Senza aspettare il vaccino: la cura al Coronavirus con il plasma iperimmune

Ho seguito in data 10 maggio una trasmissione in diretta Facebook (facilmente reperibile e che invito ad ascoltare) alla quale ha partecipato il Dott. Giuseppe De Donno, pneumologo in prima linea nello studio e l’attuazione di un protocollo di cura anti-covid basata sul plasma iperimmune. Il professore ha potuto parlare a briglia sciolta ed in maniera più che esaustiva, mettendo in grado qualsiasi spettatore, quindi anche chi come me non è laureato in medicina, di comprendere l’evoluzione della malattia, l’esito delle cure e di apprendere notizie che nessun Tg e nessuna trasmissione in onda sulle reti nazionali ha dato sinora e, probabilmente, mai darà.

Innanzitutto, ciò che ho colto in prima battuta, ricevendone la conferma anche all’esito del suo lungo  intervento, è stata l’umiltà di uno scienziato che sta dedicando con passione i due terzi delle sue giornate (da più di tre mesi a questa parte) allo studio ed alla ricerca volti ad individuare  la cura più efficace per combattere il virus, mirando al fine ultimo, riconducibile al giuramento di Ippocrate (anche nella versione modernizzata) caro ad ogni medico che svolga la professione e sintetizzabile nel‘curare i malati e  tutelare la vita’. Per questo, a tratti, il suo intervento ha avuto toni duri ed animati, giustificati da una messa alla gogna subita ma soprattutto dal suo vissuto: vedere morire le persone e sentirsi impotenti genera una sofferenza enorme che poi cambia la vita, De Donno ha detto “io sono un uomo cambiato non tornerò più quello che ero prima” perché ciò a cui ha assistito durante la pandemia non lo ha visto in 25 anni di carriera, polmoniti così gravi da mandare in terapia intensiva un numero così grande di pazienti.

Il protocollo che lo pneumologo mantovano sta applicando è coperto da copyright dal 26 marzo, ciononostante vi sono centri in Italia che lo stanno applicando spacciandolo per loro, che dire? Se vogliamo mutuare il principio ‘dai a Cesare quel che è di Cesare’ dobbiamo anche constatare le eccezioni.

La sua attività, per chi ha seguito le vicende televisive o ha letto in proposito se ne è reso conto, è stata indubbiamente ostacolata e non solo da alcuni suoi colleghi probabilmente mossi, chissà, da invidia e gelosia tanto da sminuirne l’operato e sollevare dubbi sulla efficacia della cura a base di plasma. Di fatto, come affermato da De Donno, questa cura non sta comportando effetti collaterali o conseguenze avverse ai pazienti ed ha un costo basso (circa 80 euro a malato). Attualmente, ogni giorno vi sono 7-8 ex-pazienti guariti (di cui alcuni provenienti da varie zone d’Italia) che tramite l’AVIS di Mantova donano sacche del proprio plasma che, a seguito di esplicita richiesta, sono anche inviate ad altre strutture ospedaliere sparse in tutta il territorio nazionale.

Oltre al contributo squisitamente scientifico, dicevo, il dott. De Donno, grazie alla trasmissione dal taglio decisamente confidenziale e privo di formalità, ha potuto parlare ‘fuori dai denti’ e non ha esitato a far emergere la sua percezione di ostacoli frapposti. Infatti, ha evidenziato che il lavoro scientifico predisposto unitamente alla sua équipe e che è stato sottoposto al vaglio del mondo scientifico al fine di creare la cd. “letteratura”, deve essere pubblicato quanto prima e non subire ritardi o censure basate sulla contrarietà all’utilizzo del siero iperimmune perché “quando uno rifiuta l’utilizzo oppure impone un giudizio che tende ad impedire l’utilizzo del siero iperimmune poi se ne prenderà la responsabilità” e ha aggiunto “questo è il momento di salvare vite, questo è il momento di avere la progettualità” anche per il futuro.

Teniamo presente che De Donno, come dal medesimo dichiarato, ha ricevuto offerte dagli Stati Uniti e non vorremmo piangere un domani per la sua decisione di trasferirsi perché costretto a farlo a causa di comportamenti ostili o noncuranti. Ma di fughe di cervelli in Italia abbiamo il primato!

Qual è stato il momento in cui è scattata la molla che ha spinto gli scienziati a studiare qualcosa di diverso rispetto alle cure che si stavano applicando ai primi casi (anche se numerosi) di coronavirus? Il professore ha spiegato che sono partiti da un dato di fatto e cioè che i presidi (esperienza, farmaci, etc.) forniti dai medici cinesi arrivati in Italia risultavano insufficienti, trovarsi dinanzi alla morte dei malati e quindi soffrire nel non riuscire a salvare vite come ci si sarebbe auspicati li ha spinti a concentrarsi sulla ricerca di una cura alternativa ed efficace, così hanno iniziato ad usare il siero iperimmune. Sin da subito il lavoro è stato screditato e sminuito da chi sollevando critiche, ha pontificato dicendo che si stava utilizzando una cura già conosciuta (ai tempi della sars, della difterite, ebola, etc. come per dire ‘hai fatto la scoperta dell’acqua calda’). La replica di  De Donno  giustamente si è incentrata su un dato quasi banale ma indubbiamente di buon senso e cioè se la cura già si conosceva ed era efficace perché non applicarla anche ora? In realtà – prosegue – alcuni scienziati hanno svilito il lavoro e malconsigliato i politici.

Per cui a noi cittadini, oltre alle accuse che molti solleverebbero tipo ‘dalli al complottista’, non rimane che la sensazione/certezza che di fronte a un’emergenza sanitaria di grave entità come quella in atto, la posizione ideologica  (e forse qualche altro interesse) possa prevalere sull’esigenza sanitaria e sui principi di Ippocrate!

La spinta da più parti che sta inneggiando al vaccino come la panacea di questo male non tiene presente il fatto che comunque il vaccino non risolve la malattia, eventualmente potrà prevenirla. Ma correttamente De Donno, che non è da annoverare tra i cd. ‘no-vax’, si chiede: è meglio preferire nell’immediato una cura a base di siero iperimmune che sta funzionando, tant’è che alcune regioni la stanno condividendo, oppure attendere chissà quanto un vaccino la cui sperimentazione sarà di pochi mesi e quindi non si potranno valutare gli effetti collaterali che lo stesso provoca? La risposta mi sembra facile e scontata.

Lo pneumologo ha, inoltre, dichiarato che ancora non è dimostrabile che un ex malato Covid-19 potrebbe ricadere nella malattia, ma lo studio dell’équipe è finalizzata anche a verificare la capacità neutralizzante degli anticorpi sviluppati e la sua durata. La tesi per ora è quella di non escludere una possibile ricaduta da parte, però, di una piccola percentuale di pazienti. D’altronde anche in una qualsiasi influenza stagionale vi è la probabilità che chi la contrae a novembre poi potrebbe riprenderla a gennaio. Quello che è certo è che il virus può mutare e che non si possono, ad oggi, fare previsioni, in ogni caso è essenziale la cautela e la convinzione che il virus non ammette distrazioni.

Rimaniamo in attesa che lo studio venga finalmente pubblicato e che chi è chiamato a decidere lo faccia per un fine etico rappresentato dal sostegno alla vita e al bene della comunità, senza strumentalizzazioni ideologiche o di comodo, senza fare terrorismo e senza privare ulteriormente gli italiani delle libertà fondamentali. Abbiamo dimostrato di non essere incoscienti seppur dinanzi a regole esageratamente limitative in tutti i campi, è necessario tornare alla normalità affinché al dramma sanitario non si aggiunga quello economico che, dati alla mano, purtroppo sta già procurando danni.

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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