Mangiare italiano: il recupero della sovranità alimentare ai tempi del Covid-19

In un momento di crisi mondiale dovuto alla Pandemia generata dal Covid, che in soli due mesi è stato capace di mettere in crisi il sistema economico globale, è interessante analizzare cosa accade nel mondo dell’agroalimentare.

In Italia al tempo del Covid si stima che il settore dell’agroalimentare sia stato l’unico settore in crescita  registrando in due mesi un 3, 5% in più in termini di valore d’affari, certo la crisi non ha risparmiato alcuni settori strategici come il vitivinicolo, le produzioni di qualità, il settore lattiero caseario dovuto al blocco delle esportazioni e alla chiusura del canale HO.RE.CA. (hotel, ristoranti, caffè).

Ma quello che più interessa ai fini del nostro approfondimento è che l’approccio al cibo stia subendo un’evoluzione dovuta ad un insieme di fenomeni, il primo è sicuramente quello dell’indebolimento delle filiere lunghe che hanno di fatto messo in crisi il settore multinazionale dell’agroalimentare e questo costituisce un fatto epocale.

Nessuno due mesi fa avrebbe neanche osato immaginare che la Russia potesse, come ha fatto in questi giorni bloccare l’export di cereali rimodulando la strategia sul consumo interno, o che i paesi del Sud Est Asiatico – che hanno costretto l’Unione Europea più volte a difendersi dal dumping commerciale – d’un tratto sospendessero le esportazioni di riso verso l’Europa e gli Stati Uniti.

Contemporaneamente in Italia la forzata quarantena, l’approccio di una cultura di sicurezza alimentare rispetto al virus e forse anche il fatto che per molto tempo non si poteva far altro stando a casa, hanno portato ad un accrescersi di domanda di cibo italiano, di ritorno alle tradizioni. Come dimostrano le tendenze dei consumi di questi giorni, le famiglie son tornate a fare pane e pasta in casa, e comunque è indubbio che il cibo e il modo di  rapportarsi con esso sia tornato ad assumere un carattere centrale di “socializzazione”.

Cresce la voglia di approvvigionarsi di prodotti a KM zero, i consumatori, a partire incredibilmente dai millenials, sono attentissimi al bio e ai valori nutrizionali, quasi a voler stabilire con l’agroalimentare un rapporto sacrale.

Il combinato disposto di questi due fenomeni sin qui descritti brevemente, aprono uno scenario del tutto nuovo e delle grandi opportunità per un paese come il nostro che vede concentrato nel settore dell’agroalimentare il 16% dell’intero PIL nazionale, che detiene il primato al mondo per biodiversità e per qualità alimentare e che è caratterizzato da un territorio che per il 55% è occupato da aziende agricole.

La sfida per un’autentica sovranità alimentare oggi appare dinanzi a noi in tutto la sua attualità e può rappresentare il vero autentico rilancio del nostro paese per cominciare a uscire dalla crisi con modelli alternativi a quelli sino ad oggi dominanti.

Per riuscirci bisogna però immediatamente porre in essere politiche che incentivino l’affermazione di un modello incentrato sul valore strategico della produzione nazionale. Non è un caso che in Francia il Ministro Guillame abbia non solo annunciato un piano da centinaia di milioni per rilanciare il settore vitivinicolo, ma anche convocato le grandi imprese del settore delle carni per informarle che non intende più appoggiare l’accordo Ue-Messico per puntare invece alla sovranità alimentare.

Mentre Trump annuncia aiuti per 30 miliardi di dollari per il sostegno all’agroalimentare oltre a quanto previsto con il Farm Bill, a distinguersi negativamente è sempre la Commissione europea ancora ferma ai pesanti tagli annunciati sulla PAC (Politica Agricola Comune) nel Quadro finanziario pluriennale 2021/2027.

Sul versante delle politiche interne occorre invertire subito la rotta, immettere liquidità per le aziende in crisi oggi escluse dal decreto “Cura Italia”, favorire la modernizzazione, soprattutto nel Mezzogiorno, delle aziende che vogliono integrare il proprio ciclo produttivo, e ristorare le aziende del Nord che pagano maggiormente il peso del blocco delle esportazioni, la soluzione della “cambiale agraria” non può essere oggi la sola  risposta ad un settore sul quale dobbiamo e possiamo puntare seriamente.

Occorre incentivare al massimo, attraverso la “Banca nazionale delle terre agricole” di Ismea, la dismissione di tutto il patrimonio fondiario ancora di proprietà dello Stato, concedendolo ai giovani che vogliano aprire un’impresa agricola.

Bisogna infine fare i conti con l’e-commerce: il sistema di approvvigionamento del cibo oggi passa sempre di più per i canali digitali anche nel delivery, per lo più oggi appannaggio delle multinazionali che trattano cibo spazzatura. Aumentare quindi le competenze digitali per essere presenti i questa non trascurabile fetta di mercato con una o più piattaforme di carattere identitario, significherebbe offrire un ulteriore canale di sbocco per le nostre produzioni di qualità Dop, Igp e Stg di cui vantiamo il primato in Europa e che  rappresentano un asset strategico per il sistema paese.

Se la politica riuscirà a concentrarsi su questi aspetti fondamentali,  in uno scenario di cambiamento epocale,  l’Italia avrà tutte le carte in regola per imporre un proprio modello di sviluppo incentrato sulla qualità, sulla biodiversità, finalizzato a creare benessere diffuso attraverso la valorizzazione delle risorse locali e del mercato interno.

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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