L’ Europa, i frugali e il Vis-Conte dimezzato

Parliamo, ahimè, di economia, ma la prendiamo alla larga. Tanti anni fa, in Gradinata Sud, tempio del tifo sampdoriano, imperava un ragazzotto ricciuto che tutti chiamavano Spigoli. La partita per lui non contava: stava in piedi su una ringhiera, le spalle al campo di gioco, con il megafono in mano a dirigere i cori degli ultrà. Quando le cose andavano male e lo scoraggiamento serpeggiava tra il pubblico, chiedeva, ingiungeva di cantare più forte. Urlava nel megafono: entusiasmo! brandendo il pugno in alto per spingere i tifosi a incitare la squadra. Ci sembra uguale l’atteggiamento del governo italiano dinanzi alle estenuanti trattative europee per sostenere le economie dell’Unione dinanzi alla più grave crisi degli ultimi decenni.

Giuseppe Conte, l’azzimato primo ministro sotto il cui ciuffo c’è il nulla, è da molto tempo simile al Visconte dimezzato di Italo Calvino. Medardo di Terralba- così si chiamava il personaggio dello scrittore sanremese- era stato ricucito alla meglio dopo che in battaglia una palla di cannone l’aveva squarciato in due. Tornato a casa, i sudditi si accorsero che del Vis-Conte era tornata solo la parte malvagia. Uguale è la sorte del nostro Giuseppe, che, spalleggiato da una parte consistente della stampa e dei poteri forti, passa il tempo a spacciare per un grande successo italiano l’esito delle estenuanti trattative sui fondi europei, il cosiddetto Recovery Fund, che, anche detto in inglese, è sempre una fregatura, benché fine e cosmopolita.

Le cose stanno diversamente. Il Vis-Conte è già dimezzato per conto suo dall’incapacità dell’intero suo gabinetto (oops, volevamo dire governo). Entusiasmo, gridava Spigoli, ma intanto la squadra perdeva. Nel calcio, almeno, esiste un responso obiettivo, il risultato al termine della partita. Cerchiamo quindi di capire se la squadra-Italia ha perso, vinto o almeno pareggiato. Con buona pace del Vis-Conte dimezzato e dei suoi cantori, più numerosi nei salotti televisivi che per le strade d’Italia, ha perduto non solo l’Italia, ma, temiamo, l’intera Europa. Innanzitutto, una considerazione per la quale non c’è bisogno di studi di economia politica: la crisi da Coronavirus è in atto da febbraio, ma le prime decisioni economiche e finanziarie europoidi arrivano con cinque-sei mesi di ritardo.

Decisioni, ripetiamo, propositi, ma non soldi veri, denaro posto sul tavolo. Pochi, maledetti e subito, recita la saggezza popolare. Meglio una somma inferiore, ma pronta cassa, subito nelle nostre mani. Nostre, appunto. Sappiamo per esperienza che le cifre con tanti zeri di cui si favoleggia come aiuti finanziari o prestiti europei, quando vengono davvero erogate, finiscono al sistema bancario, non a quello produttivo e tanto meno agli Stati. Nessuna tempestività, il ritardo accumulato è già sulla pelle sanguinante della gente, nelle saracinesche abbassate, nei licenziamenti che arriveranno a settembre, nella crisi di liquidità. Il cosiddetto Recovery Fund, che qualcuno ha opportunamente ribattezzato MES 2.0, dimostra solo che l’Unione Europea è uscita dalla storia reale per entrare nel genere fantasy.

Cina e Stati Uniti hanno gettato nel piatto della crisi cifre immensamente più grandi e soprattutto lo hanno fatto subito. Qui, una volta ancora, la montagna europoide ha partorito il topolino. Quattro giorni di estenuanti trattative, par di veder il Vis-Conte e i suoi vassalli e scudieri stremati nella canicola mentre lottano come leoni per difendere la Patria contagiata, ma qual è il risultato vero, al di là dell’entusiasmo a tariffa degli Spigoli governativi e giornalistici? Avremo 80 miliardi in tre, quattro anni, a partire dal 2021. Tutta l’irrilevanza della contrattazione, il grottesco europoide sta in questo dato: 26 miliardi l’anno a fronte di un crollo economico di 250 miliardi per il solo anno in corso. Eh sì, perché, anche se i gazzettieri ci intrattengono amabilmente su mascherine, distanziamenti e ponti ricostruiti, il crollo del Prodotto Interno Lordo lambisce il 13 per cento, il che, tradotto in cifre, fa quasi 250 miliardi di euro perduti. La ripresa con diagramma a “V” è una pietosa illusione. Per il 2021, il recupero non supererà il 6 per cento: altri 100/ 120 miliardi lasciati sul terreno. Ce ne accorgeremo vivendo: per chi ricorda la vecchia, cara liretta, fanno almeno 400 mila miliardi del vecchio conio in meno nel solo 2020. Meditate, gente, meditate.

Come è ovvio, per darci questo “aiutino”, a Bruxelles pretendono non solo nuovi tagli, politiche austere, rigore, ma anche ulteriori tasse. Entusiasmo, urla Spigoli! Proprio qualche giorno fa era la data dei grandi pagamenti di imposte allo Stato: oltre 33 miliardi sono passati dalle tasche esauste del nostro popolo al governo del Visconte dimezzato. Non bastano l’IRPEF, l’IRES, l’IMU, l’IVA, le accise e gli altri innumerevoli balzelli che la cara (nel senso di assai costosa) Repubblica Italiana pretende da ciascuno di noi, ma potremo deliziarci con nuovi pagamenti, direttamente destinati a Bruxelles. Non che sia proprio una novità, ma gli italiani generalmente non lo sanno: i dazi all’importazione – che si chiamano ufficialmente “risorse proprie dell’UE” – sono riscossi a cura e spese dell’erario nazionale, ma vengono prontamente girati alle casse dell’Unione, come una parte non trascurabile dell’IVA.

Sarebbe bastato che una piccola parte della propaganda sfacciata messa in campo in questi mesi fosse stata diretta a sostenere un’emissione specifica di BTP (Buoni del Tesoro Poliennali) riservati a investitori italiani– privati, pubblici e istituzionali-: avremmo raccolto senza troppa fatica i 250 miliardi necessari a superare “’a nuttata”. Non avremmo atteso sei mesi e persino il governo del Visconte sarebbe in grado di spenderli a vantaggio di quella Patria di cui parlano con enfasi sospetta. Fu Samuel Johnson, nell’Inghilterra di fine Settecento, a scrivere che il patriottismo è l’ultimo rifugio delle canaglie. Non abbiamo considerato l’altra ipotesi, la più semplice, ovvero l’intervento diretto della banca centrale, come accade in ogni paese normale. Non si può, è sacro tabù europeo che la BCE si faccia i fatti suoi e non i nostri, poiché non è prestatrice di ultima istanza. Un argomento formidabile a favore della sovranità monetaria, ma qui il tabù supera l’interdetto e la scomunica.

Scrive l’economista antiliberista Luca Pinasco: “sarà passata allora l’idea che l’UE è totalmente inadeguata a fare politiche economiche? Assolutamente no. Al contrario, anche questa volta, è passata l’idea che senza l’UE non potremmo farcela. In realtà però anche questa volta soli avremmo fatto molto meglio.” Certo, bisognerebbe avere, oltre al coraggio e all’amore per l’Italia – quello vero, non quello parolaio e di cartone- una classe dirigente, non solo politica, degna di quel nome. I nostri “responsabili politici “mostrano palesemente un livello così basso da far considerare miracoloso che la bancarotta non si sia ancora abbattuta su sessanta milioni di malcapitati cittadini.

Diceva Mark Twain che è meglio tacere e dar l’impressione di essere sciocchi che aprire bocca e togliere ogni dubbio. Che pensare del ministro dei trasporti, signora De Micheli, che ha osato dire alle categorie economiche liguri in un incontro ufficiale che il blocco delle autostrade regionali è “una narrazione”? Le perdite miliardarie andrebbero addebitate sul suo conto corrente personale Quanto alla grillina onorevole Castelli, ha la soluzione per ristoratori, baristi e albergatori in difficoltà: cambino mestiere. Lo ha detto senza vergogna e l’unica risposta educata è consigliarla gentilmente di cominciare lei, magari con un annuncio online: deputata cerca lavoro, bella presenza, ottime referenze, astenersi perditempo.

Chissà se questi signori e signore avranno capito – o almeno sospettato – che grazie all’accordo sul pomposo Recovery Fund, l’UE ha acquisito il potere di colpire le pensioni e la prima casa degli italiani. Possono mentire per qualche settimana, ma sarà presto chiaro che la banda dei “frugali” e dei virtuosi d’Europa ha nelle sue mani non solo la sovranità monetaria –saldamente detenuta dai banchieri di Francoforte, – ma anche quella politica, requisita dall’oligarchia non eletta, un altro elemento che il sistema si dimentica di ricordare al popolaccio. Potrà imporci le riforme (nome d’arte dei tagli allo Stato sociale, del precariato e della privatizzazione di tutto) da fare obbligatoriamente, richiedere condizioni che saranno pagate attraverso lo stratagemma del debito. Il timore è l’aggressione del risparmio italiano, che è molto elevato e fa gola a lorsignori. L’Unione europea vuole la disintegrazione dei popoli europei e il massacro di chi lavora.

Scrive Diego Fusaro: “Come già la Grecia, anche l’Italia diverrà la più grande prova lampante del successo dell’euro, come disse Mario Monti. E di successo si tratta dal punto di vista della ragion liberista. Si tratta della distruzione della spesa pubblica, dei diritti sociali, delle classi lavoratrici” E, naturalmente, dei risparmiatori e della colonna portante della nazione, la piccola e media impresa. Intanto, si diffonde e viene perfino creduta un’altra menzogna europea: quella dei “frugali”. Costoro sarebbero i cittadini e i governanti di alcuni Stati membri dell’Europa centrale e settentrionale. Par di capire che si tratti di eroici poveracci che rinunciano alla ricchezza per vivere sobriamente di bacche e altri frutti di bosco, eremiti a pane e acqua, tutti rigore, austerità e risparmio, formichine operose e sagge schiavizzate dalle cicale del Sud.

Questa sì, ministro De Micheli, è una “narrazione”, cioè una fandonia. L’Italia vive da decenni al di sotto delle proprie possibilità, prigioniera dell’inganno del debito. Nello stesso periodo, ha perduto per colpa dell’euro- più che una moneta comune, un sistema capestro di cambi rigidi interni – un quarto della propria capacità produttiva, passata al capace fienile dei frugali felici. Gli stessi, ripetiamolo a beneficio di chi ascolta solo la voce del padrone a reti unificate, che sono veri e propri paradisi fiscali intracomunitari, ovvero praticano concorrenza sleale attraverso sistemi tributari e legislazioni economiche che delocalizzano le sedi legali, cioè le tasse. Dice nulla che la Fca (ex Fiat) sia una società di diritto olandese? Gli italiani – cittadini e imprese- pagano le imposte, i colossi transnazionali no. Fallisce il tentativo di tassare Google, Facebook e compagnia pessima al 3-4 per cento a livello europeo (ribadiamo, tre, quattro per cento) mentre Apple vince la causa contro l’UE. Non dovrà pagare tredici miliardi di tasse eluse per merito della legislazione irlandese. Entusiasmo a Cupertino, California.

Ciononostante, nel governo italiano ci sono esponenti di un partito il cui nome è una sinistra minaccia, Più Europa. Chiunque osi dissentire rispetto alle magnifiche sorti e progressive europeiste è tacciato di ignoranza, incompetenza, ristrettezza mentale. Sovranista, chissà perché, è un insulto. Servo delle oligarchie europee, al contrario, è una medaglia al valore per tutti gli Arlecchini d’Italia.  Forse non meritiamo “un’Italia forte, libera e indipendente, che recuperi la propria sovranità e sia capace di autodeterminarsi. Di fronte al fallimento del neoliberismo e della globalizzazione sfrenata, ora più che mai è necessario un radicale cambio di paradigma. C’è da cancellare gli effetti nefasti degli ultimi trent’anni di politiche antipopolari e ricostruire una società all’insegna dei diritti e dei valori della nostra Costituzione.” Non è farina del sacco dell’umile scrivano, ma un brano del manifesto di un movimento sovranista.

Basta Visconti dimezzati, finti paesi frugali, finto denaro, ma autentiche condizioni capestro e Meccanismi Europei di Stabilità (altrui). Soprattutto, basta menzogne, perché il gioco si è fatto duro, la crisi è pesante, le bugie hanno le gambe corte e dureranno, al massimo, sino alle prime foglie cadute d’autunno. Segnatevi una percentuale, meno dodici punti e mezzo di PIL e una cifra, 250 miliardi di euro, il corrispettivo dell’istogramma in numerario. Poi guardate in faccia il Visconte dimezzato, i suoi ministri e i membri delle innumerevoli task-force. Comprereste da loro un’auto usata? Se sì, siete dei buoni italioti. In caso contrario sbrighiamoci a fare qualcosa. La nostra strada non va né a destra né a sinistra. Va avanti dritta. (Ernst Jünger)

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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