Oggi il centenario di Norma Cossetto. Seviziata, martoriata e violentata per una notte intera da 17 partigiani

Dal libro “10 Febbraio. Dalle Foibe all’Esodo” di Roberto Menia

C’è un volto, dolce e gentile, di una giovane donna, che è divenuto il simbolo del martirio delle foibe. È quello di Norma Cossetto. Il suo sorriso, a distanza di così tanto tempo, la fa rivivere e trionfare sulla buio della morte che la ghermì in una notte di cieca e disumana violenza, all’ombra della stella rossa, nell’autunno del 1943.

Norma era una ragazza di 23 anni, viveva a Santa Domenica di Visinada, un paese appena spostato all’interno della penisola istriana rispetto alla costa tra Cittanova e Parenzo: stava per terminare l’università, che frequentava a Padova, ed era immersa in quei giorni nello studio e nelle ricerche. Andava, con la sua bicicletta, di paese in paese, a consultare i registri delle canoniche e i documenti delle biblioteche, per raccogliere notizie, dati e vicende de “L’Istria rossa”, come il colore della sua terra, ferrosa e fertile: era quello il titolo che già aveva scelto per la tesi di laurea che non poté mai completare.

Il 25 settembre i partigiani, che erano dilagati nell’Istria dopo l’8 settembre, entrarono improvvisamente in casa Cossetto: cercavano suo padre, Giuseppe, già podestà e ufficiale della Milizia, il che ne faceva un nemico da eliminare. Non avendolo trovato, pensarono bene di razziare tutto quanto c’era in casa; poi se ne andarono portando via con loro Norma.

La condussero al Comando partigiano, insediato nell’ex caserma dei Carabinieri di Visignano: le chiesero di tradire suo padre e di passare con loro ma ne ebbero sempre un deciso rifiuto, anche di fronte alle minacce. A fine interrogatorio, uno dei partigiani cui era stata affidata e che la conosceva, la lasciò andare.

Il giorno dopo però gli uomini con la stella rossa tornarono e la portarono via nuovamente. Da Visignano, dopo un nuovo interrogatorio, la spostarono a Parenzo: qui fu condotta nell’ex caserma della Guardia di Finanza, occupata dai partigiani, che ne avevano fatto comando e carcere.

Per alcuni giorni la famiglia non seppe nulla di lei, poi in qualche modo apprese dove si trovava. Licia, la sorella minore, vent’anni all’epoca, si armò di coraggio e partì in bicicletta alla volta di Parenzo: con lei portava i dolcetti preparati dalla mamma per la sorella e un po’ di soldi con i quali sperava di convincere i carcerieri a liberarla.

Ci provò in ogni modo, ma a nulla valse. Anzi, quei soldi pagarono alla fine la concessione di una visita, faccia a faccia, di alcuni minuti, che Licia non dimenticò mai.

Così mi raccontò di quell’incontro: “Norma era buttata su una branda; si tirò su e piangeva, non voleva parlare. Pensai subito che le avessero fatto del male, anche le cose più brutte. Ma qualunque cosa le chiedessi non mi rispondeva e continuava a piangere. Con lei c’erano altre persone del nostro stesso paese, anche alcuni miei parenti. Ma tacevano, non potevano dire nulla. Quando salutai Norma, ed era l’ultima volta anche se non lo sapevo, lei mi guardò e mi lasciò andare senza parlare, con la morte negli occhi”.

Licia tornò a casa: la madre, che ormai aveva capito tutto, le disse “salvati almeno tu”e la indusse a partire verso Trieste, attraverso i boschi. Anche Licia aveva già passato un pomeriggio arrestata dai titini ma era stata liberata da un partigiano che aveva motivi di riconoscenza verso la sua famiglia. Partì dunque, a piedi, con quel che aveva addosso, la sera stessa. Fu nei pressi di Buie che incontrò un gruppo di tedeschi i quali le offrirono un passaggio: secondo Licia fu “il destino” a volere che proprio per quel passaggio lei non abbia incontrato suo padre per la strada.

 

Giuseppe Cossetto, infatti, informato della cattura di Norma, stava tornando da Trieste a Santa Domenica assieme ad un altro parente, Mario Bellini: “Con la falsa prospettiva di poter incontrare Norma, vennero attirati in un’imboscata. Bellini cadde sotto i proiettili, mentre papà, rimasto ferito, venne finito con tre coltellate inflittegli da un tale di Castellier, a cui pochi mesi prima lui aveva salvato la vita, portandolo in ospedale per un intervento urgente”. Poi i corpi vennero buttati nella foiba di Treghelizza a Castellier.

Nel frattempo, la rapida discesa dei tedeschi in Istria indusse i partigiani a spostare i loro prigionieri da Parenzo ad Antignana, dove la scuola fu trasformata in una prigione.

È qui che Norma Cossetto visse un calvario atroce, seviziata, martoriata, legata ad un tavolaccio e violentata per una notte intera da diciassette uomini.

Era la notte tra il 4 e 5 ottobre quando Norma e gli altri prigionieri, legati tra loro con fili di ferro, furono condotti a forza a piedi fino alla foiba di Villa Surani, un orrido di 136 metri di profondità, e qui fatti precipitare, ancora vivi.

I corpi di 26 salme furono riesumati due mesi dopo, il 10 dicembre 1943, dagli uomini del maresciallo Harzarich, il capo dei Vigili del fuoco di Pola, che con tanto coraggio e con i pochi mezzi dell’epoca si calarono nelle foibe per recuperare le vittime.

Il corpo di Norma fu il primo ad essere estratto sopra la catasta di cadaveri.

Aveva, scrisse Harzarich nel suo rapporto, “un pezzo di legno ficcato nei genitali”, ma quello che lo impressionò era l’aspetto angelico di Norma che pareva dormisse e il cui corpo non era decomposto.

Nella sua dichiarazione al cancelliere del Tribunale, Cerni (riportata nel 1949 su “Foibe” di Paolo de Franceschi), il maresciallo Harzarich disse: “Quando io recuperai la salma, essa non era per niente in putrefazione, essa era intatta e sembrava che dormisse, tant’è vero che, come io rimasi impressionato nell’averla vista (…) altrettanto e molto di più rimasero impressionati i due vigili che nel salvataggio mi aiutarono sul fondo della foiba. E sul principio non vollero neanche toccarla perché sembrava che realmente essa dormisse. Posso ancora affermare che per recuperare la salma della Cossetto non vennero neppure adoperate le maschere, perché, come sopra detto, non era per niente in putrefazione”.

Quando il suo corpo venne riportato alla luce c’era Licia, con lo zio ad aspettarla, e così lo descrisse: “mani legate dietro alla schiena, tutto aperto sul seno il golfino di lana tirolese comperatoci da papà la volta che ci aveva portate sulle Dolomiti, tutti i vestiti tirati sopra all’addome (…) Solo il viso mi sembrava abbastanza sereno. Ho cercato di guardare se aveva dei colpi di arma da fuoco, ma non aveva niente; sono convinta che l’abbiano gettata giù ancora viva. Mentre stavo lì, cercando di ricomporla, una signora si è avvicinata e mi ha detto: “Signorina non le dico il mio nome, ma io quel pomeriggio, dalla mia casa che era vicina alla scuola, dalle imposte socchiuse, ho visto sua sorella legata ad un tavolo e delle belve abusare di lei; alla sera poi ho sentito anche i suoi lamenti: invocava la mamma e chiedeva acqua, ma non ho potuto fare niente, perché avevo paura anch’io”.

Il corpo di Norma fu composto nella cappella del piccolo cimitero di Santa Domenica: alcuni dei suoi assassini, sei, che intanto erano stati riconosciuti e arrestati, furono costretti a vegliarlo per una notte intera, scalzi sul marmo, in quella notte di dicembre. Tre impazzirono. Il mattino seguente furono fucilati.

A Norma Cossetto, Concetto Marchesi, professore comunista e deputato della Costituente, Rettore dell’Università di Padova, volle assegnare la laurea honoris causa: e a chi gli obiettò che non si trattava di un’antifascista, rispose che ne era degna perché morta per essere italiana.

Più di sessant’anni dopo la sua morte, anche la Repubblica Italiana riconobbe il sacrificio di Norma Cossetto: nel 2005, il Presidente della Repubblica Ciampi le conferì la Medaglia d’oro al merito civile alla memoria ricordandone la “luminosa testimonianza di coraggio e di amor patrio”.

Licia, che ricordo come una donna fiera e dolcissima, portò con orgoglio sul petto quella medaglia d’oro che rendeva giustizia a sua sorella e al suo popolo.

Un giorno mi raccontò una storia, che mi pareva strana, la stessa che ripeté in una sua memoria: “La notte che mia sorella è stata uccisa e gettata nella foiba, dormivo nel letto con mia madre. Si svegliò di colpo dicendo di sentire Norma che la chiamava; mi pregò di alzarmi e di andare a vedere, lo feci ma non vidi nessuno; qualche giorno dopo venimmo a sapere che proprio quella notte e a quell’ora era stata infoibata. Non so se si possa credere alla comunicazione con i morti, però si percepiva la sua presenza, il suo disperato tentativo di chiamarci, forse un caso di telepatia”.

Licia lasciò questa terra il 5 ottobre 2013. Stava andando a portare i suoi fiori alla tomba di Norma. La stessa data della morte di sua sorella, esattamente 70 anni dopo. Destino? “Celeste corrispondenza d’amorosi sensi” avrebbe detto il poeta…

Riposa in Pace, dolce Norma!

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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