Ristoratori ai tempi del Covid-19: la tragica gogna di tavoli e tavolini

Sono giorni che in tutti i telegiornali vediamo ristoratori, osti e baristi spostare tavoli e tavolini e costruire barriere trasparenti con il metro in mano. Una gogna maledetta a cui il Governo, in nome della lotta al Covid-19, sta sottoponendo tutta una categoria che fino a ieri era non solo il fiore all’occhiello dell’agroalimentare italiano, ma anche l’investimento rifugio del ceto medio in difficoltà. Sono in difficoltà con il mio lavoro, o devo arrotondare le mie entrate, che faccio? Apro un ristorante…

In verità questa gogna è cominciata già da un decennio, quando i sovrintendenti dei centri storici di tutta Italia avevano dichiarato guerra ai “tavolini” in piazza, costringendo sindaci e amministratori a ridurre drasticamente l’occupazione di suolo pubblico riservata alla ristorazione all’aperto.

Il mantra di questi anni – che ha fatto danni gravi soprattutto a Roma, dopo la fine della sindacatura Alemanno – erano gli “angoli visuali” e le prospettive delle piazze storiche che non dovevano essere disturbati dai “dehors” dei pubblici esercizi. Tutto questo dimenticando che le piazze della tradizione italiana sono sempre state affollate e animate da ogni genere di occupazione e intrattenimento. Ovviamente gli stessi illuminati progressisti che combattevano contro i tavolini e le bancarelle a Piazza Navona, poi andavano a Marrakech e si emozionavano di fronte allo spettacolo di  Piazza Jamaa El Fna, dichiarata Patrimonio dell’Unesco solo (visto che non c’è nient’altro) per la sua caotica e totalizzante occupazione di bancarelle e osterie all’aperto.

Su questo versante una piccola rivincita i ristoratori se la sono presa, visto che la sindaca Raggi – grande campionessa nella lotta contro i tavolini in strada – ha dovuto ipotizzare di concedere molta più occupazione di suolo pubblico per permettere a bar e ristoranti di compensare in qualche modo la perdita di posti a sedere imposta dai distanziamenti anti-contagio.

Ma questo contentino, anche se fosse veramente attuato, non basta. È necessario che il Governo e le Regioni rivedano in maniera più intelligente e flessibile le regole del distanziamento e predispongano degli indennizzi esattamente corrispondenti ai posti a tavola che saranno necessariamente soppressi. Altrimenti tutta una categoria di imprenditori e lavoratori, e con essa una diffusa sapienza culinaria, enologica e agroalimentare tipicamente italiana, rischia di scomparire per lasciare solo il posto alle asettiche mense dei fast-food e della grandi catene alimentari.

È un’altra delle tante battaglie della qualità, della cultura popolare e delle piccole imprese contro le grandi multinazionali che vogliono divorare l’economia reale e il lavoro italiano.

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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