Sovranisti e conservatori: due culture politiche destinate a crescere insieme

Il dibattito avviatosi con l’intervento di Daniele Scalea sul sito del Centro Studi Machiavelli sulla rivoluzione culturale rappresentata dalla furia iconoclasta che si è sviluppata nelle ultime settimane, si unisce all’interrogativo su quale debba essere il posizionamento dell’area sovranista dopo la pandemia che, tra le sue conseguenze, porterà a uno sconvolgimento del panorama politico italiano e mondiale. In questo contesto è necessario domandarsi quale linea politica dovranno adottate i partiti sovranisti italiani per evitare di perdere i consensi raggiunti nel periodo pre-covid e soprattutto per consolidare il proprio elettorato.

Nel dibattito si inserisce Gianni Alemanno con un intervento intitolato “Diventare troppi conservatori: un pericoloso errore tattico”. Oltre all’attività politica, Alemanno ha curato di recente la pubblicazione di un volume che ha il merito di rendere organico il pensiero sovranista con l’intervento di alcune delle principali voci del mondo sovranista italiano ed è perciò una voce che si è occupata con attenzione dello sviluppo di quest’area politica ed è particolarmente interessante il suo punto di vista sull’argomento.

Scrive Alemanno: “il fronte sovranista in questi ultimi tempi, nell’illusione di conquistare il ‘centro moderato’, sta ripiegando ideologicamente e comunicativamente su posizioni troppo ‘conservatrici’” per poi aggiungere: “sentiamo sempre più prevalere slogan ‘legge e ordine’ e ‘Dio, Patria e Famiglia’, slogan giusti ma che hanno il sapore della conservazione dello ‘status quo’, al contrario delle parole d’ordine tipicamente sovraniste di critica alla globalizzazione e di attacco all’Unione Europea che invece parlano di ‘cambiamento’ se non di ‘rivoluzione’”.

Oggi il sovranismo si trova a un bivio: appoggiare battaglie ascrivibili a una linea più populista oppure avvicinarsi a un posizionamento di stampo conservatore. La prima scelta, specie se si è all’opposizione, nel breve termine può pagare; strizza l’occhio alle pulsioni antisistema, al malumore giustamente diffuso nel popolo, adotta una linea rivoluzionaria basata sull’istinto del cambiamento. Così facendo, si intercetta una parte dell’elettorato che ieri votava per il Movimento Cinque Stelle, oggi per i partiti sovranisti, domani chissà. Nel medio-lungo periodo diventa però una strategia rischiosa poiché basata su un consenso liquido, passeggero, aleatorio che, così come cresce velocemente, altrettanto rapidamente può calare.

Di contro, avvicinarsi al mondo conservatore, rappresenta un’importante possibilità per il sovranismo ma sono necessarie alcune doverose premesse. Anzitutto il sovranismo, essendo un’area politica nata di recente, sconta la mancanza di un retroterra culturale, valoriale e di pensiero che invece il conservatorismo, con la sua secolare tradizione, è in grado di offrire. Quando parliamo di conservatorismo, è fondamentale fare alcuni distinguo, onde evitare di creare sovrapposizioni che rischiano di essere dannose e generare confusione. Il conservatorismo italiano, di matrice latina, è diverso dal conservatorismo anglosassone e in particolare americano. Le differenze sono molteplici, dai temi etici a quelli religiosi, dalla concezione dello Stato alle posizioni in economia, di certo il conservatorismo non appoggia battaglie per il laissez-faire selvaggio.

Il nostro è un conservatorismo che affonda le proprie radici nel mos maiourm romano e ha tanti riferimenti in comune con il tradizionalismo, salvo essere favorevole a un impegno nel dibattito mediatico e politico a differenza dei tradizionalisti fautori dell’apolitia.

Conservatorismo non significa liberalismo né tanto meno liberismo, d’altro canto è una delle principali voci del liberalismo, Friedrich von Hayek, a spiegarlo in un intervento intitolato “Why I’m not a conservative”.

Per semplificare, potremmo dire che il conservatorismo si pone a metà strada tra il liberalismo e il sovranismo prendendo gli aspetti positivi dell’uno e dell’altro. Dal liberalismo condivide il tema delle libertà individuali (ma declinate in comunità) come la necessità di tutelare e garantire la libertà di espressione e di parola, mentre in ambito economico sposa le battaglie per una minore tassazione e meno burocrazia.

Dal sovranismo prende la centralità della nazione, la necessità di tutelare la sovranità nazionale, la salvaguardia del concetto di identità, l’opposizione all’ideologia liberal. Tutti valori, a onor del vero, che è stato il sovranismo a ereditare dal pensiero conservatore e non viceversa, ma tant’è.

Senza dubbio è necessario opporsi al modello di società globalista, al materialismo imperante, al trionfo del razionalismo (non a caso il conservatorismo, che pur riscontriamo già nelle civiltà tradizionali, si diffonde in opposizione alla Rivoluzione francese) ma tacciare di retroguardia le battaglie contro l’iconoclastia e a difesa della nostra identità è sbagliato.

Non si tratta infatti di difendere lo status quo (poiché l’odierno status quo vuole proprio la cancellazione e la riscrittura della storia), quanto invece conservare lo status quo ante raffigurato da questi simboli. D’altro canto, sono gli stessi rivoluzionaria conservatori, da Sombart a Moeller van Den Bruck fino a Niekisch e Spengler, a spiegare come i concetti di rivoluzione e conservazione non sempre sono ossimorici.

Gli avversari sono altri, non i conservatori che rappresentano imprescindibili alleati dei sovranisti e costituiscono per il sovranismo la possibilità di compiere un salto di qualità che solo un pensiero con un glorioso retroterra culturale e metapolitico è in grado di offrire.

Francesco Giubilei è presidente della Fondazione Tatarella e del movimento “Nazione Futura”

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