Tamponi, Terapia e Territorio: le tre T per battere il Coronavirus (senza il grande fratello). Una proposta alternativa

In questi giorni è partita la cosiddetta Fase 2, lasciando a molti la bocca amara per le poche differenze con la Fase 1, soprattutto per quel che riguarda i commercianti e i piccoli imprenditori.

E nel mentre impazzano le polemiche su aiuti e provvedimenti governativi, nessuno parla concretamente di una Fase 3, quella del ritorno alla normalità. L’OMS, gli scienziati individuano come unica strada il mantenimento costante del distanziamento sociale, associato possibilmente a meccanismi di controllo (app, microchip, tatuaggi con nanotecnologie) fino alla scoperta del vaccino (e anche oltre).

Uno scenario quantomeno inquietante in termini di difesa della libertà personale, sui quali esistono anche alcune perplessità di una parte del mondo scientifico. Prima tra tutte sull’effettiva efficacia del vaccino, grande speranza sbandierata dai comitati tecnici, fortemente sponsorizzato da Bill Gates, adottato come mantra dal nostro Governo.

Ma alcune domande sorgono spontanee, anche nell’incompletezza dei dati di cui disponiamo, ma semplicemente mettendo a confronto dichiarazioni degli stessi scienziati che ce lo indicano come unica via.

L’ Istituto superiore di sanità (ISS) e l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ci dicono che ad oggi non è possibile sapere se l’immunità derivante dall’infezione da Coronavirus preservi da una recidiva, tant’è vero che ci dicono che i test sierologici  (che indagano per l’appunto il valore delle IGG, ovverosia della memoria immunitaria contro il Covid 19) non “forniscono una patente di immunità”. Ed allora a cosa serve un vaccino, la cui utilità per l’appunto è quella di provocare una risposta immunitaria e di conseguenza una “protezione” contro l’infezione, se ad oggi non si ha la certezza che questo possa avvenire?

Negli anni per altre malattie virali, HIV in primis, non è stato possibile creare un vaccino, ed è risaputo che la famiglia dei Coronavirus ha la tendenza a mutare molto rapidamente, rendendo difficile una memoria immunitaria valida.

Ed è forse proprio per questa consapevolezza che gli stessi “professori” (da cui la politica è diventata acriticamente dipendente) ci avvertono che anche dopo la vaccinazione dobbiamo immaginare il perdurare del distanziamento come modello sociale non temporaneo, ma nel lungo periodo. Magari associato a strumenti di tracciamento, che permettano di individuare rapidamente il contatto con individui positivi.

Uno scenario Orwelliano, con una popolazione mondiale sempre più dipendente, sia per i rapporti interpersonali che per il lavoro, da piattaforme tecnologiche, prevalentemente controllate da “mecenati” privati.

Ma realmente non esiste altra via oltre quella prospettata dagli “scienziati” dell’OMS, per tornare alla normalità?

Senza avere l’arroganza di avere maggiori competenze di illustri professori universitari che affollano gli studi televisivi  (che fino ad ora ne hanno azzeccate ben poche in realtà), e non disponendo ovviamente di tutte le informazioni, ma ragionando con quanto conosciamo, ed utilizzando la mia esperienza di povero medico del territorio, credo che analizzare con attenzione quanto avvenuto in Italia ci permetta di poter immaginare scenari differenti, ipotizzando un futuro, meno rigidamente controllato e quindi più “consono” alla nostra cultura e civiltà

Se da una parte in Lombardia abbiamo assistito ad un massacro, con un numero di contagiati e soprattutto di decessi impressionanti, in Veneto la situazione, dopo una prima Fase ovviamente terribile, ha assunti contorni differenti, con un contenimento dell’infezione che ha permesso di evitare numeri tragici.

E prendendo per assunto che stiamo parlando di due delle regioni con le migliori sanità in Italia, probabilmente in Europa, che si sono trovate ad essere colpite più o meno contemporaneamente, con modelli sociali ed economici simili, credo che alcune domande ce lo dobbiamo porre.

Da una parte la Lombardia ha applicato alla lettera i protocolli che venivano indicati dall’OMS: tamponi solo ai sintomatici, nessun trattamento terapeutico ai pazienti fino alla comparsa di sintomi di estrema gravità, con l’ospedalizzazione individuata come unico intervento, ed ha pagato precedenti scelte strategiche che prevedevano una marginalizzazione della medicina territoriale a favore di un iper-specializzazione di quella ospedaliera (ricordiamo per tutti l’infelice affermazione di Giancarlo Giorgetti, sottosegretario del governo Conte, che disse che nessuno andava più dal medico di famiglia, facendo riferimento proprio alla situazione della sua regione).

Dall’altra parte il Veneto ha da subito individuato una strada differente: tamponi a tappeto, utilizzo massivo dei test sierologici, centralità della medicina territoriale, terapia domiciliare dei pazienti, utilizzo delle mascherine.

I numeri ad oggi sembrano dar ragione al ribelle Zaia, che più rapidamente del suo collega Fontana è riuscito a riportare la situazione sanitaria della sua Regione in condizioni di normalità. Ed anche per questo oggi chiede a gran voce di poter riaprire le attività economiche, forte di un modello che è in grado di gestire l’infezione.

Ed allora perché invece di utilizzare modelli teorici, costruiti nelle Università, che fino ad ora non hanno prodotti grandi risultati, non proviamo a strutturare un percorso utilizzando l’osservazione concreta di quanto avvenuto nei territori?

Il ruolo della politica non è quello di seguire pedissequamente la scienza, ma di ascoltarla ed utilizzare dati e conoscenze per creare sintesi che tengano insieme sicurezza sanitaria, libertà individuale, sviluppo economico e tenuta sociale.

Ed allora perché non provare a mettere a sistema l’esperienza del Veneto, facendone un modello nazionale per la Fase 3?

Potremmo sinteticamente descriverla come la Via delle 3 T: Tamponi, Terapia e Territorio.

Tamponi, che non si capisce il perché sia tanto complesso effettuarli dopo 3 mesi dall’inizio dell’epidemia. Se all’inizio la mancanza dei reagenti e l’esiguo numero di laboratori idonei poteva essere una giustificazione, oggi un governo serio dovrebbe aver reperito scorte sufficienti di quanto necessario, e soprattutto dovrebbe aver messo a regime una produzione nazionale dei componenti. Contemporaneamente le regioni dovrebbero aver provveduto a formare il personale necessario e ad ampliare il numero delle strutture che possono trattare i tamponi, utilizzando se necessario anche quelle private. Perché se è vero, come dicono i professoroni, che il test ci da solo un quadro “momentaneo” (chi è risultato negativo, potrebbe infettarsi nelle ore seguenti), quel che serve non è la patente di immunità, ma individuare ed isolare i positivi, per fermare l’espandersi del contagio. In poche parole, cerchiamo i positivi e non i negativi, per mettere in quarantena i malati e non tutta la popolazione.

Terapia. Dall’inizio della pandemia si è parlato solo di studi per individuare il vaccino, ed ancora oggi tutti gli sforzi di università e istituti di ricerca sono indirizzati verso questo obiettivo, disinteressandosi quasi totalmente della ricerca di una terapia valida. All’inizio del contagio i pazienti deceduti per Covid 19 non venivano studiati dagli anatomi patologi, per cui non si comprendeva di cosa effettivamente fossero morti.

E così nei primi giorni si è parlato unicamente di polmonite interstiziale massiva, dovuta probabilmente ad una risposta immunitaria incontrollata (la cosiddetta tempesta immunitaria). E l’unica terapia sembrava essere l’invio in rianimazione per l’intubazione dei pazienti all’ultimo stadio, con la conseguente saturazione degli ospedali. Al punto che ad un certo punto si è passati ai protocolli di emergenza (la cosiddetta “medicina di guerra”), che prevedono il non intervento nei pazienti più gravi, utilizzando come criterio principale l’età.

Ma marginalmente, a volte quasi clandestinamente, alcuni medici rischiavano le autopsie, e si è pian piano scoperto che il virus, oltre ai polmoni, interessava altri organi e provocava ad esempio trombo embolie diffuse, che spesso erano la principale causa di aggravamento e morte dei pazienti, nei confronti delle quali a nulla serviva intubare il paziente o utilizzare l’ossigeno.

L’esperienza sul campo lentamente individuava farmaci e protocolli che rallentavano il peggiorare delle condizioni dei contagiati, e si è compreso che un intervento rapido frequentemente evitava le conseguenze più gravi dell’infezione, e soprattutto l’ospedalizzazione.

Ma questo lavoro dei medici sul territorio è stato costantemente sottovalutato e guardato con scetticismo dai “professori”, se non direttamente ostacolato. Rimane paradigmatica l’affermazione di uno dei guru della virologia italiana, Roberto Burioni, che tacciò di “fake news” un tweet di un medico lombardo che annunciava gli ottimi risultati nell’utilizzo precoce dell’enoxaparina sodica. Il collega, colpevole di aver utilizzato un canale non ufficiale, fu in una fase iniziale tacciato di essere un buffone, salvo poi scoprire che aveva ragione, ed arrivare all’autorizzazione ufficiale del farmaco da parte dell’A.I.F.A.

Percorso simile ha ostacolato l’utilizzo dell’ idrossiclorochina (antimalarico) e di alcuni antivirali, ancora peggio è andata agli ospedalieri di Mantova che, per aver sperimentato con ottimi risultati l’utilizzo del plasma di pazienti guariti, si sono visti premiati con una visita dei NAS.

La sensazione che si prova è che la scienza ufficiale non voglia arrivare ad una terapia, perché determinata a dimostrare che l’unica soluzione a questa pandemia sia rappresentata dal vaccino. E dal distanziamento sociale.

Territorio. La terza gamba su cui, a nostro parere, si dovrebbe poggiare la Fase 3 di ritorno alla normalità, è un investimento serio sulla medicina territoriale. I tanto vituperati medici di base, spesso considerati solo prescrittori di terapie altrui e dispensatori di certificati di malattia, sono quelli che hanno pagato il prezzo più alto in vite umane, proprio perché sono i primi che sono venuti a contatto con i malati.

Privi di strumenti di protezione, senza protocolli ufficiali, hanno dovuto reggere da soli l’urto di questo virus, facendo tesoro della loro esperienza e conoscenza dei pazienti. Proprio perché questa infezione colpisce contemporaneamente più organi, il loro essere medici generalisti gli ha permesso di poter elaborare in autonomia protocolli terapeutici e strategie di contenimento.

Oggi, finita la fase emergenziale, mettere a sistema la loro conoscenza del territorio, il loro rapporto fiduciario con i pazienti, può divenire l’arma principale per contenere e sconfiggere il contagio

Hanno bisogno però di avere gli strumenti, di poter lavorare senza le mille farraginosità di un’inutile burocrazia sanitaria, di poter avere accesso a processi diagnostici (primo fra tutti i tamponi) e a farmaci con cui trattare i pazienti a domicilio, alleggerendo così gli ospedali.

È evidente che quanto scritto non è ne esaustivo ne risolutorio, ma semplicemente una traccia, una strategia alternativa al mondo del grande fratello (attesa messianica del vaccino e controllo sociale) che oggi qualcuno ci prospetta come unica strada per uscire dal tunnel del Virus.

Un modo per evitare che la sicurezza sanitaria diventi una prigione scientista.

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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