La Fase 2 e lo sviluppo italiano devono ripartire dal Sud

L’Italia, negli anni ha realizzato investimenti al Nord e assistenza al Sud, questo è innegabile ed è sicuramente ancora più vero con  l’introduzione del reddito di cittadinanza che, ovviamente, per la differente distribuzione degli indici di disoccupazione sul territorio nazionale, ha avuto un impatto maggiore nel mezzogiorno che nel resto d’Italia.

Nel dibattito sulla Fase 2 è assolutamente assente la discussione circa l’opportunità di ribaltare questa piramide, almeno nel medio periodo.

La differenza tra i numeri dell’epidemia nel Mezzogiorno e quella nel Nord che evidenziamo come Lombardia, Piemonte ed Emilia-Romagna siano ancora in piena emergenza e resteranno in queste condizioni per ancora molti mesi, mentre Basilicata, Calabria Sicilia, Molise ed, a breve, Campania e Puglia siano sostanzialmente fuori dell’emergenza epidemica o prossimi ad uscirne, non può non obbligare la classe dirigente di questa Nazione ad immaginare un ribaltamento di questa situazione.

Non si tratta qui di accodarsi alle immaginifiche dichiarazioni ad effetto di De Luca, né di immaginare un “non si affitta ai settentrionali” da mettere sulle porte delle case di Napoli o nei sassi di Matera ma è opportuno provare a partire dai dati e dalle analisi storiche che ci dicono che dalle epidemie per le quali non esiste una cura, ci si difende preservando le porzioni di territorio che non hanno avuto una larga diffusione dell’epidemia.

Quindi, se è vero che l’Italia deve cominciare ad immaginare una ripartenza, è innanzitutto vero che questa deve iniziare proprio dal Mezzogiorno. Ovviamente, questo non significa lasciare sola la Lombardia ad affrontare l’epidemia, né può ridursi all’apertura di negozi e ristoranti ma deve significare un vero e proprio terremoto economico in questa Nazione.

In pratica, per la prima volta dall’unità nazionale, si dovranno immaginare interventi di investimento nel meridione che favoriscano l’apertura di imprese, la costruzione di infrastrutture, la realizzazione di collegamenti che consentano al Sud di realizzare il Prodotto Interno Lordo e l’avanzo fiscale necessario per garantire le giuste misure assistenziali e sanitarie alla Lombardia, all’Emilia-Romagna e al Piemonte soprattutto ma anche alle altre regioni settentrionali che, seppur meno colpite dal virus, certo non presentano le stesse situazioni del Mezzogiorno d’Italia.

Non è pensabile che la Lombardia, il Piemonte e l’Emilia-Romagna possano immediatamente aprire i loro settori produttivi, né è pensabile che il resto d’Italia possa aspettarle o possa riportare in carreggiata il sistema Italia soltanto con il suo attuale e fragilissimo sistema produttivo.

Tutto ciò non può che essere accompagnato da un totale ripensamento del settore produttivo italiano, continuare a parlare di “riaprire” senza interrogarsi su come sia cambiato o stia cambiando il mondo, significa non capire che tutto ciò significherà soltanto spostare sugli imprenditori i costi della crisi economiche e disimpegnare lo Stato da ogni necessario intervento.

In un mondo che vedrà la riduzione dei commerci internazionali, la contrazione della mobilità, lo svuotamento delle spese per il superfluo e che necessiterà di ripensare l’economia italiana nei termini dell’autosufficienza nazionale, il dibattito sulle aperture senza prepararci a ciò che sta per accadere o è già accaduto significa fingere di voler riaprire le officine di maniscalco nello stesso numero in cui erano necessarie prima dell’invenzione dell’automobile.

È sicuramente una sfida complicata che dovranno affrontare da un lato le classi dirigenti tutte di questa Nazione, provando ad immaginare cosa fare nel mondo che cambia, e dall’altro il mondo politico meridionale che deve provare a superare una certa fatalistica rassegnazione condita con toni folkloristici che a nulla servono per costruire realmente il futuro.

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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