Le mezze verità di Draghi: le vie dell’inferno sono sempre lastricate di buone intenzioni

Nel suo elegante e ponderato intervento al Meeting di Rimini, Mario Draghi ha ancora una volta espresso importanti verità, come già era successo nell’articolo sul Financial Times di qualche mese fa. Ma, a ben guardare, si tratta anche in questo caso solo di mezze verità, mai declinate fino in fondo nel loro significato.
Un amico che di economia e di trattati europei se ne intende mi ha scritto: “se siamo qui ad interrogarci su cosa abbia veramente voluto dire, significa che ci sta prendendo in giro”.
E, in effetti, si potrebbe pensare che questa ambiguità derivi dall’abilità del personaggio, poco incline a farsi incastrare in posizioni precostituite senza chiarezza sul suo ruolo futuro (a destra con la Lega, a sinistra con il PD, o super partes al Quirinale…). Altri potranno dire che sono meglio mezze verità che il buio assoluto, beati monoculi in terra caecorum… meglio Draghi di Conte, Gualtieri o Di Maio.
In realtà per comprendere il messaggio di Draghi il detto più utile è “le vie dell’inferno sono lastricate di buone intenzioni” e quella che ci indica l’ex Presidente della BCE rischia di essere una via verso l’inferno. Vediamo alcuni spunti.

Nel suo intervento a Rimini Mario Draghi non si allontana molto dall’“ordo-liberismo illuminato” – ovvero l’idea che la politica serva a garantire le regole del mercato, sia pure con una certa attenzione alla solidarietà e alla tenuta sociale – con cui ha diretto la BCE per salvare l’impianto economico dell’eurozona. Anzi, rispetto all’articolo sul FT sembra fare qualche passo indietro, perché passiamo dai “soldi a pioggia per uscire dalla crisi” auspicati in quell’articolo, alla distinzione ambigua tra “debito buono” e “debito cattivo”.

Nessuno nega che la spesa pubblica possa anche sperperare risorse – come avveniva nella fase calante della prima Repubblica – e che ci sia un’enorme differenza tra i sussidi tipo il “reddito di cittadinanza” e gli investimenti per aiutare l’economia a creare nuove iniziative produttive e nuovi posti di lavoro. Ma limitare questo “debito buono” all’educazione dei giovani, alla formazione e alla ricerca è una litania tanto ripetuta quanto sostanzialmente fuorviante. Non è vero che i nostri giovani non trovano lavoro perché non hanno “formazione”, altrimenti non si spiegherebbe l’enorme “fuga di cervelli” che da anni avviene nella nostra penisola. I nostri giovani non trovano lavoro non perché non sono preparati, ma semplicemente perché in Italia – per effetto della globalizzazione e delle regole europee – non si crea nuovo lavoro, c’è sempre più impoverimento diffuso e invasione delle merci prodotte in altri paesi. Anche sulla ricerca non è tanto vero che in Italia ci sia poca ricerca e innovazione – basti pensare alla quantità di brevetti che ogni anno viene sottratta al nostro paese dallo shopping delle multinazionali – quanto invece è più evidente che manca un tessuto produttivo in grado di mettere a valore questo patrimonio. Quindi, prima di parlare di formazione e ricerca, si dovrebbe ragionare di vere politiche industriali (che in Italia non si fanno più da decenni perché giudicate “dirigiste”), di come salvaguardare e promuovere il nostro patrimonio produttivo dalla colonizzazione straniera e dalle delocalizzazioni, di come costruire nuovi strumenti di intervento pubblico nell’economia con uno Stato alleato (e non nemico) del tessuto delle piccole e medie imprese private. Ma Draghi non dice una parola su tutto questo.

Altra grave ambiguità dell’ex presidente BCE è sulle istituzioni europee, giudicate da lui in fase di risveglio dopo l’approvazione del “Next Generation EU” (il nome elegante del “Recovery Fund”) dopo il lungo periodo di politiche decise solo con il metodo intergovernativo (attraverso accordi tra gli stati nazionali). Anzi si esalta la prospettiva della nascita di un “Ministero dell’economia europeo” senza dire una parola su una riforma della Banca Centrale Europea che permetta a questa istituzione di non pensare solo al contenimento dell’inflazione ma anche al finanziamento di politiche di sviluppo. Draghi osserva come persino le timide decisioni pseudo-solidaristiche del post Covid siano state prese solo dopo lungo e faticoso negoziato, ma non fa alcuna menzione delle sentenze della Corte costituzionale tedesca che tiene la pistola puntata contro il “Recovery Fund” e contro il Quantitative Easing da lui stesso avviato nella BCE. Insomma Super-Mario ha completamente sottaciuto tutte le insidie drammatiche del percorso europeo, insidie che possono con molta facilità trasformare l’evoluzione della UE in una “via verso l’inferno”.

È gravemente omissivo auspicare la nascita addirittura di un Ministero dell’Economia europeo, che leverebbe ancora più sovranità economica agli stati nazionali, senza prima spiegare che oggi i trattati europei escludono qualsiasi compensazione cooperativistica, proprio per evitare in ogni modo che gli stati economicamente più deboli vengano aiutati da quelli più forti. Oggi, con questi trattati, cedere altra sovranità economica a Bruxelles significa legare mani e piedi l’Italia alle decisioni dell’asse franco-tedesco o di una Commissione ancora imbevuta di dogmi neo-liberisti. Ma anche su questo Draghi non dice assolutamente nulla, si limita ad “auspicare” che tutto in Europa vada per il meglio e che l’Italia si adegui a questa prospettiva.

Queste e altre sono le “mezze verità” di Mario Draghi e le sue “buone intenzioni” su cui non solo non offre nessuna garanzia ma nasconde accuratamente i drammatici pericoli. Quindi non cadiamo nel trabocchetto della scelta tra Conte e Draghi e continuiamo pervicacemente a chiedere nuove elezioni per avere un governo con un chiaro mandato popolare. Un Governo politico che non avrà nessuna difficoltà ad utilizzare tutti i migliori tecnici a disposizione (a cominciare da Draghi), purché questi tecnici siano al servizio della politica e della democrazia e non viceversa.

 

(Foto Linkiesta)

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Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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