L’esilio di Juan Carlos, il re romano.

Juan Carlos di Borbone, all’anagrafe Juan Carlos Alfonso Vìctor Marìa de Borbòn y Borbòn-Dos Sicilias, re emerito di Spagna, il 3 agosto 2020 è partito per l’esilio. Ha lasciato volontariamente la nazione di cui è stato re per trentanove anni, dalla morte di Francisco Franco nel 1975, e trascorrerà il resto della sua intensa, avventurosa esistenza all’estero, probabilmente tra il Portogallo, dove visse per anni suo padre, Don Juan, e la Repubblica Dominicana, in cui conta un amico potentissimo, il re dello zucchero Pepe Fanjul. Juan Carlos abdicò nel 2014 a favore del figlio Felipe, allorché un declinante stato di salute si univa alle avvisaglie di una deplorevole condotta personale, politica ed economica.

Si scoprì che il sovrano è titolare di un ingente patrimonio privato, stimato in circa due miliardi di euro, detenuto in Svizzera e in altri paradisi fiscali, attraverso prestanome come il cugino Alvaro de Orléans, membro di una delle più antiche casate storiche francesi e l’avvocato svizzero Dante Canonica. Il gruzzolo non deriva dal modesto appannaggio goduto per decenni, né dal patrimonio familiare – Don Juan visse quasi in ristrettezze – ma dall’accettazione di ingenti “doni” da parte di case reali arabe e da commissioni per favorire grandi gruppi industriali nella realizzazione di infrastrutture nella Spagna del grande balzo modernizzatore intrapreso dopo la sua ascesa la trono. Si ipotizzano quindi reati fiscali, spericolate operazioni finanziarie, facilitate forse dalle informazioni riservate a cui aveva accesso, nonché l’arricchimento illecito, poiché le dazioni non sarebbero graziose elargizioni di sovrani amici, ma vere e proprie tangenti.

Sotto il profilo penale, Juan Carlos non rischia nulla, poiché la legge spagnola considera intangibili gli atti- anche privati – compiuti nei quarant’anni di regno, ma la ferita inferta alla Corona è enorme, il prestigio della sua persona in buona parte dissolto, con il rischio di travolgere l’istituzione che ha assicurato la continuità storica della nazione, messa in discussione da varie direzioni. La figura di Juan Carlos, tuttavia, protagonista e dominus della “transizione”, l’epoca del passaggio dal regime autoritario di Franco alla monarchia liberale e costituzionale, resta tra le più significative della Spagna moderna e merita di essere analizzata e ripercorsa, partendo proprio da quest’ultimo capitolo, il doloroso auto esilio.

La vita dei re si intreccia spesso con gli arcana imperii, i misteri del potere, ed è punteggiata da talora da opache relazioni, oscuri segreti. Tutti questi elementi, tra storia, leggenda e fantasia popolare, sembrano incontrarsi, fondersi nella figura di Juan Carlos, il re romano. Il futuro re di Spagna a Roma nacque, infatti, il 5 gennaio 1938, figlio di Don Juan, teorico erede al trono di una Spagna travolta dalla guerra civile, e della principessa Maria Mercedes di Borbone –Due Sicilie, la dinastia che regnò per secoli su Napoli e l’Italia meridionale. Tra i numerosi titoli ostentati da Juan Carlos, discendente di alcune delle più importanti famiglie d’Europa, vi è anche la dignità di Re di Sardegna, Duca di Milano e perfino Conte di Gorizia.

Nella storia del monarca sono presenti tutti gli ingredienti che resero leggendarie le figure di re del passato: sesso, denaro, intrighi politici, amicizie di altissimo livello, legami pericolosi, il ruolo dei servizi segreti. Non manca, ovviamente, la femme fatale, l’amante che ha rovinato la reputazione del re. Si chiama Corinna zu Sayn Wittgenstein, fascinosa, bionda nobildonna tedesca, imprenditrice spericolata, amante, confidente, depositaria dei segreti di Juan Carlos e, a sua volta, prestanome in conti cifrati e affari riservati. I servizi segreti spagnoli hanno giocato, nella vicenda, un ruolo ancora da chiarire, specie attraverso un equivoco funzionario ricattatore, José Manuel Villarejo, in possesso di compromettenti intercettazioni e rivelazioni registrate della stessa Corinna, oltreché di dossier su esponenti di spicco della politica e dell’economia.

Il piedistallo, fatto di silenzi, unanime elogio e consenso pubblico su cui l’intero sistema di potere spagnolo aveva collocato il suo re è crollato, e con esso Juan Carlos. Per decenni, tutti avevano saputo delle innumerevoli amanti, tutti conoscevano il suo ruolo di gran propagandista – testimonial di lusso-  del marchio Spagna, l’intera nazione ne approfittava, accompagnata attivamente dal monarca in un processo di modernizzazione civile, sociale, politica e di uno sviluppo economico senza eguali, dopo la perdita, nel diciannovesimo secolo, dell’impero coloniale. Da oggi, Juan Carlos, cui ancora spetta il trattamento di Maestà, è un cittadino spagnolo auto esiliato, non tanto per salvare se stesso da conseguenze giudiziarie, ma nel difficile tentativo di salvare la corona, in gravissima crisi per le conseguenze dello scandalo, e probabilmente la stessa unità della Spagna.

Per tutti questi motivi, la sua vicenda personale è un passaggio di grande rilievo che non può essere compreso senza un inquadramento storico. Occorre partire dal fatidico 1931, l’anno in cui, dopo un lungo periodo di violenze e di durissime lotte sociali, i partiti di sinistra trionfarono alle elezioni amministrative. Il re Alfonso XIII fu costretto all’esilio. Iniziava uno dei periodi più tragici della storia spagnola. Il re abdicò, i suoi primi due figli maschi rinunciarono ai diritti dinastici e il pretendente al trono divenne il suo quinto figlio, Juan, ventenne. Durante il suo esilio romano nacquero quattro figli, di cui due maschi, Juan Carlos e il più giovane Alfonso. Franco, dopo la vittoria nella sanguinosa guerra civile del 1936-1939, dichiarò la Spagna una monarchia di cui egli era il reggente, ma i dissapori con Juan, esiliato in Portogallo, portarono alla scelta del Caudillo di nominare Juan Carlos erede al trono nel 1969.

Misterioso rimane l’episodio giovanile in cui il fratello Alfonso rimase ucciso da un colpo di pistola esploso, forse accidentalmente, da un’arma impugnata da Juan Carlos. Il padre accettò che il figlio maggiore fosse educato in Spagna, dall’entourage di Franco. Frequentò l’accademia militare e, secondo i biografi, fu allora che nacque nel principe una strana passione per il denaro, o forse, una timore patologico della povertà: era infatti perennemente al verde, mentre i suoi compagni di corso potevano contare sull’aiuto delle famiglie. In effetti, negli anni romani e portoghesi, i Borbone non vissero nell’agio, aiutati da nobili, imprenditori amici e sostenitori della monarchia.

Franco nominò Juan Carlos erede al trono saltando non solo il padre, ma anche il ramo dei Borbone –Parma, protagonisti delle guerre dinastiche “carliste” nell’Ottocento. Il pretendente, che viveva in Spagna, era Hugo Carlos, marito di Irene, figlia della regina d’Olanda: un intrigo d’altri tempi, tra famiglie reali nemiche, potere e interessi economici. Il giovane Juan Carlos, destinato a succedere a Franco, in cattivi rapporti con il padre che non aveva rinunciato ai suoi diritti ed era apertamente antifranchista, sposò nel 1962 la principessa Sofia di Grecia, figlia del re Paolo che affrontò e vinse una dura guerra civile contro i comunisti, il cui figlio Costantino, salito al trono assai giovane, fu deposto dal colpo di Stato detto “dei colonnelli” nel 1967. Sofia è la figura più rispettata della famiglia reale; ormai ottantunenne, ha sopportato con signorile riserbo le intemperanze amorose del coniuge, che la stampa spagnola, in genere assai aggressiva, ignorò per decenni, ed ha mantenuto un rapporto privilegiato con il figlio Felipe, il terzogenito, nato nel 1968 dopo le due sorelle, le “infante” Elena e Cristina.

La regina madre da anni vive “separata in casa” dal marito, in una diversa ala del palazzo della Zarzuela, residenza familiare da oltre sessant’anni, affiancata dalla fidata sorella Irene, che non si è mai sposata. Dopo l’uscita di scena di Juan Carlos, la separazione di fatto dei coniugi diventa assoluta, totale: Sofia infatti non seguirà il marito in esilio, mantenendo il suo posto di eminenza grigia e memoria fisica della monarchia spagnola. Le due figlie femmine hanno a loro volta dato seri dispiaceri ai Borbone. Elena, la maggiore, legatissima al padre, per il suo divorzio dal marito, l’aristocratico spagnolo Jaime de Marichalar, che ha mantenuto eccellenti rapporti con i monarchi, ma soprattutto Cristina, sposata con un ex campione olimpico di pallamano di origine basca, Inaki Urdangarìn, finito in carcere. Urdangarìn ha fatto ottimi affari sfruttando la sua posizione di membro della casa reale, e, forse con la complicità attiva della moglie, ha messo in piedi società fantasma destinate a incassare commissioni mascherate da donazioni benefiche ed altro, all’ombra della casata.

La giustizia spagnola ha assolto Cristina tra molti dubbi, ma colpito pesantemente il marito. Prima Juan Carlos, poi Felipe, hanno ritirato i titoli nobiliari attribuiti alla coppia (duchi di Palma), quindi hanno imposto ai due e ai loro quattro figli la residenza fuori dalla Spagna, sino a esautorare Cristina da ogni privilegio di componente della famiglia reale. Lo scandalo fu grande e manifestò le prime vistose crepe nell’edificio della monarchia spagnola. Dopo le rivelazioni sulla sua vita privata, sui rapporti con Corinna e le indagini finanziarie avviate in Svizzera, la posizione di Juan Carlos era insostenibile. Un anno fa sono venute alla luce diposizioni testamentarie che hanno dimostrato l’esistenza di un patrimonio ingentissimo. Felipe non ha potuto fare altro che separare la sua figura da quella del padre, rinunciando a ogni pretesa su quelle somme e cancellando la dotazione di fondi pubblici assegnata al re emerito. Juan Carlos ha continuato sino all’ultimo a risiedere alla Zarzuela, con scarsissimi rapporti diretti con il figlio e la nuora, Letizia, al cui matrimonio con Felipe si oppose fieramente.

Tuttavia, gli errori, le esuberanze sentimentali e persino la scoperta del suo arricchimento, non possono far dimenticare i meriti del giovanotto che Franco scelse quando era ancora un ragazzo, che assunse un ruolo sempre più attivo e, da re, scelse per la Spagna il cammino della vicinanza all’Europa e del ripristino del regime costituzionale. La sua popolarità raggiunse il culmine allorché sventò, con un discorso televisivo in divisa da comandante dell’esercito, il tentativo di golpe di una parte delle forze armate nel febbraio 1981, allorché il colonnello Antonio Tejero Molina occupò il parlamento. Sarà la storia a dissipare i dubbi sull’autentico ruolo del monarca nella tessitura di quella trama e nella sua sconfitta. Fatto sta che fu Juan Carlos a orientare la Spagna verso un nuovo patto nazionale, culminato nella costituzione del 1978, l’ingresso nella Nato (1982) e l’adesione alla Comunità Europea nel 1986. Successi che chiusero un lungo, secolare isolamento del paese iberico e promossero un periodo di sviluppo economico che cambiò la faccia della nazione.

La scommessa di Juan Carlos e della sua generazione, quella di Adolfo Suàrez, primo ministro franchista e poi liberal conservatore, gran maestro politico della transizione, e di Felipe Gonzàlez, socialista formato nella socialdemocrazia tedesca, si rivelò vincente. Fu personalmente Juan Carlos a trattare la delicatissima questione della legalizzazione del Partito Comunista, con il ritorno in patria di Santiago Carrillo e Dolores Ibàrruri, la “pasionaria”, protagonisti della guerra civile che uccise un milione di spagnoli. Garante del passato, protagonista di una lunga traiettoria storica e costruttore del futuro della Spagna, Juan Carlos fu anche il gran fautore dello “Stato delle Autonomie”, la particolare architettura istituzionale che decentrò profondamente la mappa del potere, finendo tuttavia per lacerare irrimediabilmente il tessuto dell’unità nazionale.

Divisa tra ben cinque “comunità autonome” (regioni amministrative) la Castiglia, centro e fulcro della nazione e dello Stato, si riconobbe un ampio autogoverno, specie a regioni come la Catalogna e le Province Basche attraversate da secolari spinte indipendentiste. La scommessa di Juan Carlos fu quella di decentrare il potere mantenendo un nucleo centrale forte e autorevole. E’ accaduto il contrario, in parte per sua responsabilità: fu lui a mantenere strettissimi rapporti con l’alta borghesia industriale della Catalogna e dei Paesi Baschi e con i loro terminali politici, nella fallace convinzione di comprarne la lealtà con concessioni successive e attraverso speciali relazioni private. L’altro grande protagonista della transizione fu Jordi Pujol, nazionalista catalano, cattolico e conservatore, (finto) amico personale del re, inflessibile costruttore di una Catalogna sempre più distante dalla Spagna.

Approfittando della difficoltà di domare il terrorismo basco, che fece quasi mille vittime, specie militari poliziotti e politici, e costrinse alla fuga almeno duecentomila persone, gli indipendentismi basco e catalano hanno praticamente separato le due regioni dalla Spagna. Hanno un’autonomia finanziaria enorme, poteri quasi di Stato, controllano in parte la giustizia, in maniera totale l’istruzione e dispongono di polizie autonome, che hanno praticamente espulso dalle due comunità la Guardia Civil e la Polizia Nazionale, con rischi drammatici in caso di sommosse. La famiglia Pujol, una sorta di onnipotente famiglia reale catalana, si arricchì con le commissioni pretese per ogni attività della potentissima Generalitat, il governo catalano, un sistema chiamato “del 3 per cento”. Nel vicino paradiso fiscale di Andorra pare detengano un ingentissimo patrimonio.

Il legato di Juan Carlos è dunque complesso, contraddittorio e occorreranno decenni per valutarlo alla luce degli accadimenti storici. Il re definito dai biografi “el campechano”, ovvero sempre cordiale, alla mano, lascia una Spagna completamente diversa da quella che lo incoronò 45 anni or sono. Il rischio è che suo figlio Felipe, la cui condotta è irreprensibile, ma le cui difficoltà sono immense, sia l’ultimo sovrano dell’antica nazione iberica. Sarà il tempo a stabilire se l’esilio – che non pochi chiamano fuga – di Juan Carlos avrà salvato la monarchia. Da mesi, il governo di sinistra ne chiedeva l’estromissione, anche con pressioni improprie. Il revanscismo della sinistra spagnola è pericoloso, cerca di ricreare dopo ottant’anni il clima tossico della guerra civile, ma è soprattutto il potere acquisito dai nazionalismi separatisti a preoccupare per la tenuta istituzionale.

Il fatto inconfutabile è che Felipe VI resta l’ultimo ostacolo che si frappone alla balcanizzazione della Spagna. Politiche linguistiche, storiche, economiche ed educative scellerate hanno rafforzato lo spirito antinazionale di varie aree del paese, una volta patrimonio di minoranze. Stanno vincendo la loro battaglia, il cui scopo è spezzare la Spagna, con il passaggio intermedio di una repubblica confederale. L’aggravante è la pesantissima crisi economica, in cui la disoccupazione ha toccato vertici sconosciuti anche nel passato remoto e alla quale manca una dimensione “nazionale”, anche di fronte alla tragedia del Coronavirus. Le comunità autonome spagnole sono diciassette: la sensazione è che altrettante siano diventate le Spagne, tenute assieme alla meglio dal carisma personale del Borbone regnante.

In questo senso, la generosa scommessa storica di Juan Carlos negli anni 70 e 80 del secolo scorso rischia di essere perduta. Certo, la sua figura personale resta macchiata indelebilmente dall’avidità, dalla mancanza di rispetto per la regina Sofia, tradita senza ritegno, da troppe relazioni pericolose, improprie, non degne di un uomo che incarna la storia della sua Patria.  La speranza di molti spagnoli, anche di orientamento non monarchico, è che il gesto finale di abbandonare la terra da cui furono cacciati suo nonno Alfonso e suo padre Juan (motivo per il quale Juan Carlos nasce romano e cresce portoghese) sia sufficiente a salvare non la reputazione personale dell’Emerito – gravemente compromessa- ma il lascito storico che gli fu affidato, ovvero la continuità dello Stato e della nazione.  E’ l’arduo compito ora nelle mani di Felipe VI.

Nel corso della campagna referendaria italiana del 1946 per la scelta tra monarchia e repubblica, uno slogan fu: o la repubblica o il caos. Nell Spagna del 2020, l’alternativa è opposta, o la monarchia o la progressiva, caotica dissoluzione dell’unità nazionale. Siamo convinti che, al di là dei gravi errori e degli enormi argomenti lasciati ai fautori della repubblica e ai nemici della Spagna – separatisti e sinistra radicale- questo pesi come un macigno nella coscienza dell’esule Juan Carlos, adesso che, inevitabilmente, stila il bilancio della sua vita e del suo ruolo storico.

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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