Perché Trump non ce l’ha fatta (brogli elettorali a parte)

Donald Trump è stato sconfitto. A meno di clamorosi colpi di scena, quello che è stato, nel bene e nel male, il principale campione del sovranismo internazionale sarà allontanato dalle leve del potere.

Consoliamoci con i 71 milioni di voti (veri) che ha raccolto nonostante tutte le campagne di disinformazione e di demonizzazione (e nonostante i suoi errori, di cui parleremo dopo), voti che dimostrano che almeno nella metà dell’elettorato americano le sue battaglie sovraniste hanno continuato ad avere presa e consenso. Consoliamoci, anche, con l’idea – più che probabile, anche se difficilmente certificabile sul piano ufficiale – dei brogli e dei voti fasulli con cui i democratici hanno strappato il successo.

Ma in realtà sappiamo bene che questo risultato è stato un disastro. Un disastro perché i globalisti hanno ripreso la stanza dei bottoni più importante del mondo, un disastro perché da domani si ricomincerà a parlare dei trattati di libero scambio che Trump aveva avuto il coraggio di cancellare (Ttip e Tpp), un disastro perché l’OMS tornerà ad essere centrale nella gestione della pandemia, un disastro perché tutti i paesi europei in crisi perderanno una sponda fondamentale per trattare da posizioni di forza con l’UE e con la Germania.

Un disastro, soprattutto, perché riprenderà forza quella narrazione del pensiero unico e del politicamente corretto che vede la Globalizzazione come un destino ineluttabile e il sovranismo come una variabile impazzita nella storia mondiale. Per questo abbiamo sempre difeso – e lo facciamo anche adesso – Donald Trump, nonostante tanti aspetti del suo modo di fare politica che non potevamo condividere. Ma questi aspetti negativi vanno compresi bene se vogliamo salvare il sovranismo da questo disastro.

Nelle elezioni americano non è stato sconfitto il sovranismo, è stato sconfitta una versione rissosa, caotica e troppo conservatrice del sovranismo. I nemici di Trump non hanno affatto ragione, ma Trump ha commesso troppi errori che hanno contribuito (insiemi ai brogli e alla disinformazione) alla vittoria di questi signori.

Cominciamo dalla politica estera , che è quella che ci tocca più direttamente. Trump ha dichiarato guerra al mondo, ha aperto troppi fronti contemporaneamente, senza chiuderne quasi nessuno. Ha dichiarato giustamente guerra economica alla Cina (sicuramente la sua scelta più sacrosanta), ma non è riuscito a fare la pace con Putin (nonostante le simpatie iniziali). Ha reso ancora più frontale lo scontro con l’Iran e il mondo scita, senza rivedere le politiche americane in Medio Oriente, con la Russia rimasta sola a difendere la Siria e con tutte le contraddizioni che permisero la nascita dell’Isis ancora sul tappeto.  La pace tra Israele e gli Emirati è l’unico, fragile, risultato portato a casa dall’amministrazione Trump in questo scacchiere. Anche in Europa l’ostilità dichiarata con l’Unione Europea e la Germania di Merkel non ha avuto come contraltare una vera politica di sostegno nei confronti delle nazioni del nostro continente in conflitto con i diktat di Bruxelles, se non nel caso della Brexit. Insomma una spinta più a distruggere gli assetti consolidati che a costruirne di nuovi, segnata più da un unilaterale nazionalismo che da un vero sovranismo rispettoso dei diritti di tutti i popoli.

Poi la politica economica e sociale. Trump ha avuto il grande merito di mettere in discussione il modello mercatista basato sul libero scambio esasperato. Ha ridato centralità alle produzioni nazionali, non si è vergognato di parlare di dazi e di barriere doganali e gli effetti positivi sull’economia americana, fino all’arrivo del Covid, si sono visti. Ma questa politica industriale non è stata affiancata da un’altrettanto decisa politica sociale. Qui il vecchio dogma liberista dell’abbassamento delle tasse a tutti i costi, ha portato ad abbandonare qualsiasi tentativo di rinforzare il welfare, a cominciare dall’assistenza sanitaria. E gli effetti si sono visti, e si stanno vedendo, con la pandemia. Si dice che è stato il Covid a determinare la sconfitta di Trump e purtroppo questo in parte è vero, ma non solo perché ha ridato voce ai suoi oppositori, soprattutto perché ha rivelato la mancanza di un pilastro fondamentale nella politica antiglobalista di Trump. Non puoi essere anti-globalista nel mondo e contemporaneamente liberista a casa tua. Non basta la lotta all’immigrazione e la difesa dei valori non negoziabili, su cui Trump ha dato il meglio di sé, per nascondere questa contraddizione.

Globalismo e liberismo sono due ideologie inscindibilmente legate tra loro, che condannano alla sconfitta tutti coloro che vogliono tentare di separarle. Vengono sconfitti coloro che vogliono essere “sociali” senza mettere in discussione la globalizzazione (come le sinistre classiche), ma anche quelli che pretendono di essere contemporaneamente sovranisti e liberisti.

E poi ci sono altre due osservazioni da fare, di natura più culturale e di comunicazione.

La prima è sul conservatorismo. A luglio scorso, quando è esploso il movimento del Black Lives Matter, ci siamo permessi si scrivere che era debole e pericoloso reagire a quella nuova forma di movimentismo progressista con un atteggiamento puramente conservatore da “law and order”.

“I profeti del potere globalista hanno capito che se continuavano a “difendersi” dall’attacco sovranista sarebbero stati travolti dalla realtà dei fatti e allora, attraverso il movimentismo, hanno costruito potenti ‘armi di distrazione di massa’. Sono andati all’attacco, in Italia con le Sardine, nel mondo prima con l’ambientalismo di Greta e poi con il “Black Lives Matter”, mescolando le carte e cercando di interpretare la voglia di cambiamento che circola nel Pianeta.” Questo è quello che avevamo scritto e avevamo ragione, perché quel movimentismo (puntualmente scomparso dopo la “vittoria” di Biden)  non ha tanto mobilitato le “maggioranze silenziose” offese da tanta violenza, quanto ha messo Trump e il sovranismo (conservatore) sulla difensiva.

Nel mondo, di fronte alle ingiustizie create dalla Globalizzazione, c’è una voglia dirompente di cambiamento. Vince chi riesce ad interpretarla con maggiore forza comunicativa, anche a prescindere dai contenuti stessi che vengono proposti per questo cambiamento. Per questo, nonostante il conservatorismo identitario sia parente stretto del sovranismo, una postura politica e tattica troppo conservatrice risulta alla fine perdente. Il sovranismo vince se, insieme ad una forte dose di populismo, si professa esplicitamente, e senza equivoci comunicativi, come un movimento per il cambiamento rivoluzionario.

A fare da contraltare al limite del conservatorismo, c’è all’opposto l’altro vecchio problema della reazione al “politicamente corretto”, reazione sacrosanta e necessaria ma che deve essere indirizzata nel modo giusto. Essere contro il “politically correct” non significa indulgere nella “scorrettezza” fine a se stessa, essere contro il “buonismo” non vuol dire diventare “cattivisti”, soprattutto quando si passa da ruoli di opposizione a ruoli di governo. E su questi errori Trump ha dato il peggio di se stesso. Comportamenti rissosi fino alla scortesia, atteggiamenti “negazionisti” come superficiale reazione alle vestali progressiste del Covid, allusioni maschiliste di fronte alle filippiche sui “diritti civili”, troppa indifferenza verso le violenze dei poliziotti americani. Ma l’errore più grave su questo versante è stato quello di non prendere sul serio la questione ambientale e il cambiamento climatico. Problemi che, oltre ad essere veri,  potevano essere strumenti formidabili contro le produzioni fuori controllo della Cina e delle multinazionali e invece sono state derubricate a fissazioni radical-chic.

Insomma, mettere insieme il conservatorismo politico e sociale con la rissosità comportamentale, è la miscela perfetta per farsi disegnare dai propri avversari come inattendibili e retrogradi.

Elenchiamo tutti questi errori non per infierire sulla sconfitta di Donald Trump ma perché questi problemi sono diffusi in tutte le forze anti-globaliste non solo americane ma anche europee. E, soprattutto ora che la partita si fa più difficile, bisogna che tutti comprendano che il sovranismo non può essere solo avventura e reazione viscerale ai dogmi progressisti. Se si vuole dare una speranza ai nostri popoli bisogna evitare tutte le trappole, senza adagiarsi negli stereotipi negativi che i globalisti costruiscono apposta per demonizzarci.

Detto questo, se Donald Trump riesce nel miracolo di mettere in discussione il risultato elettorale, siamo pronti ad andare in pellegrinaggio a piedi sulla tomba di Cristoforo Colombo (ammesso di sapere dove sia).

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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