La primavera silenziosa: l’alba del “capitalismo della sorveglianza”

“Primavera silenziosa” è un libro della biologa ed ambientalista americana Rachel Carson. Scritto nel 1962, è considerato il testo-manifesto del nascente movimento ecologista. Il titolo fa riferimento all’uso indiscriminato di DDT (diclorodifeniltricloroetano), il composto chimico all’epoca largamente utilizzato come disinfettante e insetticida, specie in ambito agricolo. Il prodotto aveva un terribile impatto su molte specie animali, che vennero sterminate, rendendo silenziosa la primavera, non più allietata dal volo e dal canto degli uccelli. Di passo, si scoprì che il DDT era altamente dannoso anche per l’uomo, con gravi effetti cancerogeni che portarono, non senza una dura battaglia, al divieto della sua utilizzazione.

La primavera del 2020 è silenziosa per motivi diversi. La paura del Coronavirus ci ha confinati in casa. I giardini delle città non risuonano più delle voci dei bambini, il distanziamento sociale si rende afasici. Anche le lunghe code davanti ai negozi sono tristi, in genere mute, come muti sono i passeggeri dei mezzi pubblici. Non ci possiamo più parlare e neanche guardare in faccia, nascosti dalle mascherine.

La speranza è che si tratti di un intermezzo, una triste pausa nella frenesia postmoderna, ma il rischio è che questa maledetta primavera sia la prima di un’era nuova, caratterizzata dal silenzio, dall’isolamento e soprattutto da una nuova unanimità obbligata. Per paura, abbiamo rinunciato senza fiatare a enormi spazi di libertà, accettando persino che fossero calpestate le modalità formali, tanto importanti, in apparenza, nelle società aperte in cui presumevamo di vivere. Se attorno al virus si è sviluppato un gigantesco esperimento di ingegneria sociale, cosa di cui siamo convinti, questo esperimento è perfettamente riuscito. La primavera silenziosa, simboleggiata dal tetro deserto dei giardini e dall’assenza del vociare vitale dei più piccoli, minaccia di travolgerci.

Il libro più importante degli ultimi anni è sicuramente “Il capitalismo della sorveglianza”, della docente americana Shoshana Zuboff. Temiamo che la sua documentata indagine abbia colto nel segno. Proprio l’emergenza sanitaria globale – qualunque sia la causa e la portata dell’infezione – sembra confermarlo. In Italia, al di là delle specifiche scelte del potere politico, abbiamo sperimentato il silenzio assordante – il nostro – e il coro altrettanto assordante del sistema di comunicazione. All’inizio e alla fine di ogni blocco pubblicitario e di ogni trasmissione radiotelevisiva, abbiamo visto e ascoltato lo stesso annuncio imperioso, diventato “virale” in tempo di virus: restate a casa. In più, ossessivamente, siamo bombardati dall’intimazione di non prestare fede ad altri che al governo e al potere. Solo loro, depositari della verità e della Scienza, con l’ausilio dei cosiddetti esperti, conoscono la Verità, il Bene e il Giusto. Di fatto, siamo fuoriusciti dalla democrazia sostanziale e dal perimetro di libertà in cui credevamo di vivere, recettori passivi e silenziosi di messaggi sempre più numerosi, potenti ed univoci.

Non dubitiamo della buona fede e delle ottime intenzioni di alcuni, ma di fatto è stato vietato il dibattito e il confronto con lo stesso accanimento repressivo con cui sono perseguiti i reprobi, quelli che non si attengono, in tutto o in parte, alle prescrizioni calate dall’alto senza dibattito. Ci hanno scagliato contro un apparato punitivo che non conoscevamo, coadiuvato dalla delazione privata. Abbiamo visto sorvolare le città da droni tesi a scoprire dove ci trovavamo, mentre gli apparati di potere ci hanno fatto sapere che sono in grado di sorvegliare – e punire- attraverso il controllo dei telefoni. Il potere panottico “che osserva tutto”, lo abbiamo visto in azione e la domanda è: agisce per noi o contro di noi? La dimensione della sorveglianza, dunque della manipolazione profonda, attraverso le risorse della psicologia sociale, dell’antropologia e della tecnologia digitale, si è impadronita della nostra vita.

Poiché il salto è enorme ed il cambiamento fa presagire un mutamento di paradigma storico ed esistenziale, occorre meditare sulla primavera silenziosa, affinché non diventi la nuova quotidianità. Riportiamo le definizioni del tempo presente proposte da Shoshana Zuboff, convinti che la ricercatrice, pur coraggiosa, non sia arrivata al fondo delle cose, concentrandosi sugli aspetti della vita economica e trascurando in parte la ferita alla dimensione morale e spirituale dell’umanità. Il capitalismo della sorveglianza è un nuovo ordine economico che sfrutta l’esperienza umana come materia prima per pratiche commerciali segrete di estrazione, previsione e vendita; una logica economica parassitaria nella quale la produzione di beni e servizi è subordinata a una nuova architettura globale per il cambiamento dei comportamenti; una mutazione pirata del capitalismo caratterizzata da concentrazione di ricchezza, conoscenza e potere senza precedenti nella storia dell’umanità; lo scenario alla base dell’economia della sorveglianza; un’importante minaccia per la natura umana nel Ventunesimo secolo, proprio come il capitalismo industriale lo era per la natura nei secoli Diciannovesimo e Ventesimo; l’origine di un nuovo potere strumentalizzante che impone il proprio dominio sulla società  e sfida la “democrazia dei mercati”; un movimento che cerca di imporre un nuovo ordine collettivo basato sulla sicurezza assoluta; un’espropriazione dei diritti umani fondamentali che proviene dall’alto: la sovversione della sovranità del popolo.

Il mondo anglosassone è essenzialmente pragmatico, per niente metafisico. La Zuboff non sfugge alla regola, ma l’insistenza sul versante economico del tema presenta due vantaggi: rende comprensibile l’attacco sferrato dai padroni universali a un largo pubblico educato solo ai valori materiali, strumentali; in più afferma in termini accessibili che il presente è caratterizzato da ferrei monopoli, che dall’ambito economico tracimano in quello della conoscenza, della comunicazione e del senso della vita. La “democrazia dei mercati” altro non è che il diritto a operare in libertà, mentre il panorama reale è quello di squali finanziari sempre più grandi che mangiano, digeriscono e sputano ogni altro attore economico.

Diciamo di più: se lo scopo di alcuni è certamente la compravendita dei dati e meta-dati ricavati dalla sorveglianza e dalla profilazione, l’obiettivo ultimo è di natura antropologica. Ovvero il dominio su un’umanità ridotta prima a consumatrice, poi a capi di bestiame d’allevamento dalla vita (e dalla morte) programmata prima della nascita. È una lotta per il potere basato sulla conoscenza (e sulla conseguente predittività dei comportamenti) a cui la Zuboff oppone tre domande raggelanti, rispetto ai nostri comportamenti: “chi lo sa? Chi decide chi lo sa? Chi decide chi decide chi lo sa?” I principali imputati sono i giganti di Silicon Valley, Google, Facebook, Amazon, Apple, oltre a Microsoft, la creatura del “filantropo” dei vaccini, BillGates, ma non possiamo dimenticare che i monopoli privati sono alleati e collegati al piano più elevato dell’oligarchia finanziaria, militare e industriale, le cui propaggini operative sono gli apparati riservati di intelligence di alcune potenze occidentali.

La posta in palio, non dimentichiamolo, non è tanto un maggiore o minore benessere materiale, ma addirittura il libero arbitrio, la più importante delle facoltà umane. Scrive Lorenzo Bertocchi sul “Timone”: “il capitalismo della sorveglianza è davvero pericoloso, non solo perché è un attacco alla democrazia e alla distribuzione della ricchezza, certo anche per queste cose, ma è tremendo perché si insinua silenzioso nella battaglia tra bene e male. (…) Quanto meno siamo liberi tanto meno scegliamo davvero noi il bene e il male, perciò diventiamo come gli animali, che non conoscono atti davvero malvagi, ma nemmeno buoni. (…) Come tante marionette mettiamo a disposizione non solo il nostro portafogli o il nostro voto, ma direttamente la nostra capacità di scegliere e fare il bene. Come topi nel labirinto ci troviamo a procedere in una direzione obbligata che potrebbe perfino risultarci piacevole. È questo il controllo che si vuole raggiungere, quello di predire e poi orientare i nostri passi verso il falso bene dei sorveglianti”.

I quali, non dimentichiamolo, sono i padroni universali, i beneficiari della privatizzazione di tutto e dell’acquisto di corpi e anime. C’è di peggio, ed è quello che rende davvero horror lo scenario: siamo noi stessi a collaborare, finanche a pagare per diventare schiavi: l’inveramento del mito della caverna di Platone. Tutto ciò con il gigantesco imbroglio della “comodità”, della “facilità”, con la quale, fingendo di conservare le forme della procedura democratica (derogate senza colpo ferire in questi mesi sotto la pressione di un’emergenza grave, ma artatamente gonfiata) e diffondendo senza posa messaggi di falsa libertà (il bispensiero di Orwell), ci hanno ridotti al silenzio. Paura, terrore, e un apparato repressivo sempre più occhiuto in cui un numero crescente di parole, idee, prese di posizione, domande, sono proibite per legge. L’assenza di significative reazioni ha reso più facile procedere nell’operazione di riconfigurazione antropologica per via tecnica e tecnologica: primato della Scienza, mito del Progresso, discredito e pubblico ammutolire di ogni dissidenza.

Ci permettiamo un’autocitazione, dal nostro Tecnopolis (Effepi Edizioni). “Etienne De La Boétie aveva già constatato con meraviglia una costante attitudine umana al servaggio.  La libertà è la sola cosa che [gli uomini] non desiderano affatto, o almeno così sembra, per la semplice ragione che se la desiderassero, l’avrebbero: come se rifiutassero un bel guadagno solo perché troppo facile da ottenere.  I classici del pensiero sono molto studiati dalle élite del mondo. La cultura che negano a noi, destinatari di un sapere frammentato e strumentale, è di casa nelle università di chi è destinato al comando, dove si studia persino l’arte della retorica, ripresa dal pensiero greco. Il collo di bottiglia in cui ci hanno imprigionato, la caverna che abitiamo con il privilegio della connessione, non prevede la conoscenza e tanto meno il pensiero critico. Al gregge non è concesso di vedere il volto del padrone, solo il pastore ed i suoi cani. Loro forniscono il buon pascolo, loro conducono verso il mattatoio.”

“La tecnologia cui è stata data mano libera, attraverso finanziamenti immensi che hanno facilitato continue scoperte ed avanzamenti di conoscenza è ormai incontrollabile, tanto che un fisico ungherese premio Nobel, Dennis Gabor, teorizzò apertamente un principio che da lui prende il nome (legge di Gabor): tutto ciò che è tecnicamente fattibile, deve essere realizzato, sia che tale realizzazione sia giudicata buona o condannabile. Questo è lo stato dell’arte, (…) che guida l’azione dei padroni del mondo.  Il paradigma citato chiude il cerchio, realizzando il villaggio globale immaginato da Marshall Mc Luhan, in cui, teoricamente, tutti controllano tutti, ma dove gli schiavi siamo noi, giacché l’intero apparato – il più esteso nella storia millenaria dell’homo sapiens – è gestito per propri interessi ed utilità da un grumo di entità private e pubbliche ad un livello superiore”.

Diventiamo silenziosi in quanto indifesi in termini di autonomia, solidarietà comunitaria e libertà. Il testo della Zuboff è, involontariamente, un capolavoro del genere horror. “Fatico a ricordare un libro che mi abbia inquietato come quello della Zuboff, con la sua descrizione di gotici algoritmi demoniaci che ci pedinano ogni istante di ogni ora di ogni giorno per prosciugarci di tutti i nostri metadati. “(Sam Biddle, The Intercept). Orrorifico, ovviamente, non è il libro, ma lo scenario che ricompone.

Purtroppo l’immensa maggioranza della popolazione non possiede più i filtri critici e neppure una sommaria informazione di verità su quello che sta accadendo non intorno alla sua vita, ma addirittura dentro il corpo e l’anima di ciascuno. Altrettanto silenziose sono le agenzie di senso, le religioni e le teorie morali. Grande sconfitta è la libertà concreta, quotidiana. La consapevolezza è scarsa e la reazione – lo abbiamo verificato nei mesi di emergenza sanitaria – pressoché nulla. La primavera silenziosa minaccia di diventare un lungo inverno di disumanità e costrizione. Nutriamo poche speranze, ma una resta: sfruttare le fenditure, gli interstizi, gli spazi residui di autonomia e dissenso per alimentare un cambio di paradigma che smascheri chi ci sta rendendo muti, a cominciare dal tradimento plateale della stessa ideologia a cui lor signori affermano di riferirsi, il liberalismo.

Per amore di noi stessi e della libertà, come ha rilevato acutamente un osservatore, forse l’inganno globale del Corinavirus potrà servire per salvare il liberismo da se stesso, a partire da un brano rivelatore del manifesto del Partito Comunista del 1848 di Karl Marx: “[la borghesia, ovvero il capitalismo] al posto delle innumerevoli libertà patentate e onestamente conquistate, ha messo, unica, la libertà di commercio priva di scrupoli.” Una libertà per pochi che si trasforma in dominio “tecnico” inflessibile, totalitarismo sempre meno mascherato. Ne riparleremo, nella speranza – o nella generosa illusione – che la primavera silenziosa del nostro scontento diventi estate fragorosa di libertà.

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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