Le trattative a Bruxelles: Conte nella trappola del Recovery Fund

Non sappiamo se Giuseppe Conte ne sia consapevole o meno, ma a Bruxelles sul cosiddetto Recovery Fund si sta concludendo nel peggiore dei modi un teatrino che purtroppo abbiamo visto tante volte in sede di “trattative europee”.

Da un lato l’Italia nel solito ruolo di demandeur (gentile parola francese con cui a Bruxelles si definiscono i postulanti in una trattativa) a cui viene costretta dai cedimenti preventivi dei nostri governati e degli “europeisti” convinti che solo aggrappandoci alla Ue ci possiamo salvare. Dall’altro lato i “paesi frugali” del Nord che cercano di strangolarci riducendo al minimo i nostri spazi di manovra economici. In mezzo la Merkel e Macron che fingono di mediare tra le due posizioni. Alla fine viene fuori un risultato in cui sembra che all’Italia e agli altri paesi meridionali venga dato qualcosa, ma in realtà il compromesso non solo è al ribasso ma rappresenta un altro cedimento di terreno politico e spazio economico per il nostro Paese.

Oggi pomeriggio alla ripresa dei lavori del summit, entrato oggi nella sua quarta giornata, il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, dovrebbe presentare una nuova proposta formale (negobox) che sarà basata su una dotazione di 390 miliardi di euro di sovvenzioni, ma con ‘rebate’ più bassi rispetto alla precedente. Si tratta di un importo inferiore rispetto ai 500 miliardi del progetto iniziale, considerato inaccettabile dai cosiddetti paesi frugali: Paesi Bassi, Austria, Svezia, Danimarca, ai quali si è unita la Finlandia.

“Michel non ha anticipato null’altro ma ha detto che proporrà oggi una soluzione con una riduzione dei grants a 400 miliardi e 390 miliardi. La soluzione da 400 miliardi” di sussidi nel Recovery plan “condurrebbe un maggiore sconto per i Paesi che ne hanno diritto e quella da 390 miliardi un minore sconto”, ha spiegato il presidente del Consiglio Giuseppe Conte al rientro in albergo dopo la lunga notte in Consiglio, facendo riferimento ai sussidi previsti dal Recovery plan e agli sconti – i cosiddetti ‘rebate’ – contenuti nel bilancio pluriennale per alcuni Paesi, tra cui i frugali. “In questo momento ci stiamo avvicinando allo zoccolo duro delle rispettive posizioni e il confronto diventa più risolutivo”, ha aggiunto Conte.

Quanto alla soluzione possibile sulla governance del Recovery fund che elimini il meccanismo di veto sui piani di riforma nazionali, il premier ha precisato che “abbiamo indirizzato il procedimento di verifica e controllo dello stato di avanzamento dei progetti secondo una più corretta soluzione, rispettosa delle competenze dei vari organi definite dai Trattati”.

“Il clou di questa condizionalità si collegherebbe al potere di monitoraggio affidato a dei delegati-rappresentanti del Consiglio Ue (espressi da tre diversi Stati-membri; e possiamo già immaginare quali…), Consiglio a cui spetterebbe (in luogo della Commissione) anche la preliminare competenza ad approvare i programmi di investimento.”

“La caratteristica peculiare della nuova condizionalità rafforzata risiederebbe, allo stato delle proposte fin dall’inizio prospettate, nella sua auto-esecutività, nel senso che, ravvisato dagli “ispettori” del Consiglio, l’inadempimento degli impegni, con riguardo a tipologia, modalità e, soprattutto, tempi di realizzazione dell’investimento, l’erogazione dei fondi corrispondente ad un certo “stato di avanzamento” programmato, verrebbe direttamente sospesa.” Sottolinea Luciano Barra Caracciolo nel blog Orizzonte48.

In altri termini rischieremmo di vederci sospese le erogazioni nei nostri confronti, mentre dovremo comunque continuare a pagare la nostra quota parte di contributo al Bilancio Ue (che aumenterà proprio per poter finanziare il Recovery Fund).

Un bel capolavoro vero? Anche peggio delle condizionalità del Mes su cui fino ad ora si sono concentrate tutte le attenzioni. Il bello è che l’Italia potrebbe, con il suo potere di veto, bloccare la contestuale approvazione del Bilancio Ue (Quadro Finanziario Pluriennale), mettendo in ginocchio tutte le istituzioni di Bruxelles.

Ma, nonostante le impuntature di Conte, sarà difficile che il nostro Governo porterà il braccio di ferro fino a questo punto, soprattutto perché il PD ormai si sente più “europeo”  che “italiano”. Per i dirigenti del partito di Zingaretti, a cominciare del ministro Gualtieri, è più importante non fare brutta figura in Europa che salvare l’economia dell’Italia.

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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