economica che ha inflitto al nostro Paese da quando esiste l’euro. Questo non fa comodo ammetterlo alla grande stampa – tutta schierata su posizioni “europeiste” – ma è una realtà con cui al più presto dovremo fare i conti.

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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