La vittoria di Malthus al tempo del virus

È tremendamente difficile trattare un argomento come quello che stiamo per affrontare, nel momento in cui paure ancestrali, probabilmente manovrate ad arte dal potere, distraggono la stragrande maggioranza, impegnata a salvare la pelle tra panico, mascherine e città spettrali dove è proibito anche il caffè. Eppure, Cassandra non tacque benché sapesse di non essere creduta. Abbiamo una paura più grande di quella dell’infezione: temiamo che siano in corso prove pratiche di gestione zootecnica della nostra società. Al tempo del virus, vince Malthus. Negli ospedali, confidano amici fidati, già si prodigano le cure in base all’età. Sei più anziano? Sei già vissuto abbastanza, verrai intubato se avanzeranno posti e materiali.

La riflessione è partita dalla Società Italiana di Anestesia, Analgesia Rianimazione Terapia Intensiva (SIAARTI). Per una volta, bisogna essere grati ai tecnici, agli “esperti”, di aver posto un quesito esistenziale. Spaventa la risposta che immaginiamo da parte di una società che ha oltrepassato da tempo il confine tra umano e postumano, atterrando senza problemi nel territorio dell’antiumanità. La premessa è che, nel caso del Coronavirus, ci sarebbero minori motivi di panico se l’Italia non avesse scientificamente smantellato un sistema sanitario che, nell’ambito delle emergenze, è tarato per cinquemila persone: tanti sono i posti pubblici di terapia intensiva disponibili nel Bel Paese. Ci saranno occasioni per maledire la libera circolazione, il virus ostinato della globalizzazione, la privatizzazione di tutto. Il problema è, come si diceva qualche anno fa, “a monte”.

La vita umana non è più un valore in sé, tanto meno un principio non negoziabile. I cosiddetti “esperti”, la tecnocrazia, è il battistrada di una concezione zoologica, zootecnica, bestiale della persona umana. È lecito distruggere vite prima della nascita, a semplice richiesta di una delle due parti coinvolte, il non-genitore 1 o 2. Non di un nuovo essere umano si tratta, ma di un grumo di cellule imprudentemente formatosi all’interno di un organismo di genere femminile, per scarsa cautela nell’incontro sessuale con un organismo di genere maschile. Due opposte imprudenze negli attimi del piacere; lo Stato provvede, a spese di tutti, a liberare della zavorra. Si comincia a sdoganare l’infanticidio, con il disgustoso espediente semantico dell’“aborto postnatale”. Del resto, anche l’aborto, termine e pratica che mantengono un certo alone negativo, è detto, in burocratese (e politicamente corretto) interruzione volontaria di gravidanza, IVG, nell’acronimo di legno delle circolari sanitarie.

La morte deve essere “degna”, nascosta per non turbare le generazioni fragili e consumistiche dell’apericena e dello sballo; di qui il nuovo nazismo buonista dell’eutanasia come supremo gesto di libertà dell’individuo assoluto, meglio se gratuita, praticata in ambiente asettico, accompagnata dalla musica preferita dal morituro, già de cuius per aver lasciato precise disposizioni testamentarie. Lontano dallo sguardo terrorizzato dei rari passanti con mascherina al tempo del Coronavirus, e con sollievo di assicurazioni, aziende sanitarie ed esperti di bilancio. Ritorna Thomas Malthus, il prete anglicano inglese fattosi economista ultra liberale, gran partigiano della diminuzione della popolazione.

Il buon Malthus non era un malintenzionato: osservava con dolore la povertà delle masse urbanizzate inglesi della prima rivoluzione industriale, cenciose, malaticce, sfruttate. Fu il primo demografo scientifico; nel Principio di popolazione espresse così la sua tesi: “la popolazione, se non è controllata, cresce in proporzione geometrica, mentre i mezzi di sussistenza crescono solo in proporzione aritmetica”. Uomo di fede e, a suo modo, di principi, suggeriva l’astinenza sessuale in alternativa al freno incontrollato di guerre, pestilenze e altre catastrofi. Propose quindi di abolire le timide leggi a favore dei poveri della prima parte del XIX secolo, contando che la natura avrebbe risolto da sé il problema.

I poveri non erano ancora considerati i meno adatti alla sopravvivenza, ma una generazione dopo Malthus, ci pensò Charles Darwin a fornire al capitalismo trionfante l’armamentario ideologico – travestito da verità scientifica – della struggle for life, la lotta per la sopravvivenza. Le oligarchie di potere contemporanee – finanziarie e industriali e tecnologiche – sono sospettate da decenni di praticare, sotto mentite spoglie, politiche neo-malthusiane, ovvero di programmare con vari espedienti un mondo molto meno popolato di quello attuale. Vere o false intenzioni, ma le società occidentali hanno sviluppato un senso comune ostile alla vita.

Lo spettacolo delle nostre città deserte, con rari passanti dall’aspetto spettrale, tra mascherine e altre protezioni del viso, in fila davanti a farmacie e supermercati, con le forze dell’ordine nelle stazioni impegnate non contro i criminali, ma a chiedere conto degli spostamenti da autocertificare per non incorrere nell’apparato repressivo del potere, dovrebbe destare qualche riflessione, pur nell’emergenza. Incidentalmente, prendiamo atto che le migrazioni sull’asse Sud-Nord sono istantaneamente cessate, a comprova della natura eterodiretta e criminale del fenomeno. Sbalordisce che il temibile virus dei pipistrelli (?!?) non colga l’organismo fragile dei bambini, se non pochi immunodepressi, ma faccia strage tra chi è affetto da patologie multiple. Un sito di informazioni, Sputniknews, rilancia la dichiarazione scritta del portavoce del ministero degli esteri cinese che accusa senza mezzi termini l’esercito americano di aver portato il virus a Wuhan. O è un falso clamoroso, o la teoria dei pipistrelli entra nel novero delle favolette ad uso del gregge umano.

Di questo ci sarà, speriamo, tempo di parlare, ma intanto l’istinto popolare prende il sopravvento. Paura del contagio, certo, ma anche la razionale, razionalissima convinzione che le terapie saranno selettive. Meglio tapparsi in casa e sperare; un amico economista afferma che, quando potremo tirare le somme dell’accaduto, sarà più pesante il bilancio delle vittime “economiche” rispetto a quello dei morti per l’epidemia. Speriamo che abbia torto, ma il conto, per la nazione intera e intanto per milioni di persone che vivono di commercio, turismo, artigianato e di tutte le altre attività messe in crisi o bloccate, sarà molto salato. Diverso sarebbe lo scenario se disponessimo della sovranità economica e monetaria e potessimo svolgere politiche a protezione della nostra gente, attraverso un piano nazionale da finanziare con specifiche emissioni pubbliche. Non si può, la superstizione liberista lo vieta: un’altra volta, vince Malthus.

Sappiamo di esporci all’accusa di catastrofismo e di profezia di sventura male informata. Tuttavia, osiamo addentrarci in un tema spinoso, che avrebbe bisogno di ingegni ben più provveduti.

Per l’oligarchia dominante l’uomo è un animale intelligente, ma è sempre un animale: perché attribuirgli uno statuto speciale, o rivestire la sua esistenza di un valore in sé, estraneo al calcolo, alla statistica, alla zootecnia travestita da progresso? Reductio ad carnem la chiama Pier Paolo Del Monte: riduzione a carne. La postumana futura umanità si basa sul concetto di “vita degna di essere vissuta”. Chi lo stabilisce, quali i criteri per determinare la dignità della mia vita, sino a decidere di sopprimerla? Quando, perché, in base a quali principi, se non l’interesse di un potere sovrastante e nemico?

Nella lingua greca classica, il concetto di tempo è reso da due vocaboli di significato assai distinto, crònos e kairòs. Il primo si riferisce al tempo logico e sequenziale, il secondo indica una pienezza qualitativa, il momento in cui accade qualcosa di speciale. Temiamo molto che stia scoccando il “kairòs”, il tempo in cui viene organizzato il salto qualitativo della sorveglianza, della riduzione definitiva delle masse umane a prodotto zootecnico da manipolare secondo disegni orientati al dominio e all’accettazione, dopo un incubazione di due secoli, della prospettiva malthusiana. Siamo troppi, occorre provvedere. Vent’anni fa nessuna persona di buon senso avrebbe pensato alla teoria del genere, all’istituzionalizzazione del matrimonio omosessuale, all’eutanasia come prospettiva accettata, alla banalizzazione più assoluta delle pratiche contraccettive e alla riduzione dell’aborto a meccanismo tra gli altri di riduzione delle nascite.

Il male assoluto è il nazismo storico, ma l’operazione AktionT4, destinata a sopprimere vite indegne per i criteri nazionalsocialisti, viene replicata su larga scala dalle nostre sedicenti democrazie. Il più acceso sostenitore della nuova barbarie civilizzata è il solito Pierre Singer, pensatore ultra darwinista, per il quale va riformulato il concetto di persona. Nascituri, neonati e disabili non sono persone, poiché mancano della coscienza del “sé”. Di più: la loro morte porterebbe beneficio a persone sane (l’utilitarismo di Bentham in forma estrema…). Quindi è “giusto” uccidere. L’infanticidio, ribattezzato aborto postnatale, diventa “eticamente ammissibile in tutte le circostanze in cui si verificherebbe l’aborto”. Ad esempio in caso di ripensamento dei genitori, licenziamento di uno di essi, aspetto fisico indesiderato del neonato o non rispondente a canoni estetici e aspettative.

Non sono ipotesi, ma posizioni espresse ufficialmente in documenti come quello dei ricercatori Alberto Giubilini e Francesca Minerva. Per loro, si può sopprimere il neonato se non ha “il potenziale per avere una vita (almeno) accettabile, ma il benessere della famiglia è a rischio”. Si nascerà per censo? Malthus era assai più moderato. La nuova eugenetica, alla prova di circostanze eccezionali, come un’epidemia,lascia senza fiato: sterminio puro, al riparo della “vita degna”, misurata con il portafogli, l’aspettativa di vita statistica. Tutto il potere ai matematici attuariali, in attesa di trasformare le professioni mediche in ordini di sicari seriali, boia in guanti e mascherina. Ridateci Mastro Titta, il boia di Rugantino.

In un altro studio, infarcito di pretese filosofiche, si asserisce che è “ragionevole pronosticare che vivere con determinate patologie sia contro l’interesse del neonato”. L’interesse migliore è dunque la morte, decretata da qualcuno che sta in poltrona, compulsando i protocolli ministeriali. La vita è degna di essere vissuta se lor signori ritengono che corrisponda ai criteri vigenti in un dato momento storico, diffusi attraverso la potenza di fuoco del sistema di comunicazione, intrattenimento e cultura. Per il cosiddetto fine vita, la questione è più semplice: la sofferenza terrorizza tutti, non esiste più comunità o famiglia che supporti malattia e decadenza. Un’iniezione e tutto è risolto, previo testamento pubblico. In Svezia un illustre clinico ha già proposto di cibarsi dei cadaveri: speriamo che la normativa preveda il consenso del futuro pranzo.

Per chi scrive, una vita degna è quella che permette di leggere, scrivere e studiare, per un altro di avere rapporti sessuali; un terzo non saprà rinunciare alla buona cucina, un altro ancora ai viaggi o alla presenza di chi ama. La società libera, democratica, soggettivista è un colossale cimitero nel quale nessuno è al sicuro. Momenti come quelli attuali, in cui affrontiamo un’epidemia di cui sappiamo poco, se non che in Cina è stata circoscritta in qualche settimana, fanno paura per tutto ciò che ci faranno accettare in cambio dell’uscita dall’emergenza.

La malattia, la vecchiaia, il disagio psichico e la vecchiaia possono essere agevolmente vinti con un’accurata opera di selezione. Le epidemie, ben vengano, e comunque i laboratori riservati delle maggiori potenze e dei grandi monopoli privati sono già in grado di determinarle. La guerra chimica delle trincee della prima guerra mondiale può essere replicata con maggiore sofisticazione. Ma già, siamo pazzi, profeti di sventura, il potere lavora per noi, veglia e ci custodisce. Anche il pastore custodisce il gregge, ma lo scopo resta il mattatoio. Preferite credere al dolce sorriso della signora Van der Leyen, l’oligarca europoide che, in un italiano da Sturmtruppen, ci assicura che l’Europa è una grande famiglia? O all’altra Erinni, la francese Lagarde, la guardia, un nome un presagio, da poco al vertice della BCE, reduce da aver proclamato che gli anziani vivono troppo a lungo, il cui esordio, dinanzi all’emergenza economica da coronavirus, è stato un atto di brutale sincerità. “Non siamo qui per chiudere gli spread”. Nessuna gaffe, solo la verità. I banchieri non sono benefattori, quelli centrali meno degli altri. Inoltre, la piacente signora parigina in grigio ci ha ricordato che la BCE non è una vera banca centrale: non fa da prestatore di ultima istanza, ma da pilastro di oligarchie nemiche e, ci tocca pensare, assassine.

Cassandra non venne creduta, ma diceva il vero. Auguriamoci che la campana non suoni proprio per noi, per me o per te, e la nostra vita non dipenda dai modelli della matematica attuariale. Malthus ha vinto, pensava che non fosse nell’interesse dei poveri nascere, vivere, riprodursi. Uomo di fede, non proponeva assassinii diretti, ma continenza sessuale, abolizione degli aiuti e della beneficienza. Il coreano tedesco Byung Chul Han tracciò qualche anno fa un inquietante segnavia, descrivendo gli effetti delle nuove logiche sulla massa, indotta a una specie di auto-schiavitù della mente. Se la campana suonerà proprio per me, che soddisfazione morire nel mio interesse!

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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