Non di solo calcio vive lo sport: dall’emergenza Covid alla valorizzazione del dilettantismo

L’Italia, si sa, è un paese di santi, poeti navigatori e …allenatori! Una passione, quella per lo sport, che anima le vite di molti nostri connazionali fin dalla più tenera età.

E se di solo calcio non vive lo sport, non di sola serie A vive il calcio.

Mentre i riflettori sono puntati sulle pur legittime istanze dei grandi club professionistici, c’è una realtà ben più corposa, seppur poco nota, che sta pagando il prezzo più alto alle misure di contenimento anti-Covid. Sono i tantissimi atleti dilettanti, invisibili protagonisti dello sport più genuino e popolare, colpiti economicamente dallo stato di emergenza in cui è piombato il paese. Uomini e donne, padri e madri di famiglia che da marzo non hanno più ricevuto il cosiddetto “rimborso spese”, sostanzialmente un compenso, spesso pari a poche centinaia di euro, stabilito, ad esempio per il calcio, in virtù di un “accordo economico”. Sono figure impegnate a vario titolo nelle compagni dilettantistiche di tutte le discipline sportive, cui ora, più che mai, serve fornire risposte e soluzioni a situazioni ben note agli addetti ai lavori e di cui oggi ne emerge criticamente tutta la debolezza.

Pur riconoscendo l’emergenza del momento e l’esigenza di fornire risposte e risorse immediate di sostegno alla categoria, non si può escludere di pensare ora ad una riforma strutturale del dilettantismo iniziando, finalmente, a parlare – come è stato fatto nel Disegno di Legge presentato dal sen. Claudio Barbaro, presidente dell’ASI –  di semiprofessionismo per alcune fasce di atleti, o di ridefinizione delle normative di settore che regolamentano gli accordi economici, o ancor più radicalmente di tutele previdenziali. Emerge ora, più di prima, l’esigenza di dotare lo sport dilettantistico, ovvero la stragrande maggioranza degli sportivi attualmente attivi in Italia di ammortizzatori sociali; nel rispetto dell’autonomia dell’ordinamento sportivo sarebbe opportuno prevedere, ad esempio, fondi di solidarietà strutturali cui attingere per far fronte a situazioni di criticità societaria o nazionale, come quella in corso. Si rende necessario quindi un intervento e duplice efficacia; a breve termine, per far fronte alla mancanza di liquidità e compensare la mancata erogazione dei rimborsi, mediante stanziamento di aiuti statali alle federazioni e quindi agli atleti; interventi a medio-lungo termine che prevedano una riforma sostanziale dello sport dilettantistico. Le azioni messe in campo dovranno essere utile a ripartire nel più breve tempo possibile, ma in sicurezza. E qui emerge un altro tema scottante strettamente connesso al primo: l’impiantistica sportiva.

Ma su questo occorre fare una breve premessa, nella consapevolezza che occorre programmare la ripresa, dopo la Fase 2, distinguendo l’agonismo dalle attività di base. Lo sport è passione per molti, lavoro per altri, come ricordano le ultime stime che parlano di un incidenza del 1,6% sul PIL nazionale, di cui il 70% prodotto dal solo calcio (si stima una capacità di incremento delle le finanze pubbliche di circa1,2 miliardi all’anno). Ma chi ha la fortuna di vivere in molte aree svantaggiate del nostro paese, soprattutto nel nostro meraviglioso meridione, sa bene che in un campetto di periferia si respira umanità e voglia di riscatto, perché lì, in quelle zone così particolari e significative, lo sport risponde a istanze sociali che non riescono a trovare risposte altrove. E allora occorre garantire luoghi sicuri in cui poi poter anche accogliere bambini, ragazzi cui offrire occasione di gioco, socializzazione e sana crescita.

Le associazioni dilettantistiche, che reggono le sorti di queste realtà popolari, si scontrano spesso proprio con la carenza di strutture o la inadeguatezza di quelle disponibili, inadeguatezza che oggi sarà ancor più evidente e diffusa e, quindi, di ostacolo alla ripresa delle attività agonistiche. A tal proposito iniziano ad arrivare i primi protocolli di sicurezza; significativo il Report compilato dal Politecnico di Torino.  Ma chi pagherà i costi dell’adeguamento?

Anche in questo caso bisognerà intervenire subito, con stanziamenti ad hoc; ma in un momento in cui tutti , legittimamente, pretendono aiuti per fronteggiare l’emergenza, bisognerà agire in modo da far sì che le risorse erogate non siano semplicemente “a fondo perduto”,  denaro distribuito a pioggia, ma ricchezza da cui far nascere nuova ricchezza da rimettere in circolo.

Bisognerà quindi pensare ad un piano di sviluppo nazionale, che non si limiti a piccoli sporadici interventi, ma sia finalizzato all’adeguamento del patrimonio impiantistico esistente e al potenziamento delle infrastrutture carenti o inesistenti, facendone anche luogo di ritorno in termini sociali ed economici. In tal senso si potranno promuovere, ad esempio, concorsi di progettazione per giovani ingegneri e architetti. E poiché gli attori di questo scenario futuro saranno sia gli enti pubblici che le singole federazione sportive, con le società affiliate si dovranno predisporre misure di accesso al credito atte a semplificare le procedure vigenti. In tal senso le misure già approvate con il D.L. n. 23 dell’otto aprile 2020 sono necessarie ma non sufficienti, con modalità di accesso spesso macchinose e dall’esito incerto.

Altro campo su cui poter puntare sarà, ad esempio l’impiantistica sportiva scolastica, troppo spesso abbandonata a sé stessa e non in grado di esprimere appieno le sue potenzialità, da rendere destinataria di programmi specifici di recupero e adeguamento normativo in ottemperanza ai protocolli di sicurezza redatti.

E se lo Stato non dovesse riuscire a coprire tutte le richieste? Promuovere l’iniziativa privata mediante sgravi fiscali di favore alle sponsorizzazioni.

Un’ultima riflessione non può che riguardare la governance dello sport, oggi, in Italia, indebolita dalla inconsistenza del Ministero dello sport, senza portafoglio e  privo ancora di capacità di spesa e controllo sul CONI, ancora oggi controllato, in virtù della normativa n. 242 del 1999, dal Ministero per i beni culturali.

Occorrerà completare la riforma avviata e definire le competenze del CONI e della società “Sport e Salute”, attribuendo al primo il naturale ruolo di controllo e garanzia, alla seconda il compito di gestire l’aspetto sociale e formativo della pratica sportiva.

Una strada lunga da percorrere, ma obbligata, se si vorrà far ripartire il sistema sportivo in tempi relativamente rapidi e in condizioni di sicurezza.

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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