La maschera della sottomissione

Fermate il mondo, voglio scendere! Non bastava la decadenza morale, la perdita di fede, un governo incapace, l’invasione migratoria, la crisi sociale. L’emergenza del contagio prosegue ed è grande la voglia di arrendersi di chi vede l’imbroglio formidabile del potere, l’avvoltoio della nostra libertà che volteggia attorno a un virus che forse ha creato e certamente sta utilizzando per imporre un’agenda totalitaria. La rabbia impotente è quella che si prova dinanzi al comportamento di tante persone di ogni età e condizione a cui la paura ha tolto ogni razionalità, sino all’accettazione acritica di regole che stanno modificando non solo la quotidianità, ma lo stesso senso della vita.

La storia umana è piena di epidemie, ma mai la risposta globale è stata quella di fermarsi. Non vivere per non morire è la sconcertante imposizione del potere. Evitiamo di citare numeri e statistiche di mortalità in linea con il decennio precedente: i ragionamenti razionali non possono far presa su cervelli paralizzati dalla paura. Hanno vinto loro: sanno di non contare sul consenso popolare, hanno puntato sul terrore. Non vi è paura più paralizzante, totale, di quella della morte. Nessuno ne è immune e, abolite le certezze della fede, è del tutto inutile ricordare la frase di Shakespeare nel Giulio Cesare, ripresa da Paolo Borsellino: chi vive nella paura muore mille volte. E’ vero, ma è un argomento che si rivolge all’intelletto, non alla pancia delle persone. Per di più, l’appello alla paura è parallelo all’egoismo: quel che conta non è la vita, ma la “mia “vita. Tu, potenzialmente, sei un mio nemico, un untore, un veicolo di contagio.

Di qui l’accettazione supina di un principio – quello della distanza fisica (un metro, non un centimetro di meno!) – che chiamano distanziamento “sociale”, tanto per abituarci a un futuro in cui la solitudine, l’assenza di comunità, lo scioglimento ulteriore dei legami sarà regola ferrea a tempo indeterminato. Il triste ministro Speranza, titolare del dicastero della Salute (una denominazione ridicola, come se la salute, fatto individuale, possa essere stabilita dal governo, a differenza della sanità, che è un principio) avverte, con volto compunto, che ne avremo per altri sei mesi. Voglio scendere da questa giostra, a costo di contagiarmi e lasciare questa terra con un certo anticipo. Non ne posso più di discutere con feroci connazionali accecati dal timore, pronti alla delazione e alla rissa se la mascherina non è ben calata e la distanza “sociale” è di novanta centimetri.

Ho deciso di togliere il saluto a quelli che rifiutano di stringermi la mano e mi danno il gomito. Buon per voi se pensate seriamente, così facendo, di sfuggire il coronavirus. La mascherina gioca un ruolo fondamentale nella tragicommedia del terrore montata dal potere e appaltata, per la pratica attuazione, ai governi nazionali. Se il virus è davvero letale, poco varrà quel fragile scudo diventato rapidamente moda. Osserviamo signore con mascherine leopardate e giovanotti con maschera della squadra del cuore. In Italia la situazione è sempre grave, ma mai seria e la moda –mascherina dilaga. Abbiamo visto indossare una maschera – senza trattenere una franca risata che ha indispettito la proprietaria- con la scritta, rigorosamente in inglese, giusto per essere global anche nel pericolo, I love freedom, amo la libertà.

Le maschere, tuttavia, sono utilissime, indispensabili per tenerci in guardia, vivere costantemente nell’ansia e nella percezione del pericolo incombente. Sono le mascherine della sottomissione, un simbolo preciso, chiarissimo. In passato, la maschera nascondeva l’identità per far passare comportamenti o parole, ad esempio a carnevale, vietate nel resto dell’anno, ed aveva un significato rituale. Oggi è la fragile protezione, il placebo di massa contro il virus; in realtà è il simbolo visibile di quanto il potere sia forte e in grado di determinare i comportamenti. Tutti in coda, disciplinati, a distanza, muniti del variopinto DPI (dispositivo individuale di protezione) per il pane e l’aspirina. Come in guerra, manca solo la tessera annonaria, ma ci arriveremo, poiché il vero strascico del coronavirus è l’impoverimento di massa. E tu, malvagio dissidente e untore, taci.

La gente, devastata dai timori, messa in allarme da un meccanismo universale alimentato da governi, media, esperti e servitori vari, non se ne rende più conto, ma da mesi non può manifestare (molto comodo, per lorsignori), frequentare liberamente biblioteche e spiagge, partecipare a eventi pubblici senza declinare le generalità, costretta, in barba a libertà e riservatezza personale, a farsi misurare la temperatura. Nella speranza che tutto ciò migliori la lotta al contagio, ha ragione chi scorge in tali obblighi delle mere ostentazioni, dei rituali di massa che da un lato placano la paura, dall’altro rinforzano la presa del potere.

Quanto detto sin qui mi situa nella schiera dei “negazionisti”. Sì, perché la neolingua dell’anno I d.C (dopo Covid 19) è brutale e semplificatrice. Non credi alla narrazione ufficiale, o semplicemente poni domande? Sei un negazionista, un cretino malvagio che disprezza i morti e le sofferenze. Non siamo negazionisti, conosciamo i lutti del contagio, ma ci è chiaro che la crisi presente è uno strumento politico, la ghiotta occasione di un’oligarchia cinica e disinteressata alla vita per imporre un ordine mondiale fondato sulla paura, grimaldello per cancellare diritti fondamentali. In questo senso, non abbiamo mai amato tanto la libertà, quella concreta, quotidiana, di fare, muoversi, agire.

Diciamolo senza paura delle accuse di negazionismo: la pandemia ha scatenato e permesso la più grande opera di ingegneria sociale della storia. La stanno realizzando i poteri dominanti, i giganti tecnologici, Big Pharma, le organizzazioni mondialiste come l’OMS al servizio di interessi privati. Mercati liberi e uomini schiavi, in versione digitale e con maschera sul volto. Siamo arrivati al punto che il nemico non è più il virus, ma chi potenzialmente lo veicola, il vicino, l’amico, il parente, l’uomo o la donna nudi, cioè senza mascherina. Homo homini virus è la parafrasi hobbesiana del vecchio, sempre attuale, homo homini lupus. Chi riflette, chi si pone interrogativi, è spiazzato, impotente. Non si combatte contro un immenso meccanismo alimentato dalla paura: la gente si rifugia nelle prescrizioni delle autorità e nel comando degli “esperti”. Fai questo, non fare quello. Adesso anche il grottesco saluto con i gomiti è sconsigliato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Perplesso, l’uomo della strada abbozza e si prepara a nuovi distanziamenti, ulteriori solitudini. Eravamo già schiacciati dalla dittatura finanziaria, poi ci hanno imposto quella tecnologica e adesso proseguono con il regime sanitario, prodromo inquietante della riduzione zoologica del gregge umano. Contano su fedeli esecutori, torme di volontari dal dito puntato contro il prossimo (ex prossimo, in tempo di distanziamento), l’amico, il collega. La guerra di tutti contro tutti in cui unico vincitore è il potere, l’oligarchia dei padroni universali. Nessuna forza politica osa fiatare: la paura è troppa, obiettare il regime total-sanitario fa perdere voti.

Italia mia, benché ’l parlar sia indarno, cantava Francesco Petrarca nel Trecento. E davvero inutile appare ogni azione o riflessione attorno agli effetti politici, sociali, economici, antropologici del coronavirus. Forse non avrebbero conseguito un successo tanto schiacciante nel rinchiuderci nel silenzio di massa, se l’Occidente – terra del tramonto- non avesse rimosso la morte. Attraverso il contagio, il potere ci ricorda che la fredda sorella esiste. Non nutriamo più speranze di tipo religioso, la chiesa ha sostituito l’acqua santa con l’igienizzante, ha sbarrato le porte, interrotto i suoi riti – nel cui valore non crede più- e non fa che ripetere stancamente le parole d’ordine per difendere il corpo. L’anima, chi l’ha vista? Fa specie il silenzio di gran parte dei giovani. In ogni epoca, sono stati opposizione naturale al potere degli adulti. Nella fiaba di Andersen, fu un bimbo a gridare che il re era nudo. Stavolta no, stavolta tacciono ed è un silenzio che getta nella costernazione. Le manifestazioni contrarie al regime tecno sanitario che qua e là hanno mosso le prime avanguardie dissidenti si sono caratterizzate per un’età media piuttosto elevata: pessimo segno. Ai giovani hanno estirpato il pensiero critico, la gioiosa libertà di vivere l’età mettendo in discussione le verità ufficiali, i giudizi confezionati dall’alto.

Un’altra vittoria del potere che ci sovrasta, a cui danno man forte governi e sistemi culturali e di comunicazione asserviti. Ti ribelli, o semplicemente chiedi di ragionare e recuperare la normalità di ieri, peraltro non particolarmente entusiasmante? Sei un negazionista, come chi nega le camere a gas. Vai cacciato, isolato, punito. Il governo, come un buon padre, ci protegge dal virus e dai folli crudeli untori, novelli Renzo nella peste dei Promessi Sposi. Il ragazzo viveva una situazione più grande di lui e fu scambiato per untore dai monatti, gli energumeni che liberavano le strade dai cadaveri degli appestati: va, va, povero untorello, non sarai tu quello che spianti Milano.

Non siamo negazionisti, non siamo untori, non vogliamo spiantare Milano, ma ci atterrisce l’apparato industriale della paura. Viviamo, noi pochi, noi niente affatto felici, noi banda di bastian contrari, in una solitudine più pesante di quella del gregge individualista (!!!) rinchiuso nello stabbio, prigioniero del puro istinto, politicamente e zoologicamente corretto, credente nell’onnipotenza della scienza, devoto di un nuovo e antico pensiero magico. Fin qui lo sfogo, la rabbiosa reazione di chi soffre una situazione d’impotenza e di isolamento dal senso comune di una massa manipolata. Ma vogliamo offrire al lettore una riflessione più articolata, una pars construens, un abbozzo di spiegazione dei fenomeni che vediamo, a partire dal concetto di ingegneria sociale.

L’ ingegneria sociale è un metodo per agire sul legame sociale apparso nel XIX e nel XX secolo. Tra i contemporanei è un approccio costruttivista e meccanicistico in termini di fisica sociale. La società è progettata sul modello di un edificio o di un ecosistema che può essere descritto scientificamente, e di cui possiamo modificare intenzionalmente la pianta, l’architettura, ricombinare le parti tra di loro, aggiungerne o rimuoverne alcune. Una definizione di ingegneria sociale viene dall’hacker Kevin Mitnick: è un hackeraggio dei legami sociali mediante furto di identità e violazione della fiducia, per modificare il comportamento delle persone a loro insaputa.

Approcci entrambi che muovono varie discipline che ruotano attorno alle scienze comportamentali e gestionali. L’ ingegneria sociale è la trasformazione furtiva di un soggetto sociale, individuo o gruppo. Ciò che chiamiamo legame sociale, opinione pubblica, intelligenza collettiva, intersoggettività o cognizione sociale, tutta la massa di rappresentazioni ed emozioni che c’è tra noi, tutto questo non si sviluppa a caso e obbedisce ad un’architettura generale, che si può modellare, schematizzare e lavorare come un oggetto materiale o un ambiente. L’ingegneria sociale è l’impresa di modificare i rapporti di fiducia, sfiducia e indifferenza nella società per darle una nuova forma, modellare e ridefinire il legame sociale, riscrivere abitudini, automatismi e comportamenti.

Questa trasformazione vuole essere definitiva. Per questo motivo, è spesso furtiva, simile all’hackeraggio mentale, un’irruzione non avvertita. L’ingegnere sociale riscrive la percezione della realtà facendo adottare al pubblico i suoi sistemi linguistici, le sue parole chiave, la sua narrazione, secondo il principio dell’ipnosi: la parola dell’ipnotizzatore diventa la realtà dell’ipnotizzato; una (ri)costruzione della realtà. Il comportamento è definito dalla percezione della realtà, ovvero la sua rappresentazione mentale interiorizzata. Quella rappresentazione non è reale, il simbolo non è ciò che designa, la mappa non è il territorio. Eppure, diventa la carta che definisce le convinzioni profonde di tutti, il comportamento e ciò che accade nel mondo reale. Attraverso operazioni di ingegneria sociale, l’irreale acquisisce lo stesso peso del reale nelle nostre vite; la parola non è la cosa, ma ha lo stesso peso della cosa.

Nel caso del coronavirus, l’ingegneria sociale – esercitata a livello quasi planetario- ha determinato nuovi legami di fiducia / sfiducia, attraverso una storia fittizia mista a fatti reali. La narrazione ha varcato una soglia nel controllo comportamentale, sempre più invadente e intimo.  Da alcuni mesi assistiamo allo spiegamento coordinato di un gran numero di forze economiche, mediatiche, politiche e geopolitiche, governi, ONG, fondazioni, la cui azione convergente consiste nel cercare di persuaderci di qualcosa di parzialmente falso al fine di farci entrare di forza in una nuova realtà mentale.

Queste forze affermano l’esistenza di un contagio estremamente pericoloso che minaccerebbe la sopravvivenza dell’umanità. Fanno affidamento su un’epidemia classica, già conosciuta dalla specie umana, per amplificarla artificialmente attraverso parole e immagini; quindi usano il pretesto del panico così fabbricato per trasformare la società in modo irreversibile e senza alcuna necessità vitale, poiché le misure intraprese sono più pericolose del virus stesso, soprattutto per l’economia.

Una commissione d’inchiesta indipendente tedesca parla di misure sproporzionate, eccessive e ingiustificate. Un rapporto confidenziale del ministero dell’Interno tedesco ammette che durante la reclusione (lockdown, per gli anglomani del linguaggio) il 90% delle cure mediche non ha potuto essere dispensato a causa della priorità riservata a possibili pazienti con coronavirus. Quelle misure hanno interessato almeno due milioni e mezzo di persone e provocato molti decessi. In Francia, un’ondata di morti causati da analoghe decisioni è stata denunciata da membri del personale ospedaliero.

I governi, in collaborazione con istituti di sondaggi, psicologi comportamentali e tecnici della comunicazione, applicano uno strumento di ingegneria sociale chiamato nudge per indurre il consenso della popolazione al confinamento e a misure come indossare una maschera obbligatoria. Nudge significa spinta, e la teoria di quel nome sostiene che rinforzi positivi, suggerimenti o aiuti indiretti influenzano i motivi e gli incentivi che producono il processo di decisione di gruppi e individui con maggiore efficacia di istruzioni dirette, normative o adempimenti forzati. Le scienze comportamentali sono il nuovo paradigma politico perché consentono di applicare un controllo sociale più efficace della supervisione autoritaria producendo l’illusione della libertà di scelta. Il principio del nudge, orientamento morbido delle decisioni, è una sorta di soft power esteso all’intera società. Il meccanismo è stato utilizzato in particolare dai consiglieri di Barack Obama, divenuti famosi per il concetto di paternalismo libertario, uno dei mille ossimori del nostro tempo.

Nelle società liberali e libertarie, il potere gioca spregiudicatamente sulla psicologia umana e sui suoi punti deboli e pregiudizi. Étienne de la Boétie parlò già nel XVI secolo di servitù volontaria, basta sul bisogno di sicurezza. Obbedendo ciecamente al potere, si ha l’impressione di essere come gli altri, di far parte della maggioranza, il che dà una sensazione di sicurezza e protezione. Tuttavia, l’impressione è precaria, un’allucinazione come un miraggio nel deserto, fondata su combinazioni di parole, narrazioni, linguaggio. Di qui la necessità di ripetere il messaggio più e più volte per dargli consistenza.

La facilità di rinchiuderci in casa deriva dal fatto che il punto di partenza della crisi da Coronavirus sta nella realtà. Ci sono dibattiti sulla natura del virus e sulla sua origine, forse artificiale. Esistono sintomi riconoscibili. Sappiamo che le statistiche del numero dei casi e dei decessi sono truccate in aumento, ma c’è purtroppo una malattia che presenta un profilo unificato, una struttura. La malattia esiste, sebbene non nella forma presentata dai media. Tuttavia, questa forma mediatica ha un impatto sulle psicologie e provoca un’ondata di conformismo imitativo che colpisce anche i governi. Le autorità sanno che il virus è pericoloso, ma non drammatico quanto viene presentato. E’ stato agevole raggiungere il punto critico per indurre l’ondata di isteria politico-mediatica globale. La Cina dove tutto è iniziato ha posto fine all’epidemia mediatica con la grande festa organizzata a Wuhan il 20 agosto che ha riunito migliaia di persone senza maschere né distanziamenti. E stato il messaggio inviato a tutto il mondo: la Cina sta voltando pagina. L’epidemia è finita nel mondo reale, il governo cinese lo sa e lo fa sapere pubblicamente, anziché cercare di farla durare nel mondo virtuale, come da noi. Il ritorno alla normalità è una vittoria per le autorità cinesi, ma un fallimento per quelle occidentali, che temono più di ogni altra cosa che l’opinione pubblica si accorga che l’epidemia è regredita.

Il ruolo dei media è costruire una rappresentazione che avrà lo stesso peso del reale. In passato era la religione a costruire la percezione della realtà, oggi sono i media. Discorsi, grandi narrazioni e credenze hanno la capacità di piegare il comportamento con un livello di costrizione paragonabile alle leggi fisiche.  Siamo in un film horror tridimensionale che esce dallo schermo per diventare un ologramma virtuale sovrapposto al mondo reale, come se avessimo gli occhiali della realtà aumentata. Per tornare alla realtà bisogna togliersi gli occhiali, ossia smettere di riporre fiducia nel discorso politico-mediatico, la griglia obbligata di lettura universale e definitiva.

Sarà difficile, forse inconcepibile tornare alla normalità. Maschere, allontanamento sociale, gesti “di barriera” e auto reclusione sono la nuova normalità. La minaccia alla salute è venuta per restare. Dopo averci rinchiusi in casa, il prossimo passo sarà tagliare internet. L’obiettivo finale sembra essere quello di farci vivere sottoterra. Alcuni media e alcuni giornalisti stanno cominciando a capire che esiste un divario tra l’epidemia reale e l’epidemia psicologica del panico. In assenza di un grave rischio per la salute, le misure di reclusione e allontanamento sociale obbediscono a un protocollo di gestione della folla di natura politica: le persone devono aver paura di lasciare le loro case e riunirsi. Le autorità hanno inventato la prigione domestica. La crisi orchestrata dai media è il loro capolavoro. Il bombardamento informativo è quotidiano, di artiglieria pesante. Intanto la Cina festeggia la fine dell’epidemia. Altri seguiranno. Vedremo presto quali paesi sono liberi, quelli che stanno tornando alla normalità e quelli che faranno durare l’epidemia con una seconda ondata.

L’opposizione- popolare, non parlamentare – ha un raggio d’azione molto limitato in questo periodo. Eppure è maggioranza, anche se non lo sa, mentre il potere vigente è una dittatura delle minoranze, il cui lavoro consiste nel mantenere il controllo del pensiero e del comportamento della maggioranza, attraverso operazioni di ingegneria sociale e ipnosi collettiva. Il nostro ruolo, quello della maggioranza, è rovesciare la tirannia delle minoranze, e gettare nella spazzatura la maschera della sottomissione.

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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