Polemiche Nord-Sud: non facciamo come i capponi di Renzo

Mai come in questo tempo di crisi il sentimento dell’unità nazionale è stato ferito con l’infuriare di una polemica prima giornalistica (quella innescata da Vittorio Feltri) poi mediatica in senso generale in quanto approdata sui social coinvolgendo decine e decine di migliaia di italiani e restituendo l’immagine di una nazione lacerata e divisa in due parti contrapposte.

In verità la polemica ha avuto dei precedenti di carattere politico che forse hanno finito per innescarla e alimentarla, segnatamente il tiro incrociato di sindaci e di esponenti nazionali della maggioranza governativa contro la Regione Lombardia, il suo governatore Fontana e l’Assessore Gallera. A ciò facevano seguito le dure parole di De Luca, governatore della Campania, allorché dichiarava di voler chiudere le “frontiere” campane nel caso le regioni del Nord avessero riaperto le attività e posto fine al lockdown.

Una forza politica autenticamente sovranista e sensibile ed ispirata al sentimento nazionale non può che adoprarsi per rimettere a posto i termini della questione e a far cicatrizzare e rimarginare questa ferita prima che si allarghi e non diventi una piaga endemica ed incontrollabile.

Grazie Milano.Grazie Lombardia. A dirlo è un meridionale, lucano peraltro –quindi meridionale più degli altri meridionali. Non è piaggeria, né si tratta della “sindrome di Stoccolma” da cui potrebbe essere affetto il “colonizzato” nei confronti del “colonizzatore”, anche perché se si facesse valere questa logica sarebbero i piemontesi e i torinesi i veri “colonizzatori”.

Grazie, fuori da ogni retorica tanto “filo terrona” quanto “filo polentona”. Grazie soprattutto in questo momento in cui la Lombardia e Milano sono sotto assedio e non solo ad opera del coronavirus ma soprattutto ad opera degli esponenti della maggioranza governativa e dell’establishment mediatico che vuole riversare su questa regione la responsabilità delle gravi colpe del governo nella gestione dell’emergenza sanitaria.

Grazie perché in questa  terra milioni di meridionali, migliaia di lucani, centinaia di compaesani hanno trovato lavoro, messo su famiglia e generato progenie, futuri lombardi e milanesi, e hanno potuto farlo, magari anche progredendo nella loro piccola o grande carriera professionale e lavorativa, senza doversi piegare al ricatto del ras politico paesano facendo per anni file fuori dall’ufficio di tale o talaltro parlamentare, calpestando ciò che dovrebbe restare sempre inviolata: la propria dignità.

Questo grazie però richiede anche il riconoscimento di come il sudore, le fatiche, il lavoro duro ed indefesso di tantissimi meridionali abbia contribuito fortemente al crescere della ricchezza lombarda, ivi compreso il surplus fiscale del quale taluni governanti ed amministratori settentrionali menano vanto e, in ragione del quale, spesso reclamano più risorse dal governo nazionale.

Grazie perché intellettuali di rango come Leonardo Sinisgalli, direttore del “Politecnico” e grafico dell’Eni di Mattei, Giuseppe Lupo, romanziere e italianista all’Università Cattolica,  Gaetano Afeltra, grande “penna” del “Corriere della Sera” e del “Giorno”, così come tanti altri, hanno potuto realizzare le loro ambizioni e coronare i loro sogni senza dover “portare la borsa” a qualche barone universitario del Sud.

Anche questa gratitudine fa maturare al sud un credito di riconoscimento del quid di fantasia, immaginazione, estro e qualità che la cultura meridionale ha saputo trasmettere nelle università e nei luoghi di elaborazione culturale del Nord.

Grazie perché sono decine di migliaia gli insegnanti che, invece di restare parcheggiati per decenni nelle affollate graduatorie del Sud con il corollario di depressione e di disagio psicologico che ne sarebbe conseguito, hanno trovato subito, appena dopo la laurea, lavoro in quella regione maturando esperienza e punteggi poi rivelatisi utili per il ritorno  nelle scuole del proprio territorio di origine.

Ma quanti di questi insegnanti meridionali hanno formato e plasmato le diverse generazioni di classi dirigenti settentrionali mettendole in grado di produrre quei risultati economici e di sviluppo dei quali reclamano legittimamente il merito? Non va riconosciuto a costoro il valore del loro impegno invece di imbarcarsi in speciose polemiche sul valore dei 100 al Sud che sarebbe gonfiato rispetto al valore dei 100 al Nord, sui diplomi degli studenti del Sud che sarebbero meno attendibili rispetto a quelli del Nord?

Grazie, perché non sono pochi gli imprenditori che al Sud non sono riusciti a far decollare le loro aziende e magari al Nord e nel cuore industriale del settentrione, cioè Milano e la Lombardia, ci sono riusciti. Ad iniziare da quel Nicola Romeo che, figlio di un lucano di Montalbano Jonico e campano di S. Antimo di adozione, fece le fortune con la sua “Alfa Romeo” a Sesto San Giovanni, in pratica alle porte di Milano.

Anche in questo caso va dato atto di quanto queste iniziative imprenditoriali, di grande ed eccezionale risalto e spessore, abbiano influito sui processi di sviluppo e sulla crescita economica del settentrione e segnatamente della Lombardia.

Visto il contesto  di emergenza sanitaria in cui ci si trova, grazie a Milano e alla Lombardia perché non sono pochi i medici e gli infermieri che, con numerose eccellenze, operano in ospedali e strutture sanitarie lombarde: dal San Raffaele all’Humanitas, dallo IEO al Policlinico di Milano. Quanti di questi avrebbero trovato posto della sanità meridionale? E a quali costi? A quanti assessori e direttori di Aziende sanitarie avrebbero dovuto scappellarsi e rendere servigi clientelari ed elettorali? Avete presente lo scandalo sanità scoppiato in Basilicata nel 2018 e che rivelò la esistenza di una vera e propria pianificazione clientelare delle assunzioni nel sistema sanitario lucano?

Questi medici ed infermieri però non hanno curato solo meridionali o settentrionali di origine “terrona”; hanno prestato servizio a tantissimi lombardi e milanesi, non è da escludere che tra i medici e gli infermieri morti di coronavirus ci sia la quota parte di professionisti provenienti dal sud. Non sarebbe giusto ammetterlo e riconoscerlo?

Qualcuno si chiederà se queste riflessioni non costituiscano una forma di “cerchiobottismo”. Non è così. Per emanciparci da questa oramai secolare e reciproca diffidenza e da questo latente e sempre riemergente pregiudizio vi è bisogno di un’autentica “operazione verità” dalla quale emerga che l’Italia non può fare a meno della componente meridionale come di quella settentrionale.

Noi meridionali dobbiamo capire che se il Meridione si trova nelle condizioni in cui si trova, non è colpa di Milano e della Lombardia ma delle classi dirigenti nazionali e meridionali le cui politiche, ben prima dell’attecchimento delle istanze leghiste in verità, hanno prodotto e fatto maturare l’enorme divario infrastrutturale e socio-economico tra Nord e Sud.

I lombardi ed i settentrionali in senso lato devono riconoscere al Sud l’alto prezzo pagato in termini di emigrazione e di spopolamento per contribuire in fin dei conti a fare del Nord, di Milano e della Lombardia il motore economico della Nazione. Il Sud è stato letteralmente spolpato dal punto di vista antropologico prima che economico. Spesso ad emigrare e ad andar via sono stati i migliori, quelli che, se fossero rimasti, avrebbero impedito la deriva clientelare ed assistenziale dell’economia meridionale.

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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