Sovranità politica e linguistica in Dante Alighieri

sovranità politica e linguistica

Il 14 settembre 2021 saranno 700 anni dalla morte di Dante Alighieri. Molti intellettuali hanno visto nella figura del poeta esule fiorentino uno dei progenitori e dei propugnatori più antichi della “patria italiana”. Soprattutto i romantici; tanto la poesia, come nel caso di Ugo Foscolo, quanto la critica romantica, non hanno esitato infatti  ad attribuirgli , anche a costo di forzature ed esagerazioni, posizioni “patriottiche” e persino “nazionaliste” prese come erano  dall’esigenza di supportare sul piano culturale ed ideologico il movimento risorgimentale e la necessità dell’unità politica italiana.

Al di là però delle esagerazioni e delle retoriche esegesi del Sommo Poeta, come remoto propugnatore dell’indipendenza e dell’unità d’Italia, Ugo Foscolo ne I Sepolcri arrivò a definirlo addirittura “ghibellin fuggiasco”, è innegabile che una prospettiva di tutela di quella che oggi definiremmo “sovranità italiana” si affacci e si profili già nell’opera e nella vita di Dante Alighieri.

Il suo giovanile impegno politico a Firenze evidenziava un forte e rigoroso spirito di indipendenza ed un inteso amore per la “piccola patria” fiorentina, una tensione sostenuta e notevole per la tutela del bene comune e il pubblico interesse del comune gigliato. Egli e la sua famiglia appartenevano alla fazione dei così detti “guelfi bianchi” che, pur parteggiando e non avversando la Chiesa, mal ne gradivano l’invadenza temporale negli affari politici tanto fiorentini quanto italiani. E da “Priore”, cioè da capo dell’amministrazione del comune in riva d’Arno, cercò in ogni modo di contrastare le interferenze temporali e i potenti condizionamenti economici della Chiesa.

Dice Rocco Montano, uno dei più autorevoli dantisti :<< Dante, per famiglia, fu di parte bianca. Ma noi possiamo presumere che nella lotta politica contro l’invadenza della Chiesa egli portava non gli interessi all’indipendenza economica del comune ma una coscienza religiosa avversa al temporalismo della Chiesa […]Ma la lotta politica non era fatta certamente sulla base di pie aspirazioni religiose. Era una lotta spesso feroce, attizzata da interessi extra-cittadini, legata a contese economiche molto aspre e ad oscuri maneggi. […] Durante il suo priorato alcuni banchieri furono esiliati per trame rivolte a consegnare il comune al Papa.>>

L’Alighieri  scontò questa avversione severa e rigorosa con l’esilio e con l’amaro sapore de “ lo pane altrui”. Alla corte veronese di Gran Cane della Scala si avvicinò al “ghibellinismo” politico, senza mai aderirvi in verità, per timore di dover condividere anche la prospettiva “naturalistica” ed immanentista di quella visione.

Il Canto della Commedia, in cui Dante maggiormente si occupa della “patria italiana”, è il sesto canto del Purgatorio nel quale incontra Sordello, mantovano, concittadino di Virgilio. Nei versi di questo canto si lascia ad espressioni di intensa passione civile e morale con un’analisi della situazione politica italiana lucida e impietosa, affatto limitata dalle esigenze di sintesi e di concentrazione del pensiero proprie allo strumento poetico.

Egli  lamenta la condizione di infimo servaggio cui è sottoposta un’Italia divisa e frantumata, nella quale persino le singole città sono dilaniate e lacerate da guerre fratricide, con i Guelfi che si oppongono ai Ghibellini, i Guelfi Bianchi a quelli Neri, i Montecchi ai Capuleti, i Monaldi ai Filippeschi. Espliciti sono i riferimenti ai confini che circoscrivono sia la penisola, con le sue variegate caratteristiche territoriali, sia le città protette da mura:<< Cerca, misera, intorno da le prode/ le tue marine, e poi ti guarda in seno,/ se alcuna parte in te di pace gode. […] Ché le città d’Italia tutte piene/ son di tiranni e un Marcel diventa/ ogni villan che parteggiando viene.>>

E’ l’assenza di un Capo, di un “Veltro”, di un “Cesare” autorevole e forte, la malattia più grave che affligge l’Italia e che le impedisce di guadagnare unità e pace. Arriva a sperare nel provvidenziale intervento dell’Imperatore sia come autorità in grado di calmierare gli appetiti temporali della Chiesa che di attenuare e spegnere gli istinti fratricidi delle signorìe italiane sparse per le più note e ricche città della penisola. Sappiamo però che la discesa in Italia di Arrigo VII (che Dante incontrò personalmente)  deluse e fece svanire il sogno e l’aspirazione ad una pacificazione dell’Italia.

Un versante sul quale l’Alighieri più efficacemente poté esercitare la sua influenza intellettuale e il suo “carisma” culturale fu quello linguistico. La sua opera segna l’uscita di scena del latino come lingua letteraria e l’ingresso del “volgare” (antenato dell’Italiano) in ambiti culturali ed artistici sino ad allora riservati in maniera quasi esclusiva al latino. Il fatto di voler scrivere quello che egli riteneva dover essere il suo “testamento” spirituale ed intellettuale (la Commedia) in volgare italiano, la dice lunga sulla riforma linguistica che egli voleva realizzare.

Questa riforma è ampiamente annunciata nel saggio De Vulgari Eloquentia. Essa discende dal riconoscimento che oramai il latino è divenuta lingua per “i litterati” mentre egli vuole utilizzare un codice linguistico compreso  “da i litterati e non litterati”. Vi è quindi un’esigenza di “universalità” di comunicazione all’interno del perimetro culturale italiano. Il “volgare” di Dante però non è uno dei tanti dialetti delle varie contrade d’Italia, residuati dal disuso del latino e dal suo “imbastardimento” con i vernacoli locali.

Il volgare scelto da Dante è il così detto “volgare di ” capace di essere inteso in tutte le regioni d’Italia e svincolato sia dalle inclinazioni linguistiche localistiche che dagli innumerevoli “forestierismi” e “francesismi”. Dice l’Accademico dei Lincei Francesco Bruni:<<La genialità di Dante consiste nell’aver forzato la realtà e costruito il tetto comune del volgare di per il pugliese, il lombardo, il toscano, separandoli dal francese e dalle altre lingue.>>

Questa sorta di “sovranità linguistica” è colta con maggiore nitidezza dal maestro di Bruni, l’italianista Rocco Montano, allorché nel suo cospicuo Dante, filosofo e poeta afferma:<< Sopra tutto l’autore (Dante) tiene a dichiarare “lo naturale amore de la propria loquela” come ragione determinante de la propria scelta; un amore che è desiderio di magnificare il volgare, volontà di difenderlo contro coloro che preferiscono i volgari stranieri.>> Del resto lo stesso Sommo Poeta aveva definito “pecore e non uomini […] li malvagi uomini d’Italia che commendano lo volgare altrui e lo loro proprio dispregiano”.

Quale più mirabile lezione di “sovranità linguistica” e di identità culturale italiana poteva esserci data.

 

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Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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