Sovranita’ linguistica e identita’ nazionale

Lockdown, Default, Recovery Fund, Bail in, cui si aggiungono poi ermetici acronimi come MES, MEF, MIUR, SURE, BCE: oramai il tentativo di ingabbiare il libero pensiero e la sovranità identitaria e culturale, sia sul piano comunitario che personale, è smaccatamente evidente.

Del resto George Orwell nella “Fattoria degli Animali” e ancor più in “1984” ci aveva avvertiti sin dal 1948, anno di pubblicazione del suo capolavoro distopico. Nella precisa descrizione della “neolingua” che domina la comunicazione nel sordido mondo di “1984” e dei suoi effetti perversi sulla libertà di pensiero e di parola, egli quasi profeticamente prefigura lo scenario che stiamo vivendo.

Da ciò sorge la necessità di riflettere sul nesso tra “sovranità linguistica” e formazione di un’indentità nazionale e comunitaria. Già a Dante Alighieri questo problema appariva di primaria e fondamentale importanza; tanto da dedicarci uno dei suoi trattati più noti, il “De Vulgari Eloquentia” scrivendolo, tra l’altro, nella lingua, il latino, che proprio dalla nascente lingua volgare del doveva presto essere soppiantata.

In questo trattato il Sommo Poeta pone il problema di tracciare il profilo e delimitare i confini di una lingua da usare in tutte le contrade d’Italia e che fosse “aulica” e “curiale”, una lingua cioè che fosse quelle parlata e compresa nelle “aule” imperiali (le assemblee di nobili, corporazioni e clero) e presso la “curia”, cioè l’organismo di governo esecutivo e più diretto al servizio dell’Imperatore che comprendeva tanto il suo segretario – antenato del Primo Ministro-  quanto i dignitari di corte e tutto il personale a loro servizio.

Questa lingua per Dante poteva assumere un valore nazionale pur non essendoci ancora uno Stato nazionale perché tanto “l’aula” quanto la “curia” erano organismi dinamici, non fissi, e che spesso si spostavano per i domini dell’Impero più prossimi alla Corte; nel caso di Federico II in quell’Italia del quale egli era anche sovrano e monarca.

Dice l’italianista Francesco Bruni:<< “L’aula” può anche non essere un edificio di pietra, dal momento che l’Imperatore Federico II, tanto ammirato da Dante nel periodo in cui scrive il suo trattato, non risiedeva stabilmente in una città […] “l’aula” esisteva non tanto come struttura architettonica ma in quanto la corte di Federico II era itinerante e l’imperatore si muoveva con il suo seguito non poco variopinto se è vero che, con i giuristi e gli alti dignitari, e con la servitù, ne faceva parte un elefante che suscitava la stupita ammirazione dei suoi sudditi e insomma faceva sensazione in una società assetata di notizie e avvenimenti fuori dall’ordinario.>>

Era proprio questa sorta di mobilità frequente ed intensa in lungo e largo per le penisola che poteva far maturare, nel confronto continuo e diretto tra la lingua volgare di “aula” e “curia” e  i tanti dialetti municipali e locali, una lingua comprensibile a tutti e utilizzabile da parte di tutti.

Vi è però anche un altro piano affrontato da Dante in questo trattato e che attiene alla dimensione della così detta “sovranità culturale” di tipo personale che la lingua deve garantire. Si tratta del legame intimo e diretto che questa lingua deve sforzarsi di costruire con “il lume della ragione” umana e con “il raggio dell’autorità divina”. Dice sempre il Bruni:<< La ragione, dote umana assistita da Dio, permette di valutare e giudicare e discernere, come il giusto e l’ingiusto, così il bello e il brutto delle parole e dello stile degni dell’amore, della vita, della virtù, che sono i tre grandi argomenti proposti da Dante alla poesia.>>  Non a caso uomini preposti al governo, come Pier delle Vigne, o fortemente immersi nelle lotte politiche, come lo stesso Dante, erano anche poeti che componevano nel volgare del da cui avrà nobilmente origine la nostra lingua nazionale.

Il problema non fu affrontato solo da Dante, fu ripreso da Petrarca, dagli autori del Rinascimento e dal Tasso nella “Gerusalemme Liberata”; persino nel Seicento della dominazione spagnola il dibattito sulla lingua assunse un carattere di primaria importanza “politica”, in stretta relazione con il tema dell’unità nazionale. Nella “Spagna Italiana”, come Elìas De Tejada definisce il Regno di Napoli, è molto acceso il dibattito circa la lingua che deve essere parlata in un’Italia eventualmente  unificata dalla corona di Filippo II di Spagna.

Afferma il Tejada:<< Ludovico Paterno e Antonio Minturno, senza contare lo specialista Reginaldo Accetto, sono ancora posseduti dalla speranza che il re di Napoli debba avere il primato in un’Italia unita sotto la propria egemonia giacché possiede Milano, la Sardegna, la Sicilia, i presìdi toscani. L’utilizzazione della lingua fiorentina permette di far proprio, al servizio dell’unità e quale fattore di avvicinamento politico, un valido fattore di rafforzamento dell’alta posizione del Regno.>>

Man mano che questa speranza, o illusione, andava spegnendosi si inizia  a vedere nell’italiano toscano (quello per cui l’antispagnolo Manzoni diceva si dovessero sciacquare i panni nell’Arno) una lingua semplicemente letteraria e dal “bel suono” (Giambattista Marino) o si inizia addirittura a patrocinare la causa dell’adozione di un  “italiano napoletano”. Questa era la posizione sostenuta da Giambattista Basile, il famoso autore de “Li Cunto de li Cunti”, enciclopedica rassegna di favole e fiabe dalla quale trarranno spunto i nordici autori come i Fratelli Grimm e Christian Andersen per le  più note fiabe per bambini.

Un vero e proprio punto di rottura, anche in quest’ambito, è rappresentato proprio dall’affermarsi della questione europea. Fallito il tentativo di una lingua europea unitaria, costruita a tavolino, come l’Esperanto, l’inglese prende il sopravvento e diventa egemone sino schiacciare ogni altro idioma nazionale europeo. Questo processo, portato su scala planetaria, tra l’altro, sta danneggiando e impoverendo la stessa lingua di William Shakespeare, riducendola ad un “catalogo” più o meno ampio di espressioni convenzionali e ripetitive sempre più sclerotizzate ed appiattite da esigenze di comunicazione funzionali al mondo economico-finanziario.

Nei primi anni ’80 del Novecento qualcuno intuì e prospettò questi rischi e queste insidie sicché il Consiglio d’Europa, che allora era formato da parlamentari nazionali, sotto la spinta e la capacità di propulsione politico-culturale di Pino Rauti, deliberò una risoluzione che suggeriva ai vari stati nazionali di far insegnare nelle scuole superiori almeno due lingue estere. Tale misura era concepita con la finalità principale di creare una sorta di “sana competizione” tra le varie lingue europee nazionali tutelandole nella loro identità e dignità, garantendone la sopravvivenza  ed abbattendo in qualche modo la smisurata egemonia dell’idioma della “Perfida Albione”.

In effetti nelle scuole italiane tale risoluzione iniziò ad attuarsi sicché negli istituti tecnici e nel liceo scientifico furono introdotte due lingue straniere mentre nel liceo classico la lingua straniera insegnata per soli due anni passò ad essere spalmata sull’intero quinquennio. Se l’Italia si dimostrò abbastanza ligia e rispettosa della direttiva, non altrettanto fecero altri stati come la Francia, la Germania e l’Inghilterra. Venne meno quella reciprocità e mutualità che sempre più spesso, anche in altri settori, abbiamo visto latitare da quegli anni in poi in Europa con una sempre maggiore erosione di sovranità politica ed economica. Oggi finalmente comincia a sollevarsi qualche autorevole voce, come l’Accademia della Crusca che di recente ha stroncato il Premier Giuseppe Conte che in un suo intervento in Parlamento ha abusato sino all’inverosimile di anglicismi ed espressioni straniere. Il Presidente Onorario dell’Accademia, il linguista Francesco Sabbatini, ha intrapreso una vera e propria battaglia contro questa provincialistica abitudine a rivolgersi all’inglese pur potendo disporre molto spesso di parole e termini italiani anche più efficaci dal punto di vista comunicativo.

Anche la questione linguistica ci dice che la riconquista di sovranità, il contrasto di questa deriva liberticida e proto-totalitaria, la lotta a questa vera e propria “colonizzazione ideologica” è questione ben più complessa e articolata che il semplice “battere i pugni con forza” sul tavolo di un qualche organismo europeo.

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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