Sovranismo e conservatorismo: un rapporto necessario – di Marco Gervasoni

Potrebbe sembrare incongruo, mentre dal Governo si tenta un colpo di mano per sospendere la democrazia, discettare di sovranismo e di conservatorismo. Ma se siamo giunti a questo punto è anche perché, da parte delle forze sovraniste, è mancata la riflessione sulla cultura politica: la strategia dei selfie senza una riflessione alle spalle si disintegra alla prima crisi seria, quale appunto la pandemia.

Chiarisco subito che, essendo filosoficamente un realista e non un nominalista, per me i nomi sono solo convenzioni per definire degli oggetti. Per cui non ho nessuna particolare affezione emozionale per parole come “sovranismo” , “conservatorismo” e persino “destra”. Anzi, ritengo che si stia esaurendo la tradizione politica occidentale, per cui persino i concetti chiave come “comunità” , “democrazia” , “libertà” e via dicendo richiedono nuovi significati. L’importante è che non si perda di vista l’obiettivo dei prossimi decenni: la sfida della identità contro il globalismo, identità che per noi occidentali è quella classico giudaico cristiana. Tutti i nomi che vorremo utilizzare per definire chi sta all’interno di questo campo identitario, saranno per me benvenuti.

Nonostante ciò, non mi convince la recente presa di distanza, più o meno esplicita, nei confronti del “sovranismo”, a meno di non credere a quanto servono i giornali globalisti, che esso sarebbe stato ucciso dal Covid. Al contrario, come ritengono invece globalisti intelligenti la pandemia può essere un’occasione per il rilancio del sovranismo. Il politologo statunitense David Ricci, uno dei più autorevoli accademici americani di quella disciplina, scrive nel suo recente A political science Maifesto for the age of populism (Cambridge University press) che viviamo l’epoca del populismo. Nella lingua inglese il termine sovranista non esiste, ma quello di populista può essere suo equivalente. E il numero 1 della rivista “Front populaire” creata dal filosofo Michel Onfray, è andato presto a ruba. Il suo progetto: comporre un fronte politico sovranista in cui esponenti di destra e di sinistra si ritrovino, proprio come nella rivista dove Philippe de Villiers sta accanto a Jean Pierre Chevenement, il consigliere economico di Marine Le Pen Jacques Sapir accanto a intellettuali vicini a Melenchon, e cosi via.

Come sappiamo del resto, il sovranismo è un fenomeno che attraversa la dicotomia destra/sinistra non perché la ritenga superata (che sarebbe un’immane sciocchezza) ma perché pensa che essa vada rimodulata secondo le esigenze del presente e che in ogni caso sia diventata secondaria rispetto alla sfida identità vs. globalismo.

Purtroppo però, all’atto pratico, questo incontro non ha mai offerto nulla di concreto sul piano del rovesciamento dei rapporti politici: al momento della bisogna le forze sovraniste di sinistra hanno risposto al richiamo della foresta e si sono accodate al mainstream globalista. Può essere che, se la crisi economica sarà devastante, questo quadro cambierà, ma per ora l’incontro tra sovranisti di destra e di sinistra ha dato frutto solo in qualche convegno – che comunque è già qualcosa.

Sul piano italiano poi, è difficile intravedere qualche nostro interlocutore dall’altro campo: Stefano Fassina, certo, che però fa parte della maggioranza di questo orrendo esecutivo di cui mi sembra abbia votato e approvato tutto. Quanto al piano intellettuale, la rivista “La Fionda” del filosofo politico Geminello Preterossi affronta temi molto interessanti ma si guarda bene dall’invitare i sovranisti non ammessi al salotto buono della sinistra. In altre parole, lo stupido clivage fascismo /antifascismo continua ad operare, a tutto vantaggio dei globalisti che possono cosi fiorire delle divisioni dei sovranisti.

Per questo alla fine, almeno in Italia, il sovranismo è soprattutto conservatore. E qui veniamo all’altro termine. Come  cerco di mostrare in un saggio accademico su sovranismo e conservatorismo in uscita sulla rivista “L’Ircocervo” diretta da Paolo Becchi, i due concetti sono asimmetrici per storia e tradizione: per questo non ha molto senso raffrontarli come culture politiche con un loro compattezza e organicità. Nel senso in cui lo intendo io, conservatorismo però va ben oltre la tradizione politica di coloro che si definirono e si definiscono conservatori. Conservatore oggi è colui che si batte per l’identità, a cominciare da quella della nazione, contro il globalismo. E a me pare che tutti i sovranisti, anche quelli che si ritengono di sinistra, alla fine stiano dalla parte del conservatorismo (quando per esempio si scagliano contro l’utero in affitto) benché mai si definirebbero tali.

Vi è poi la tradizione conservatrice italiana che, a differenza di altre, non è passatista, anzi è futurista, se pensiamo ai nomi di Papini, di Prezzolini, di Marinetti, di Malaparte, di Evola. Un conservatorismo che io chiamerei modernismo reazionario. Un conservatorismo che è anarchico e selvaggio, e in tal senso può ben essere definito rivoluzionario. Da questa tradizione abbiamo ancora molto da attingere.

Ma attenzione: è un lascito grandioso sul piano teorico e letterario, meno efficace su quello pratico-politico. Qui la parola conservatore non ha mai sfondato: e non solo in Italia. Il termine di fatto è tabù pure in Francia, in Spagna e in Germania: solo nella anglosfera quando ci si definisce “conservatore” l’interlocutore non ti guarda tra il basito e il disgustato. Un problema ovviamente per chi si muove nella politica quotidiana. In tal senso, sul piano della comunicazione, il brand “sovranismo” suona ancora più efficace e chiaro di “conservatore” e ci vorrà un lungo e paziente lavoro di chiarificazione per renderlo spendibile sul mercato politico. Ma quella è la strada da intraprendere.

Marco Gervasoni è professore di Storia contemporanea all’Università del Molise

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Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
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