Le metamorfosi del Coronavirus

Gregor Samsa, svegliandosi una mattina da sogni agitati, si trovò trasformato, nel suo letto, in un enorme insetto immondo. È l’incipit di uno dei romanzi capitali del Novecento, Le Metamorfosi di Franz Kafka. Chissà che cosa scriverà chi saprà interpretare l’ultima metamorfosi, fulminea, della nostra esausta civilizzazione globalitaria, determinata dal grande (forse) contagio da virus Covid 19. Ci viene in mente una lettura del liceo, imposta da un inflessibile professore di inglese. Si trattava di una pièce teatrale, Volpone, di Ben Jonson. Il protagonista, un po’ George Soros e un po’ Paperon De’ Paperoni, iniziava la giornata dando “salute al nuovo giorno, e subito dopo al mio oro! Apri il sacrario, che possa vedere il mio santo.” Il Volpone globalista, liberale, libertario e liberista, teso a distruggere muri per allargare l’impero dell’avere, vive una singolare metamorfosi al tempo del virus, delle città chiuse e della grande paura.

Scriveva Ennio Flaiano che nel medioevo l’uomo era abitante di due città: quella terrena e quella celeste. Quella terrena non era perfetta, quella celeste sì. Era inutile cercare la realizzazione di se stessi nella città terrena, poiché quella pienezza l’uomo poteva trovarla, dopo una vita proba, nella città di Dio. La Raison, la civiltà industriale che ne derivò, abolì la città celeste. All’uomo restava di realizzarsi nella città terrena, trovare in vita la felicità promessa dopo la vita. Da qui la filosofia del successo, del libero amore, del perseguimento della felicità e del benessere. L’uomo non vuole più soffrire in questa città terrena, né rinunciare a nulla. Ma la civiltà del benessere porta con sé l’infelicità, poiché propone all’uomo i simulacri da raggiungere e riduce ogni conquista in termini materiali, quindi deperibili.

La paura immediata di oggi riguarda la vita, la salute, ma la seconda, quella della grande metamorfosi temuta, è figlia della riduzione di tutto a benessere, anzi ben-avere. L’orgoglioso dominatore dell’universo, convinto di controllare tutto, prevedere tutto, risolvere tutto attraverso la scienza e la tecnica, è pervaso da un orrore ben più grande di quello del progenitore medievale che vedeva nelle pestilenze e nelle carestie la mano di Dio e si preparava a rendere conto di se stesso. Quasi tutto è oggi perduto: l’uomo occidentale è un insetto che scopre l’orrore di sé e non sa capacitarsi. Persino la religione tace e ripete stanche raccomandazioni igieniche. L’uomo è solo la sua carne, estrema difesa la mascherina. Uno degli ultimi pensatori cristiani, Soren Kierkegaard, in “Timore e Tremore”, rammentava il misterioso rapporto tra Dio e uomo, fede e ragione, trascendenza e volontà. “Se l’uomo non avesse una coscienza eterna, se al fondo d’ogni cosa ci fosse una potenza selvaggia e ribollente che produce ogni cosa, il grande e il futile, nel turbine d’oscure passioni; se il vuoto senza fondo, che nulla può colmare, si nascondesse sotto le cose, che cosa sarebbe la vita, se non disperazione?”.

Tralasciamo allora le ipotesi sulle cause del virus, sulla follia di aver sacrificato ogni cosa alla ragione economica e torniamo ai fondamentali, all’inaspettata metamorfosi che ci ha colto dopo i sogni sulla diafana, esilissima nuvoletta rosa che ci avevano convinto di abitare. Ancora Ennio Flaiano: viviamo con i piedi fortemente poggiati sulle nuvole. Che fare, dunque, oltre ad attendere sul divano l’evolversi del contagio e rimpiangere i bei tempi in cui si poteva prendere un caffè al bar? Nessuno lo sa, ma se ciò che viviamo non ci convince che siamo sulla strada sbagliata, non sappiamo davvero che cosa potrà trarci dall’abisso, politico, esistenziale, di civiltà a cui ci richiama la moderata pestilenza postmoderna chiamata corona virus.

Intanto siamo -non solo noi italiani- nelle mani peggiori per affrontare il nemico invisibile, indifferente a ponti, frontiere aperte o chiuse.  Ci chiedono comportamenti esemplari, dopo aver sparso per decenni libertà astratta, divieto dei divieti, soggettivismo assoluto. Una popolazione educata da secoli all’egoismo e all’individualismo, diventati leggi nell’ultimo devastante mezzo secolo, dovrebbe, con un’ulteriore metamorfosi, offrire un comportamento generoso, altruista, civicamente ineccepibile. Tutto sommato, la gente comune sta dando prova di maggiore serietà delle sue èlite. Certo, dà fastidio l’infantilismo da “generazione fiocchi di neve” delle lenzuola e dei cartelli che vediamo sulle vetrine chiuse e sui davanzali: “andràtuttobene”, preceduto dal cancelletto che è d’obbligo chiamare hashtag. No, non sta andando tutto bene e non sappiamo come finirà. Impegnarsi sempre, illudersi mai, tanto meno credere che il nostro contributo sia mettere alla finestra farseschi arcobaleni. È imbarazzante la guerra di simboli che osserviamo uscendo di casa con aria da cospiratori per comprare pane e disinfettanti.

Chi brandisce l’arcobaleno e chi il tricolore contro il virus indifferente. Anche il Covid 19 ha una destra e una sinistra, identitari contro cosmopoliti, ma in fondo l’arcobaleno è per molti l’immagine naturale che è sempre stato: il simbolo fisico del ritorno del bel tempo, la quiete dopo la tempesta. Non sarà facile che vada tutto bene con gli ospedali tagliati sull’altare dell’austerità, i farmaci non specifici e una gestione politica imbarazzante. Non è tutta colpa loro: l’incompetenza dei governanti è riflesso dell’incompetenza nostra, che è riflesso dell’incompetenza dei governanti. Nessun gioco di parole: solo la causalità “circolare” di ciò che accade.

Pare evidente che il nostro concetto di libertà è inadeguato di fronte alle emergenze e non solo. La Cina, da cui tutto è partito – il come è tutto da chiarire – aspira a diventare una superpotenza non solo economica, ma culturale. Ci dicono con i fatti di ritenere il loro concetto di potere e organizzazione sociale superiore al nostro. Credono con forza che ci siamo sbagliati a porre un’idea astratta di libertà -assenza di limiti, soggettivismo, liberazione dai vincoli- in cima alla scala dei valori. Loro, tornati confuciani dopo la tormenta maoista, affermano che l’armonia e la giustizia sono principi superiori.

L’Occidente ha perso la potenza filosofica per obiettare e, concretamente, per reggere l’urto di un imprevisto tanto lontano dai canoni mentali correnti. E sì che abbiamo sempre conosciuto guerre, carestie, pandemie. L’obliterazione del passato ci lascia nudi anche sotto il profilo della capacità di reazione. Andrà tutto bene, ecco ciò che riusciamo a dire, un sintagma privo di significato da film americani. Almeno adesso sappiamo di essere vulnerabili: modelli matematici, algoritmi e istogrammi non risolvono né spiegano. Tornano a essere ciò che sono: rappresentazioni, non realtà e tanto meno chiavi interpretative. Viviamo, anche nei decreti di emergenza, l’era del corto respiro, del breve termine. Del resto, ci siamo consegnati economicamente alla Cina convinti che avrebbe sbrigato il nostro lavoro sporco, faticoso: potevamo sederci sugli allori.

Errore fatale in economia e geopolitica; poi, a destarci dal sonno narcotico, è arrivato un virus, l’imprevisto invisibile, per il quale non c’è altro rimedio che chiudere porte e finestre, rifugiarci dietro le mura una volta di casa, disinfettarci e sperare, senza neppure il conforto della preghiera, ridicolo rimedio premoderno. Non cambieremo facilmente, se non per istinto. I popoli apprendono con lentezza, la speranza è che impongano di mettere da parte il mercato e tornare al vecchio, caro Stato. Non si risolverà nulla, passata l’onda d’urto del virus – quando passerà e con enormi costi, umani, civili ed economici – senza piani di lungo periodo, obiettivi comuni che rimettano al centro la comune appartenenza, la scommessa sul nostro futuro.

Seduti sul divano, restiamo sbigottiti da un sistema che permette di uscire con i cani, per i loro bisogni, ma non con i bambini. Quante contraddizioni nel migliore dei mondi possibili, anzi nell’unico, quello scoperto dopo millenni di oscurità. La maggiore disgrazia, tuttavia, è l’erosione dell’istituzione elementare, primaria, della vita comune: la casa, il luogo del nucleo familiare in cui dobbiamo restare per tenere lontano il nemico senza volto. Ridotta a luogo di riposo, “location” del nostro letto, sito in cui custodire gli effetti personali, ha perduto il suo valore di spazio sacro di vita in comune. Non si tratta, ovvio, della famiglia antica, elemento della civiltà costituita come unità di filiazione, come mostrò, sconfiggendo il positivismo, Fustel de Coulanges nella fondamentale opera “La città antica”.

Atomi solitari e iperattivi ai quali s’impone adesso di stare fermi, chiudersi in casa, nel silenzio irreale di cene “monoporzione” o nell’incomunicabilità di piccoli gruppi umani che continuiamo, per abitudine, incapacità semantica o paura della verità, a chiamare famiglia. Saremo impermeabili al nuovo e con limitate capacità d’immaginazione, ma siamo convinti che l’unica via d’uscita sia la marcia indietro per tornare poi a riprendere velocità. Ma non adesso: è l’ora di meditare e cambiare direzione. Radicalmente, dare le spalle all’orizzonte vuoto, al gran deserto a cui ci conduce la post modernità post liberale (tutto è post, manierismo, superfetazione, nell’Occidente contemporaneo) dell’individuo sostanziale e perfetto; ritornare, altrettanto radicalmente, alla strada dalla quale venimmo.

Il paesaggio non potrà essere lo stesso, la storia non è reversibile, non si rivolta come i cappotti di una volta. E’ tanto poco reversibile la storia che sarà necessaria una rivoluzione reattiva, antiliberale e antimoderna, una rivoluzione comunitaria, in nome della vita, del principio immutabile che la volontà di uno non sia indipendente, svincolata, indifferente alla volontà degli altri. Bisogna restaurare le condizioni di esistenza, lavoro e consumo condiviso, conviviale, vicinale: uniti perché prossimi. No alla distanza a cui ci costringe l’emergenza, ma adiacenti, circostanti. Nessun paradiso idilliaco e pieno di armonia, non “#andràtuttobene”, giacché nulla di ciò che edifica l’uomo è perfetto, ma non sarà l’inferno postindustriale della pandemia commerciale. Le mascherine di oggi nascondono i volti uguali di uomini e donne di cera, contagiati dal ben-avere.

Il mondo deve ripensare la globalizzazione se non vuole ricadere nelle conseguenze imprevedibili di cui siamo testimoni e protagonisti atterriti. Il sociologo Ulrich Beck la chiamò “società del rischio”, con l’avvertimento che le tradizionali coordinate che segnavano le frontiere dell’insicurezza e delle disuguaglianze intollerabili – basate su strutture e gruppi sociali omogenei – sono state alterate profondamente dai processi di individualizzazione, di frammentazione familiare e sociale determinati dalla globalizzazione e dalla rivoluzione tecnologica. Questo scenario continuerà se non si farà nulla, se si continuerà a ragionare a breve termine, pensando alla più vicina trimestrale di cassa, a guadagnare un po’ di tempo prima della prossima emergenza.

E’ singolare che l’opera estrema di Beck, morto nel 2015, sia intitolata “Le metamorfosi del mondo”. Come Gregor Samsa nel romanzo di Kafka, diventato insetto non più capace di muoversi e interagire con il mondo circostante, anche noi vaghiamo confusi senza capire. La distinzione cruciale è tra cambiamento e metamorfosi: il cambiamento riguarda un elemento, mentre il resto rimane invariato. La metamorfosi ribalta, sradica tutte le strutture della società moderna, mette in gioco l’intero essere nel mondo; ciò che pareva inconcepibile accade all’improvviso, diventando evento globale.

La metamorfosi prodotta dall’impatto del contagio – qualcosa che ritenevamo di avere estirpato, cancellato per sempre dall’orizzonte – fa ripensare al ruolo fondamentale dell’arte, specie della narrativa, in cui uomini o donne geniali riescono a trarre da un evento, una situazione, una storia, lezioni universali. È il caso di un romanzo che in queste settimane conosce nuova fortuna, “La peste” di Albert Camus. La vicenda di una città, l’algerina Orano ancora provincia francese, chiusa al mondo perché teatro di una terribile epidemia, scuote la coscienza per la sua verosimiglianza. La prima reazione è la negazione, poi subentra una strana convinzione: non durerà. Infine la peste diventa affare di tutti, l’economia si ferma, ciascuno si rintana in un esilio domestico.

Ci stiamo arrivando e, come nel romanzo, la gente smette di fare programmi, ognuno diventa ciò che è davvero. I generosi lottano per gli altri, i pusillanimi esibiscono senza vergogna il loro egoismo, i furbastri cercano di approfittare della situazione. Camus conclude che per combattere la nuova piaga, essenziale è la “decenza”, ossia mantenere il rispetto di sé e del prossimo, riuscire, in qualche modo, a tenere le distanze, soprattutto dalla parte peggiore di noi stessi. Oggi è decenza rispettare le indicazioni delle autorità pur se non abbiamo fiducia in loro, mantenere la calma e compiere il nostro dovere, come la sentinella di Pompei che, nonostante il devastante terremoto, non abbandonò il posto. Decenza, tuttavia, è anche esigere verità, qualunque sia. La verità rende liberi, ammonisce il Vangelo di Giovanni.

Per quella decenza, per quel senso morale personale e comunitario, occorre espellere la ragione che ha accecato la modernità e tornare all’amor fati. Scrive Marcello Veneziani: “Il destino è pensato come un crudele gendarme che strappa alla vita e inchioda a una sorte. In realtà il destino radica l’essere nell’avvenire, dà senso all’accadere, connette l’esistenza a un disegno e a una persistenza. Essere è avere un destino. Oggi viviamo in un deserto di senso gremito di accessori. Abbiamo tutto, meno il senso della vita. E per la prima volta avvertiamo un cortocircuito di spazio e tempo, che produce insieme sradicamento, cioè perdita irreparabile di un luogo percepito come casa e rifugio, e attimismo, cioè scomparsa del passato e del futuro nel gorgo del presente. Liberarci dal destino non ci ha restituito la libertà e il senno, ci ha lasciati in balìa del caso, un tiranno ancor più cieco e più folle. (…) Sul piano pratico è accettare la vita, i propri limiti e le proprie responsabilità, non distruggersi per essere altro e altrove, è amore metafisico per la realtà. Amor fati è la serenità degli inquieti.”

Anche in mezzo ai divieti, alle maschere, ai pericoli, alle menzogne di un potere, esso sì, davvero indecente.

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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