Il potenziamento del processo telematico. Potenza di fuoco o scempio del processo?

In attesa dell’ultimo step, cioè la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del Decreto Cura Italia, vorrei analizzare cosa sta succedendo sul fronte giustizia, magari non troppo tecnicamente perché l’intento è quello di rivolgermi anche a chi non è operatore nel campo e potrebbe avere qualche difficoltà (comprensibilissima) a capire il significato delle norme. Già! Il significato delle norme, mi sovviene l’intervento di un certo deputato che bel bello in aula disse che le norme devono essere in un certo senso vaghe! Avrebbe potuto aggiungere che all’occorrenza la norma possa essere anche incomprensibile, perché di fatto lo è diventata.Quello che in questo periodo, da febbraio ad oggi, sta accadendo ed è sotto gli occhi di tutti, è il proliferare quasi schizofrenico di decreti-legge, DPCM, ordinanze a cui non solo è difficile star dietro, ma si è costretti a un continuo e faticoso studio interpretativo non sempre lineare, anzi!

Ma veniamo al punto. Il Processo a distanza, o processo da remoto o come volete chiamarlo, non è una conquista. Ogni cittadino deve rendersi conto che questa realtà non rappresenta né una velocizzazione della macchina giudiziaria, né un aiuto al funzionamento della stessa, per la quale, lo si dice a gran voce da tempo, occorrerebbe un ampliamento dell’organico sia dei magistrati che del personale amministrativo. L’art. 83 del decreto Cura Italia (che consta di ben 21 commi nella sua stesura definitiva) ha dettato disposizioni urgenti per contenere gli effetti negativi derivanti dall’emergenza epidemiologica sullo svolgimento delle attività giudiziarie civili e penali introducendo specifiche disposizioni volte a potenziare il processo telematico consentendo, nella fase di emergenza, lo svolgimento da remoto delle attività processuali.

Particolarmente criticata è, appunto, l’estensione al processo penale della trattazione in modalità telematica. L’art. 83 c. 12-bis stabilisce che, fermo quanto previsto dal comma 12 (relativo alla trattazione delle udienze cd. ‘urgenti’ riguardanti ad esempio persone detenute, internate o in stato di custodia cautelare) tutte le udienze possono essere tenute mediante collegamenti da remoto dal marzo 2020 al 30 giugno 2020.

Lo stesso è previsto in relazione alle indagini preliminari, il comma 12-quater, infatti stabilisce che parimenti “dal 9 marzo 2020 al 30 giugno 2020, nel corso delle indagini preliminari il pubblico ministero e il giudice possono avvalersi di collegamenti da remoto, individuati e regolati con provvedimento del direttore generale dei sistemi informativi e automatizzati del Ministero della giustizia, per compiere atti che richiedono la partecipazione della persona sottoposta alle indagini, della persona offesa, del difensore, di consulenti, di esperti o di altre persone, nei casi in cui la presenza fisica di costoro non può essere assicurata senza mettere a rischio le esigenze di contenimento della diffusione del virus COVID-19 (…) Il compimento dell’atto avviene con modalità idonee a salvaguardarne, ove necessario, la segretezza e ad assicurare la possibilità per la persona sottoposta alle indagini di consultarsi riservatamente con il proprio difensore (…)”.

Quanto appena detto concretizza una palese violazione della cornice costituzionale segnata dall’articolo 111 della Costituzione, oltre, poi, lo svilimento del ruolo del difensore, del diritto di difesa e della stessa giurisdizione.

La Costituzione ed i suoi principi vengono sbandierati in alcune occasioni mentre in altre, come nel caso di specie, vengono travolti dallo tsunami della tecnologia incapace di garantire che ogni processo sia giusto e che il contraddittorio tra le parti e la loro posizione paritaria siano garantiti.

Cosa vuol dire in pratica? Vuol dire che il difensore (dell’imputato, della parte offesa, della parte civile) non avrà davanti a sé con una visuale completa tutti i partecipanti al processo (stessa cosa vale per il Giudice o il Pubblico ministero) quindi perderà ineluttabilmente la possibilità di percepire quel pathos che si genera in aula: le espressioni del viso, lo sguardo, o la posizione delle mani mentre si rende una testimonianza, o un imputato viene esaminato (spesso elementi utili a percepire eventuale inquietudine, esitazione, arroganza, etc.). La contestualità viene meno perché tutti i partecipanti sono proiettati, smaterializzati in un piccolo riquadro su uno schermo piatto, freddo, asettico, aggiungasi, con il rischio di ‘vuoti-audio’ perché la connessione può non essere perfetta.

E i dati? Purtroppo il Ministro guardasigilli non ha ritenuto necessario consultare il Garante della Privacy nel cui mirino sono finite proprio le piattaforme informatiche indicate dal provvedimento DGSIA (direttore generale dei sistemi informativi e automatizzati del Ministero della giustizia). Infatti, la preoccupazione è quella per cui tali piattaforme, riconducibili a imprese private, sono di fatto sottratte alla vigilanza della giurisdizione nazionale, pertanto, non vi è certezza alcuna sulla garanzia di legittimità, segretezza, privacy e cyber security dell’accesso ai dati e del loro trattamento.

Né sulle norme emanate con decreti legge, né sulle determinazioni del DGSIA sugli applicativi, è stato richiesto il parere del Garante della Privacy, un passaggio tutt’altro che formale perché avrebbe consentito di realizzare un confronto sempre utile al fine di massimizzare la tutela dei vari beni giuridici messi in gioco, tra i quali appunto anche il diritto alla protezione dei dati personali.

Orbene, auguriamoci che tutto ciò (ma il timore c’è) non sia poi un cavallo di Troia, cioè l’eccezionalità dello svolgimento del processo in modalità telematica non potrà e non dovrà diventare la regola.

L’aula è il tempio del processo e non può essere sostituita da un’aula virtuale.

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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