Silvia Romano: sindrome di Stoccolma di un popolo

Dopo circa 18 mesi, Aisha è tornata libera.

In realtà, prima del rapimento si chiamava Silvia Romano.

Un rapimento che è costato allo Stato italiano, sembra, quattro milioni di Euro di riscatto, più il lavoro ininterrotto delle nostre strutture di intelligence, che ha non soltanto un costo in termini di denaro, ma anche di focalizzazione di impegno operativo e di rischio da parte delle stesse vite umane di coloro che si sono adoperate per la sua salvezza.

Silvia era andata in Kenya, territorio ad alto rischio terroristico, al seguito di una di quelle Onlus, che, in nome del nuovo globalismo, tendono ad esportare il loro sistema di valori, legati anche ad una certa visione del nuovo pseudo-umanesimo, ma è tornata in Italia musulmana; è partita dall’Italia con gli shorts ed è tornata con l’Hijab, convertita dagli stessi terroristi islamici ai quali intendeva proporre i valori che era andata a rappresentare.

Con buona pace dei terroristi, che potranno spendere i soldi del riscatto per finanziare la loro attività criminale (armi, droga e quant’altro).

Tutto questo ci è stato presentato dal governo Conte come un grande successo.

E per di più, questo grande successo è stato sbandierato come tale, a quei milioni di italiani, che arrancano, privati, essi sì, di ogni forma di libertà, e per i quali, invece, i soldi proprio non si trovano.

Un quadro lievemente sconcertante.

Proviamo a fare qualche riflessione.

Qui non si tratta di non riconoscere a chicchessia, e tantomeno a Silvia Aisha Romano, il diritto di conversione religiosa.

Si tratta però di riconoscere che la vera conversione religiosa è il frutto di una profonda opera di revisione ed introspezione spirituale, che giunge a maturazione nutrendosi di un humus che è il più fertile presupposto di ogni vera evoluzione spirituale, e cioè la Libertà.

Libertà interna e libertà esterna.

Libertà da ogni forma di condizionamento.

È difficile, veramente difficile, ravvisare nella situazione vissuta, durante il suo rapimento, dalla cooperante Silvia Romano, questo tipo di condizione.

Sembrerebbe piuttosto il classico e ben conosciuto quadro della cosiddetta “sindrome di Stoccolma”.

Quella sindrome, tristemente nota, per la quale il prigioniero, l’ostaggio, dopo una lunga prigionia, tende a giustificare le motivazioni di coloro che lo hanno privato della libertà, ed a sviluppare un sentimento quasi affine alla solidarietà umana.

Una sorta di identificazione col carnefice, a volte, persino di un vero e proprio innamoramento.

C’è però un punto da evidenziare.

La privazione della libertà fisica non necessariamente coincide con la privazione della libertà interiore, che resta il presupposto fondante per l’esercizio della nostra capacità di scelta.

Come non ricordare, ad esempio, Fabrizio Quattrocchi, che non solo non si convertì durante la prigionia, ma prima di essere assassinato proclamò, con orgoglio e dignità,: ”Vi faccio vedere come muore un italiano”.

Per  Fabrizio Quattrocchi, però, lo Stato italiano non pagò alcun riscatto.

Forse dunque, non è proprio vero che “una vita vale un’altra vita”, anche perché Fabrizio non era il rappresentate di alcuna ONG, e forse la sua figura non si prestava molto ad essere sbandierata come quella del figliol prodigo della globalizzazione pseudo-missionaria, recuperato da coloro che ne sono i paladini ad oltranza.

Fabrizio era soltanto un uomo impegnato in una missione di sicurezza, un uomo che aveva molto chiaro il senso dell’onore e dell’identità nazionale, tanto da proclamarlo anche in punto di morte.

Evidentemente, i meccanismi psicologici della sindrome di Stoccolma con lui non hanno funzionato.

Forse si potrebbe notare che questi meccanismi funzionano, quando funzionano, non soltanto per i singoli, ma anche per interi gruppi di individui, quando essi vengano privati della loro libertà.

Mi chiedo se questa considerazione non possa valere anche per i popoli, con le dovute analogie, adeguate e proporzionate ai singoli contesti.

Ad esempio, in Italia, il governo Conte, ha privato, in nome della dittatura sanitaria instaurata con l’alibi della tutela della salute collettiva, l’intero popolo italiano di ogni forma di libertà costituzionalmente garantita.

Il meccanismo repressivo posto in essere per garantire l’efficacia delle restrizioni, è senza precedenti.

Sono state impiegate tutte le Forze di Polizia, locali e nazionali, l’Esercito, la tecnologia, i droni, gli elicotteri, e quant’altro possibile.

Vi sono state persone sottoposte a T.S.O. per avere osato contestare alcune modalità di attuazione della repressione, persone denunciate e multate, con motivazioni tali da apparire grottesche. Come il pensionato multato per avere acquistato tre bottiglie di vino, il barista multato per aver portato un caffè agli Agenti in servizio davanti al Monte di Pietà di Torino. Il sacerdote ed i suo fedeli denunciati e multati all’interno di una Chiesa, durante la celebrazione della Messa. Persone multate perché correvano nei parchi o addirittura sulla battigia del lungomare. Persone multate per avere portato a spasso il cane, e così via.

L’elenco potrebbe essere molto lungo.

Una efficienza repressiva mai dimostrata con siffatta intensità, neppure contro la peggiore criminalità organizzata, i cui esponenti, anzi, vengono rimessi in libertà.

Decine di migliaia di aziende sull’orlo del tracollo, migliaia di attività commerciali già fallite.

Decine di suicidi di imprenditori costretti alla chiusura, e quindi al fallimento.

Una prospettiva di tracollo economico della società italiana, tanto grave, da rendere difficile perfino  prefigurarne la reale entità.

Il peggiore scenario economico dal dopoguerra. E nessuna soluzione concreta, realmente convincente all’orizzonte. Nessuna efficace programmazione e reale prospettiva di ripresa economica.

Ed ecco il paradosso: il governo Conte cresce nei consensi (sic).

Esatto. Cresce nei consensi.

Come si può non pensare all’aberrazione di una sorta di sindrome di Stoccolma collettiva, che riguarda una gran parte degli italiani?

Il torpore intellettuale, generato dall’isolamento sociale, rafforza l’antico conformismo borghese, che continua ad accettare acriticamente ogni diktat dell’oligarchia globalista mai votata dal popolo.

Tutti aspettano con ansia le comunicazioni televisive di sua eccellenza il Premier Conte, in attesa di sapere cosa egli si riserva di concedere, proprio usando quel plurale maiestatis tipico dei sovrani e dei pontefici, che si esplicita nella antica forma vetusta del “Noi concediamo”, oppure dall’analoga locuzione del “Non è concesso”.

Nel frattempo, ci si continua a cullare, nel sonno della coscienza, ripetendo l’illusorio manta dell’ “andrà tutto bene”.

Ma le cose non vanno bene o male, secondo una forza propria. La misura dell’andare bene o male delle cose, è data dal loro interagire con la volontà degli uomini.

Gli uomini, con il loro libero arbitrio, con le tensioni spirituali che li animano, con le loro visioni culturali ed intellettuali, sono la vera misura che consente alle “cose” di andare in un modo o nell’altro.

Nonostante tutto, però, alcuni segni di risveglio sociale iniziano ad intravedersi. La storia insegna che c’è un limite, dopo il quale, i popoli reagiscono, ritrovano il senso di sé, riaffermano il proprio diritto all’auto-determinazione.

Non è contagioso soltanto il sonno, o lo sbadiglio, ma è contagioso, per fortuna, anche il coraggio, anche il buon esempio.

C’è stato un periodo in cui c’era un termine, che veniva usato in  senso dispregiativo per connotare gli avversari politici. Ancora oggi, capita di sentire questo termine, usato in senso negativo.

Il termine in questione è “reazionario”.

Ma, quando si è in presenza di una ingiustizia, del danno causato dalla malafede, non è forse giusto reagire, o si deve continuare a guardare e a subire? Non è forse giusto, addirittura doveroso reagire?

Le leggi, sono sempre giuste?

Gli antichi Romani pensavano di no. Essi dicevano: “Non omnia quod licitum, honestum est”.

Non tutte le leggi sono giuste.

Anche le leggi possono, a volte, divenire strumenti di regimi dittatoriali, siano essi chiaramente manifesti o travestiti da regimi democratici.

Quello che è certo è che nessun regime, per quanto sostenuto da poteri occulti, più o meno asserviti ai disegni delle tecnocrazie globaliste, potrà mai essere capace di soffocare quell’anelito che Hegel chiamava “lo spirito dei Popoli che si realizza nella storia”.

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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