Ma allora lo Stato serve ancora…

Dopo quasi un trentennio i propaganda becera o raffinata, a seconda di chi la interpretava, con l’esplosione della pandemia, ci ritroviamo tutti ad invocare l’intervento dello Stato indipendentemente dalle condizioni soggettive, e spesso maledicendo inadeguatezze, limiti, ed insussistenze organizzative.

Tale condizione, va da sé, è il frutto avvelenato della destrutturazione dell’istituzione statuale determinatasi giustappunto dall’aver dato seguito a queste pulsioni, alimentate da alcune élite, e peraltro condivise, almeno fino a poco tempo fa da un’ampia fetta di popolazione, complice il bombardamento mediatico utilizzato alla bisogna.

Oggi dinanzi ad una crisi dai contorni indefiniti e dalle prospettive incerte, al netto delle ridicole recite di maniera da parte di chi ha la responsabilità politica di condurci fuori dall’emergenza, come Italiani, cominciamo ad assumere la consapevolezza di quanto sia necessaria un’organizzazione statuale in grado di “tenere botta” in situazioni eccezionali, e nel tempo ordinario, di garantire sostegno e vicinanza ai molteplici bisogni ed esigenze della nostra Comunità Nazionale.

Ciò non significa voler riproporre vecchi modelli del passato, fonte di incrostazioni ed inefficienze, ma riconsiderare alcune scelte strategiche, che hanno comportato l’indebolimento di funzioni pubbliche che, se fossero state mantenute, ci avrebbero permesso di affrontare questa nuova fase della nostra storia con maggiore forza ed ottimismo.

Facciamo qualche esempio. Immaginiamo di avere a disposizione, in questi momenti, un sistema creditizio sul modello delle vecchie BIN, banche d’interesse nazionale, controllate dallo Stato in grado di rispondere con immediatezza alla necessità di credito per aziende e famiglie.

Immaginiamo di avere un’industria pubblica in grado, per dimensionamento e per capacità programmatorie simili a quelle dell’IRI,  di essere capofila delle diverse filiere produttive che hanno nei territori come protagoniste le nostre PMI;

Immaginiamo di avere a disposizione catene distributive in grado di vendere e remunerare al meglio la nostra produzione agricola.

Tutto questo oggi va ricostruito, ovviamente nelle forme e nei modi coerenti con le dinamiche attuali, ma ciò sarà possibile solo con una rinnovata “auctoritas” dello Stato e, necessariamente, dei suoi rappresentanti istituzionali.

Su quest’ultimi occorre una riflessione ulteriore: parallelamente all’opera di demolizione del concetto di Stato, le stesse élite dominati, hanno pervicacemente lavorato, alla demonizzazione del ruolo dei Partiti che, comunque, garantivano non solo una radicata rappresentatività democratica, ma una reale selezione della classe dirigente politica, in questa fase soppiantata da dilettanti avventurieri e personaggi da avanspettacolo. Per cui oggi è gioco facile minare la credibilità del mondo politico, stigmatizzandone l’inadeguatezza, solo per imporre modelli di governo slegati dai criteri di rappresentanza  e di tutela del bene comune, attraverso la cessione di “pezzi” di sovranità ad organismi terzi, sia di carattere privatistico nei settori economico-finanziari, sia sovranazionali per le decisioni di carattere politico.

Il risultato di questo disegno per l’Italia è sotto gli occhi di tutti: una crisi economica e sociale iniziata nel 2008 e mai terminata, l’incapacità di affrontare l’attuale stato di eccezione determinato dalla pandemia, un declino che ci sta precipitando nella disperazione.

A tutto questo dobbiamo reagire ricostruendo quanto è stato distrutto in questi anni, sotto il profilo  sia morale che materiale, superando l’artefatta dicotomia tra Stato e Società che, oggi più che mai, debbono identificarsi l’uno con l’altra, in nome degli interessi permanenti della nostra Comunità nazionale.

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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