Si avvicina il tempo dell’ITALEXIT: le prospettiva per l’Italia restando nell’euro sono nere, con o senza MES e/o Recovery Fund

Facciamo il punto della situazione: il MES non è stato firmato, ancora, sebbene più di un mese fa alcune forze politiche avessero anticipato che era già stato sottoscritto dal nostro Paese, aggiungendo danno al danno. Parimenti il Recovery Fund resta un’illusione, troppo piccolo (500 mld €) e prevalentemente strutturato come debito da restituire e non come stimolo monetario all’economia. Or dunque emerge la vera natura dell’UE con l’euro, una costruzione coloniale a vantaggio asimmetrico dei poteri centrali.

In tale contesto l’Italia non ha scampo: se accetta il MES, entro il 2023 deve restituirlo accettando la troika. Se accetta il Recovery Fund, architettato da Francia e Germania, cade nella loro trappola, ossia il debito di lungo termine: infatti sarà sicuramente imposta la restituzione di tale debito, ad esempio a 30 anni, con buona pace dei dettami solidaristici del Trattato di Roma. Con il risultato che prima o poi ci si spoglierà comunque dei propri beni a favore di Francia e Germania, tornando ad essere colonia economica dei paesi UE ex coloniali, come l’Italia è stata fino al 1860. Dunque l’Italia, come la Grecia, schiava ad aeternum del proprio debito detenuto da chi impone l’austerità.

Nessuna via d’uscita in vista, economicamente “da vivi”, se non uscire dall’euro.

In tale contesto va notato come una sorta di troika l’Italia ce l’abbia già in casa e si chiama Gualtieri, prima di lui Tria. È lui, Gualtieri, che oggi regola – e limita –  l’accesso al credito BCE nel governo italiano; e qui capite il motivo per cui al MEF può andare solo uno affidabile per l’UE. Così Giuseppe Conte non può fare assolutamente nulla per alleviare le pene degli italiani post COVID, visto che le casse sono vuote ed il rapporto debito/PIL – che arriva attorno al 160% considerando l’economia sommersa, ma anche oltre il 180% senza economica sommersa – è obiettivamente fuori controllo.

L’Italia non ha scampo per sfuggire alla fine greca, se non ribaltare il tavolo dell’euro, ossia facendo segregazione finanziaria e di seguito ITALEXIT.

In realtà per fare questo non serve aspettare l’aiuto USA o di altri, quello economico intendo. No, l’Italia – che da quasi 30 anni fa avanzo primario, che è esportatrice netta, che da sempre ha una bilancia commerciale positiva, che ha enormi risparmi familiari – ha solo bisogno di supporto strategico per prendere tale strada, un supporto che può venire unicamente dagli USA, l’unico soggetto co-interessato a che l’Italia compia tale passo. E ha bisogno di competenze economiche e industriali, oggi carenti nel nostro Paese. A parte questo la situazione italiana in realtà è ottimale per l’ITALEXIT, mettendo gli italiani di fronte alla scelta di farsi confiscare la casa tenendo il debito nazionale in euro o di tornare alla lira.

Credetemi, la situazione è tanto facile precisamente quanto ve l’ho dipinta sopra.

Ora, come anticipato innanzi, il problema sono le competenze. Ed una classe politica cooptata – ed in larga parte comprata – da chi vuole tenerci nell’euro, compresa anche la Cina che nel piano egemonico neo-revanscista di matrice euro-franco-tedesca funge troppo spesso da ufficiale pagatore, ossia riciclatore di Tbonds USA prima che vengano magari bloccati dal Dipartimento di Stato. Tradotto: l’architrave del globalismo è proprio l’UE con l’euro, che fa dell’asimmetria tra élite e resto della popolazione, ovvero sul piano più macro (che è lo stesso), tra Paesi eurodeboli ed euroforti, la sua ragione d’essere.

In tale contesto va rilevata la pervasività dell’asse franco-tedesco, con Parigi e Berlino alla fine d’accordo nel dettare la linea EUropea, a danno dell’Italia. In fondo è scelta logica, le cancellerie Europee ex coloniali hanno più da guadagnare a schiavizzare uno per uno  – facendo il dividi et impera – i paesi eurodeboli rispetto ad uscire dalla compagine EU.

In pratica Macron e Merkel hanno trovato una quadra e la parte dell’elite di Parigi (quella più prettamente militare) contraria all’asse con Berlino è andata in minoranza, a fronte delle concessioni ottenute da Merkel & Co. Chiaramente hanno avuto “garanzie” che Trump NON verrà rieletto, ma queste sono le stesse garanzie che ebbero anche quando Trump doveva cadere nel Russiagate e in altre numerose battaglie che invece il Presidente USA ha vinto alla distanza.

In realtà l’asse franco-tedesco è una buona notizia per la Penisola, in quanto – COMUNQUE – l’unica strada per pensare di salvarsi passa dall’ITALEXIT e dunque da Washington; ovvero sarebbe stato molto peggio se Trump avesse fatto qualche accordo con Macron rendendo meno importante la posizione dell’Italia.

Siamo dunque al redde rationem e Roma è il canarino nella miniera: se resta nella gabbia dell’euro la confisca dei beni delle famiglie italiane è certa; se si esce dalla moneta unica è tutta un’altra storia, si riparte. Washington è oggi predisposta a supportarci, come indicato da Mike Pompeo un mesetto fa, ma solo dopo le elezioni USA, soprattutto per interessi americani (si veda di seguito).

Sta agli Italiani trovare una quadra iniziando a difendersi veramente, cosa che va di pari passo con il rinnovare la politica governativa italiana. Ben sapendo che della Lega ci si può fidare limitatamente, viste le sue mai celate pulsioni pavloviane ad avvicinarsi (come distretto padano) allo spazio economico tedesco, senza purtroppo rendersi conto che alla fine anche il solo Nord verrebbe travolto a termine nella stessa maniera in cui viene travolta oggi l’Italia tutta. Infatti, mai dimenticarlo, la base della meccanica fine, oggi egemonica in pianura padana e cuore del suo sistema industriale, cozza con il disegno franco-tedesco di cambiare la mobilità rispetto al ciclo termico tradizionale, ossia andando verso l’elettrico. Che poi non è altro che una scappatoia UE dal dollaro USA, sostenuto dal controllo del petrolio globale, eredità della vittoria americana nella seconda guerra mondiale.

Chiaramente i leghisti non arrivano a capire il grande gioco sottostante, restando pedine in uno risiko ben più grande di loro. Un gioco che, comunque la si guardi, colpirà le industrie settentrionali anche come prime vittime di uno scontro “caldo” con gli avversari di sempre di Berlino, ovvero gli USA. Partendo per il blocco economico delle esportazioni verso gli USA che colpirebbe anche e soprattutto il Nord Italia quale – oggi molto, dopodomani molto meno post sua deindustrializzazione programmata – principale terzista di Berlino nell’industria, su cui le manifatture tedesche ribalterebbero in prima battuta i propri costi.

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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