Risparmio privato vera ricchezza d’Italia

In una recente intervista ad “Affari Italiani” Edward Luttwak si è chiesto se sia possibile che quella che resta, nonostante tutto, l’ottava nazione più ricca al mondo,l’Italia, debba presentarsi col cappello dell’elemosina a chiedere aiuto ad  un’Europa egemonizzata da chi vorrebbe invece trasformarla in un grande mercato dei saldi.

Numerosi altri osservatori, e di recente l’hanno fatto Ettore Gotti Tedeschi e Carlo Pelanda che tra l’altro appartengono a due scuole di pensiero diverse se non contrapposte, sostengono che il risparmio privato italiano, unitamente al dinamismo e alla forte capacità di resilienza della piccola e media industria italiana, siano i fattori principali di questa ricchezza.

Non bisogna allora essere esperti, economisti o appartenere ad una delle tante task force arruolate dal Governo “Conte & Co.” per comprendere che non esiste possibilità di ripresa se non si parte da questi dati certi e solidi: la grande mole del risparmio e del patrimonio privato e la capacità tattica e strategica, nel mercato interno e internazionale, della nostra piccola e media industria.

Attenzione: quando si cita la questione del risparmio e del patrimonio privato non si vuol sostenere che esso debba essere “ipotecato” per azzardate operazioni di rilancio; né che esso debba essere sfruttato per una sorta di patrimoniale fiscale che di tanto in tanto qualcuno cerca di calare sul “tavolo da gioco” come una sorta di asso che già nel passato ha dimostrato di essere una mossa suicida.

Nel 2017 la ricchezza privata italiana ammontava a qualcosa come 8 mila miliardi di euro, 3 volte e mezzo il prodotto interno lordo (PIL) e 3 volte l’ammontare del debito pubblico assestato a quell’anno. Di questi 8 mila miliardi di euro 4 mila ne rappresentano la quota liquida, a 1300 ammontano i depositi nei conti correnti e nei libretti o in altri strumenti di risparmio.

Sostiene Gotti Tedeschi  (La Verità del 24 aprile 2020) che sarebbe sufficiente poter disporre solo del 10% di questi risparmi, cioè il 2% del suo intero ammontare, per ricavarne 130 miliardi da poter destinare subito alla ripresa costituendo un “fondo ricostruzione” per rimettere in moto l’Italia. Non si tratta però, secondo l’ex economista del Vaticano, di attivare un prestito forzoso ma un “prestito obbligazionario convertibile a 10 anni e remunerato all’1%”, senza spese e detrazioni ulteriori, con la prospettiva del capital gain al decimo anno. Oggi i risparmi ed i depositi non fruttano niente anzi, con le spese e la tassa statale di concessione, rendono in negativo di conseguenza non sarebbe impossibile ed impensabile un’efficace opera di persuasione ed incentivazione sui risparmiatori.

La “ricetta” di Carlo Pelanda (La Verità del 26 aprile 2020) parte anch’essa dal recupero incentivato di almeno 200 miliardi dai 1300 miliardi di depositi liquidi per farli confluire in un “fondo di fondi nazionale di investimento, con status speciale, dedicato all’economia reale con remunerazione proporzionale al rischio”. La differenza è soprattutto nella gestione perché mentre Gotti Tedeschi pensava ad un governo più politico nell’utilizzo del “fondo ricostruzione”, ipotizzando di affidarlo a Giulio Tremonti, Pelanda pensa ad un gruppo di “manager esperti sotto la supervisione diretta e rafforzata di Banca d’Italia e Consob”.

Vi è anche la ricetta, ancora più semplice, di Luciano Barra Caracciolo di incentivare fortemente questo risparmio ad investire sui titoli di Stato italiani, il che da un lato ci metterebbe al riparo dal ricatto dello spread e dall’altro lato offrirebbe a questo risparmio un’ottima remunerazione in termini di interessi.

Indipendentemente dalla praticabilità di queste soluzioni comunque progettate per la “Fase 3”, esse evidenziano un’oggettiva esigenza: quella di non lasciar “deperire” l’immenso patrimonio italiano del risparmio privato sul quale, tra l’altro, di tanto in tanto si minaccia la scure di una patrimoniale o di un prelievo forzoso nonché, peggiore delle ipotesi, si profila l’eventualità di usarlo come garanzia dei vari meccanismi di salvataggio europeo (Mes in testa a tutti). Le Banche tedesche, i potentati finanziari del nord Europa non aspettano  altro che  mettere le mani sul nostro risparmio privato. Sostengono sia Gotti Tedeschi che Pelanda: invece di “impiccarsi a Bruxelles” non sarebbe meglio decidere di fare da soli? Del resto in una buona famiglia, quando si deve fare un investimento, acquistare una casa o rilanciare la propria azienda, non si attinge al risparmio, prima di rivolgersi alle banche, se non addirittura allo strozzino?

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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