Il bazooka a salve di Conte: 400 miliardi utili solo alle banche

Quando Giuseppe Conte è apparso ieri nell’ennesima conferenza stampa ha cercato di usare tutta l’enfasi possibile per presentare il “decreto liquidità” che mette a disposizione delle aziende 400 miliardi di prestiti: “Un intervento economico poderoso, come mai si era vista prima nella storia repubblicana”. E certamente la cifra di 400 miliardi di euro (dieci volte superiore alle normali manovre di bilancio) fa un certo effetto.

In realtà guardando le prime pagine dei giornali, quasi nessuno – neanche i giornaloni di regime – utilizza la stessa enfasi per presentare questo decreto.

Allora, al di là dei numeri, stiamo parlando di misure veramente efficaci?

Per rispondere a questa domanda non dobbiamo andare molto lontano: basta utilizzare il famoso articolo di Mario Draghi sul Financial Times che, almeno su questo punto, parla chiaro.

“Le ipotesi sono due – dice Draghi – o i governi compensano direttamente le spese di chi si indebita, oppure compenseranno le garanzie degli insolventi. Tra le due, sempre che si possa contenere il rischio morale, la prima ipotesi è migliore per l’economia, mentre la seconda sarà probabilmente meno onerosa per i bilanci.” Perché?

Perché, dice ancora l’ex Presidente della BCE, “Le aziende non devono attingere al supporto alla liquidità semplicemente perché il credito sarà conveniente. In alcuni casi, per esempio nel caso di imprese con un portafoglio ordini arretrato, le perdite saranno recuperabili e quindi il debito potrà essere ripagato. In altri settori probabilmente non sarà possibile.” Quindi “Alcune aziende potrebbero essere in grado di assorbire la crisi per un breve lasso di tempo, indebitandosi allo scopo di mantenere in attività il loro personale, ma le perdite che accumulerebbero in questo modo rischiano di compromettere la loro capacità di investire in futuro.”

In altri termini, a cosa serve indebitarsi, anche a tasso zero e con piena garanzia dello Stato, se l’economia non riprende e non si riesce a fatturare per ripagare questi debiti? E cosa faranno queste imprese ulteriormente indebitate, quando, a emergenza finita, di tratterà comunque di ripagare questi debiti?

Ecco perché, come dice Draghi, bisogna dare soldi alle imprese a fondo perduto, non come prestiti. Cosa che si sta facendo, non a caso, negli altri paesi europei, più ricchi di noi.

A cosa serviranno quindi questi prestiti? Serviranno principalmente alla banche che li erogheranno alle imprese (saranno le banche infatti a dare materialmente questi soldi) per poi riprenderseli immediatamente per azzerare i debiti che queste stesse imprese hanno nei loro confronti. In questo modo gli istituti di credito recupereranno crediti largamente deteriorati, sostituendoli con altri crediti coperti dalla garanzia di Stato.

Quindi il bazooka di Giuseppe Conte, “l’intervento poderoso” è in larga parte caricato a salve. D’altra parte non è la prima volta che il nostro Governo “confonde” il salvataggi dell’economia nazionale con il salvataggio delle banche.

Non solo: questo provvedimento è sbagliato anche perché risente di un classico equivoco dell’economia ispirata dall’ideologia neo-liberista, ovvero che la recessione e la crisi derivino dall’offerta, cioè dalla capacità delle imprese di produrre in termini competitivi e di esportare (non a caso metà dei 400 miliardi è dedicata al sostegno dell’export). Invece il problema è di domanda, cioè della possibilità dei cittadini di avere soldi in tasca e consumare. Se le famiglie, a causa dell’emergenza, non hanno soldi da spendere, chi consumerà i prodotti delle aziende sostenute dallo Stato? E, ancora, se tutto il mercato mondiale è in recessione, cosa serve sostenere l’export, chi comprerà nel mondo una dose sufficiente di Made in Italy per rilanciare l’economia nazionale?

Ecco perché le opposizioni – Giorgia Meloni, in testa – insistono sulla necessità di mettere soldi in tasca alle famiglie, ai disoccupati e a chi fino ad ora ha campato lavorando in nero. Non sono solo sussidi più o meno giustificati, è la necessità economica di rilanciare la domanda interna, cioè il mercato italiano dei nostri consumatori, senza continuare ad avere una messianica attesa degli effetti economici dell’Export. Anche dal punto di vista fiscale, se lo Stato il prossimo anno vuole incassare qualcosa con le tasse, può puntare solo sulle imposte indirette sui consumi e non certo sui profitti che non ci saranno ancora per molto tempo. Quindi Conte e Gualtieri sono anche “tafazziani”: con i loro provvedimenti danneggiano anche se stessi come Governo.

Ma per fare questo ci vogliono soldi veri, non garanzie tratte dalla Cassa Depositi e Prestiti. E per avere soldi veri bisogna litigare con l’Europa, non inondare gli Italiani di parole nelle conferenze stampa.

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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