Sovraffollamento carcerario? Mandiamo gli immigrati nelle carceri dei loro paesi, non i boss mafiosi ai domiciliari

Prendo spunto da un bell’articolo di Alfredo Mantovano, fine giurista e magistrato presso la Corte di Cassazione nonché vice-presidente del Centro Studi Livatino, per far luce su un problema annoso e penoso al tempo stesso: il sovraffollamento carcerario.

Il recente scontro mediatico-telefonico tra il Ministro Bonafede ed il dott. Di Matteo (ex P.M. ed attualmente componente togato del CSM) è stato desolante, una bomba scoppiata nel bel mezzo di una trasmissione in cui l’indignazione del telespettatore riguardo alla scarcerazione dei detenuti al 41bis per mafia doveva assurgere a livelli stratosferici, grazie anche alla conduzione di un Giletti infervorato. Ma prendiamo le distanze da questa pièce infangata perché, purtroppo, sta distogliendo l’attenzione dal problema principale e cioè il sovraffollamento delle carceri che, a ben vedere, non ha beneficiato di evidenti miglioramenti da quando, agli inizi di marzo, si sono avute le ben note rivolte da parte dei detenuti, i cui esiti sono stati drammatici.

Dai  numeri riportati dal dott. Mantovano si evince che se a fine febbraio i detenuti erano 61.230 (10.000 in più rispetto alla capienza) al 26 aprile la popolazione carceraria è scesa a 53.658, quindi nel giro di due mesi 7.572 detenuti hanno lasciato il carcere, ma non grazie ad interventi governativi, bensì grazie all’intervento del Procuratore generale della Corte di Cassazione che ha inviato una circolare ai Procuratori generali delle Corti di Appello con cui, distinguendo fra i provvedimenti di custodia cautelare in carcere ancora da emettere, quelli già emessi, le pene definitive di cui far iniziare l’espiazione e quelle già in corso di esecuzione, ha fornito per ciascuna di tali categorie indicazioni correlate all’emergenza in atto; e quindi perché la custodia in carcere sia limitata alla stretta necessità, l’esecuzione delle sentenze definitive per pene non elevate sia procrastinata e nella fase di esecuzione già in atto si facilitino le misure alternative alla detenzione, in primis l’affidamento in prova al servizio sociale. Si rammenta, infatti, che l’unica soluzione che il Governo aveva posto in essere per contrastare l’emergenza da epidemia, non era stata di deflazionare il numero delle presenze negli istituti di pena, bensì di restringere la possibilità di visita dei familiari in carcere, cosa che poi ha scatenato le violente proteste.

Per quanto riguarda la posizione delicatissima in termini di preservazione della società dal pericolo posto dalla scarcerazione dei detenuti al 41bis riporto qui la domanda del quisque de populo “ma come, il Ministro della Giustizia appartiene ad un movimento giustizialista per eccellenza e permette siffatte scarcerazioni?”

In realtà, le questioni vanno tenute separate perché se la legge consente di scontare gli ultimi 18 mesi di detenzione ai cd. ‘domiciliari’, il giudice deputato a decidere vaglia la presenza dei presupposti e provvede di conseguenza; nel caso dei detenuti al 41 bis la procedura è la stessa ma la discrezionalità sicuramente dovrebbe essere, secondo noi,  anelastica, ed il giudice non può essere lasciato solo a decidere, il confronto con il Dap (Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria) è e sarebbe stato necessario. Tant’è che dopo le prime scarcerazioni (qualche centinaio) ed al netto delle dimissioni di Basentini, il Ministro è corso subito ai ripari decretando la necessità per il Tribunale di sorveglianza di richiedere di volta in volta il parere alla Procura (distrettuale o nazionale) antimafia. Come siano andate effettivamente le cose, cioè se vi è stata noncuranza da parte del Dap o altro, attendiamo che gli ispettori (per come ha detto il Ministro) diano risposte certe e secondo verità, ma la questione non può e non deve adombrare o far dimenticare il problema dell’emergenza carceri.

Quali possono essere, allora, le proposte per la soluzione della questione sovraffollamento? In punto di diritto e con un mix di logica e buon senso, si condivide quanto proposto da Mantovano nel suo articolo: 1) mettere in pratica gli accordi con i Paesi di provenienza per consentire l’espiazione della pena presso il carcere ivi ubicato (si pensi che dei 19.899 stranieri detenuti nei penitenziari italiani, 5.000 sono di origine romena e albanese e potrebbero quindi essere lì trasferiti proprio in forza degli accordi); 2) realizzare nuove carceri; 3) rendere disponibili i braccialetti elettronici per gli arresti domiciliari, la cui carenza di fatto non consente ai detenuti di proseguire la custodia nella propria abitazione; 4) effettuare le espulsioni degli irregolari quale alternativa al carcere.

Orbene, non pretendo che il Ministro guardasigilli tragga auspici dalla lettura di questo breve ed umile articolo, spero però (ma ho la sensazione che la speranza sarà vana) che nella pletorica task force del Ministero che presiede vi sia qualche mente che lo illumini.

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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