L’agricoltura italiana in crisi: moriremo anche di fame?

Parlando degli effetti economici negativi della pandemia da coronavirus, poco o affatto, si è parlato di ciò che esso produrrà sul primo settore, l’Agricoltura, settore strategico se non altro perché provvede a produrre quella materia prima che è il cibo.

Sebbene l’ultimo “Decreto Conte” abbia escluso l’attività agricola dalla “chiusura”, come è accaduto per altre attività produttive, oggettivamente si sono create situazioni che stanno ripercuotendosi sul comparto creando non poche difficoltà. Ad esempio, per l’ortofrutta, soprattutto quella primaverile e quella meridionale, è necessario di questi tempi avere a disposizione delle aziende un’ampia platea di manodopera perché si tratta di lavorazioni (come la diradatura, come la sarchiatura, come la raccolta, le fragole “Candonga” del metapontino sono già mature…) da fare in tempi brevi e con alta densità di presenze nei campi.

Si pensi che dalla Puglia, in questa stagione, cominciano a muoversi centinaia e centinaia di autobus che trasportano migliaia di braccianti verso la vicina Basilicata per la raccolta delle fragole, per la diradatura delle albicocche e delle pesche, per la sarchiatura degli ortaggi estivi. Con questi limiti alla mobilità che sono stati posti necessariamente al fine di fronteggiare l’emergenza, come si potrà risolvere questo problema? Il Ministro delle Politiche Agricole Bellanova sembra quasi sparita dal contesto, non appare affatto “sul pezzo”, come se questi problemi potessero risolversi da soli.

A questi problemi, direttamente collegati con l’emergenza, se ne aggiunge un altro non meno grave e del quale poco si è parlato: la siccità, oramai perdurante. In alcune regioni, come la Basilicata ed il Tavoliere, l’ultima pioggia che possa dirsi tale si è registrata agli inizi di ottobre. Ci sono le dighe lucane (che dovrebbero contenere centinaia di milioni di metri cubi di risorsa idrica) ai minimi storici e da questi invasi dipende l’agricoltura lucana (che fornisce un quarto della produzione di ortofrutta lavorata dalle cooperative “rosse” in Emilia Romagna), l’agricoltura pugliese, il potabile lucano ed il potabile pugliese e, quando funzionava l’ILVA, proveniva l’acqua che serviva per il raffreddamento degli altiforni.

Tra l’altro la diga di “Montecotugno” (la più grande diga d’Europa in terra battuta) presenta da almeno 4 anni una lesione allo sbarramento che ne limita fortemente la capacità di invasamento e l’Ente di Irrigazione di Puglia e Basilicata (Ente governativo) ancora non ha posto riparo a questa situazione.

Nel foggiano, “granaio d’Italia”, il grano sta spigando con molto anticipo lasciando prevedere una drastica riduzione della produzione di grano duro. I pascoli per gli allevamenti allo stato brado e “fuori stalla” non hanno erba sufficiente per garantire agli armenti cibo a sufficienza e soprattutto la qualità del prodotto lattiero-caseario che dipende anche dalla ricchezza e dalla varietà delle erbe ruminate. Altrettanto si riferisce della collina abruzzese (zona di Atri e dintorni).

Insomma tempi duri attendono il settore primario italiano e meridionale che, come in una sorta di circolo vizioso, rischia di ripercuotersi sulla stessa emergenza “Coronavirus” se questa situazione si protrarrà generando una carenza o anche una forte riduzione di derrate alimentari. Insomma, mentre Teresa Bellanova dorme, rischiamo anche di morire di fame.

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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