Quando è troppo è troppo: adesso Bonafede si deve dimettere

“Io oggi non ho fatto interpretazioni ma ho raccontato dei fatti precisi e li confermo. Preciso che non si trattava di una sola intercettazione, ma in più sezioni di 41 bis c’erano state dichiarazioni fatte ostentatamente dai detenuti che, gridando da un piano all’altro, dissero che ‘se e arriva Di Matteo questo butta la chiave’. Mi pare che il ministro abbia confermato i fatti, io non do interpretazioni”. Con queste parole il magistrato Nino Di Matteo ha inchiodato il Ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, in responsabilità così gravi da rendere non più rinviabili le sue dimissioni.

In questi anni gli italiani, e in particolare gli operatori del diritto, hanno sopportato da questo Ministro ogni genere di scempio in materia di diritto, ma l’alibi era sempre lo stesso: Buonafede sarà ignorante, ma almeno è l’interprete inflessibile del giustizialismo grillino. Oggi scopriamo che non è vero neppure questo: le parole di Di Matteo inchiodano il Guardasigilli in un ruolo simile a quello dei politici accusati della trattativa Stato-Mafia: per evitare rivolte e ricatti della mafia si accetta di non nominare un magistrato in un ruolo chive del Ministero come quello di dirigete l’amministrazione penitenziaria.

Lo scontro tra il magistrato Nino Di Matteo e il Guardasigilli Alfonso Bonafede è avvenuto durante la trasmissione Non é l’Arena su La7. Il primo ha affermato che nel 2018 Bonafede gli aveva offerto di dirigere il Dap, offerta che sarebbe poi venuta meno, dopo la reazione di alcuni boss detenuti al 41 bis, intercettati, preoccupati per la nomina di Di Matteo al Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria. Bonafede, che propose invece al magistrato la direzione degli Affari penali del ministero, ha telefonato in diretta durante la trasmissione, dicendosi “esterrefatto”, ma in realtà senza riuscire a smentire le accuse del magistrato.

Sul tema è intervenuto con chiarezza l’on. Andrea Del Mastro, responsabile Fdi del Dipartimento Giustizia: “Ormai e’ tutto chiaro. Prima le rivolte in carcere organizzate dalla criminalità organizzata, per stabilire il falso nesso di causalità tra carcere e contagio. Successivamente il provvedimento di Bonafede dei domiciliari per gli ultimi 18 mesi di pena che postula proprio il principio tra carcere e contagio. Poi Di Matteo e Ardita del Csm che sconsigliano l’assunzione di tale provvedimento perché sarebbe un cedimento alla mafia e perché comporterebbe un effetto domino di cui godrebbero i mafiosi per uscire dalle carceri. Poi la circolare del Dap e infine le scarcerazioni ignobili e quotidiane dei mafiosi. Ora scopriamo anche che Di Matteo venne rifiutato al Dap per viltà. Ci vuole altro per dimettersi e scomparire dalla faccia della terra? Bonafede, in un sussulto di dignita’, dimettiti, non ti daremo tregua”.

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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