Il turismo non ammette barriere: un grido d’allarme dal settore economico più colpito dalla Covid-19

Negli ultimi giorni é stato un rincorrersi di ipotesi di date per la riapertura di tutte quelle aziende di servizi al pubblico che risultano essere le più penalizzate dalla chiusura forzata per la pandemia da Covid-19. Da settimane é un susseguirsi di numeri in crescita che riportano drammaticamente il segno negativo come unica costante e ci parlano di un’economia al collasso.

Da imprenditore nel settore turistico posso solo dire che la data di apertura non è certo quel che più mi sta a cuore in questo momento perché non é una data indicata dal Governo ciò che mi può turbare, quanto piuttosto i dati reali, quei dati che mi indicano se potrò aprire o no. I dati sono le prenotazioni che non arrivano, é il telefono che resta muto, sono spese, tasse e pagamenti che bussano alle porte, incuranti ed insensibili al fatto che siano ancora chiuse. I dati sono i risultati di crash test in cui si è dovuto soppesare con estrema lucidità e razionalità costi e ricavi alla luce delle mutate condizioni in cui si è chiamati ad operare.

Le linee guida per la riapertura delle imprese turistiche sono una sfida che siamo disposti ad accettare, nonostante tali linee siano  fredde e impersonali, incapaci di declinare i rapporti umani con le rigide regole della geometria che assegna uno spazio ad ognuno ma non lascia spazio all’istinto di socializzare tipico dell’essere umano, finendo per imbrigliare l’ospite in divieti e imposizioni capaci di spersonalizzare anche la consuetudine di un abbraccio di benvenuto e nascondere dietro una mascherina il sorriso di chi ha fatto dell’arte dell’accoglienza una professione.

Per chi opera in questo settore, il turismo é, prima di ogni altra cosa, ospitalità, é attenzione nei confronti dell’ospite che si aspetta di trovare ad accoglierlo un ambiente fatto di sorrisi e professionalità, quell’atmosfera particolare che ti fa sentire a casa senza i problemi di casa. Oggi si chiede di rinunciare a tutto questo in nome della sicurezza che obbliga a scelte che compromettono non solo l’economia ma in molti casi la specificità stessa di una struttura e ne stravolgono la sua tipicità. Vietati gli assembramenti, che negli hotel si traducono in intrattenimenti; modificato il concetto stesso di ristorazione che viene declassato a mensa, con divieto di servizio a buffet e indicazioni per pasti serviti in camera; contingentamento degli accessi a palestre, piscine e wellness interni alla struttura, con buona pace di chi voleva trascorrere qualche giorno di relax.

Si scrive distanziamento sociale, si legge morte dei rapporti sociali.

Il turismo non ammette barriere, il turismo è movimento mosso dalla voglia di vivere nuove esperienze, di spingersi sempre più lontano per scoprire nuove sensazioni. Ci siamo fatti una ragione della sospensione di attività imposta e non risarcita e abbiamo accettato con senso di responsabilità la colpevole mancanza di aiuti concreti nei confronti di un’industria che, da sola, rappresenta un terzo dell’economia nazionale. Siamo costretti a rivedere parametri e programmazione, dobbiamo accettare di  trasformare le nostre strutture in degenze sanitarie con sorrisi nascosti dietro una mascherina, con gesti di cortesia resi distaccati  da una distanza imposta, con pasti consumati in camera o piatti serviti al tavolo con guanti monouso, ma ogni considérazione si infrange contro una realtà che molti evitano di tirare in ballo per non compromettere definitivamente la credibilità di scelte di Governo ed esperti non condivise con i rappresentanti di categoria.

La realtà è il divieto di libera circolazione che riduce l’offerta turistica ad una pistola puntata alla tempia dei pochi temerari che hanno deciso di riaprire rischiando fino all’ultimo centesimo pur di non arrendersi ad uno Stato sordo e tiranno, preoccupato più di normare tutta una serie di divieti che di offrire indicazioni vere per dare una mano a far ripartire l’economia di chi ancora vive e opera in Italia. Non esiste turismo di prossimità e aprire mantenendo i confini chiusi non é solo una contraddizione in termini, ma una scelta irresponsabile.

Per tornare a sentir risuonare gli ambienti di voci e risate non possiamo porre limiti agli spostamenti, non possiamo continuare a stilare un elenco di divieti perché non possiamo rinchiudere la fantasia dentro le pareti di una stanza vuota che chiude fuori il mondo per evitare di entrare in contatto col contagio. Trasformare le strutture alberghiere in dependance di Covid-Center è una scelta che finirà per penalizzare non solo l’albergatore, obbligato a districarsi in un dedalo di ordinanze che contengono divieti nascosti tra le righe di indicazioni e disposizioni, ma penalizzerà soprattutto l’ospite che faticherà non poco a dare un senso al suo soggiorno ibrido in un ambiente asettico e privo di personalità, privandolo del piacere di una vacanza da ricordare.

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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