Un tesoro da utilizzare subito: i beni confiscati alle mafie

Lo Stato ha accumulato qualcosa che si può considerare più del classico “tesoretto” che improvvisamente compare ogni volta che si deve effettuare una manovra economica e riequilibrare i conti dello Stato: è quello dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata e di stampo mafioso.

Per comprendere però la rilevanza di questo “tesoro” sarà bene riepilogare un po’ di dati. Il valore complessivo dei beni sequestrati e confiscati alle mafie ammonta a 32 miliardi di euro al 31 dicembre 2019, dei quali 20 miliardi è il valore dei sequestri e delle confische effettuate nel quinquennio 2015-2019. Il loro valore rappresenta l’1.8 % del Prodotto Interno Lordo prima della crisi indotta dalla pandemia. I beni mobili ammontano ad un valore di 4 miliardi 336 mila euro, dei quali 2 miliardi ed 85 milioni di euro sono cash, liquidità. La gestione patrimoniale di questi beni però ha prodotto sinora solo 57 milioni 884 mila euro.

Si tratta di un patrimonio che, gestito ancora così per qualche anno, rischia di svalutarsi fortemente iniziando a rappresentare per lo Stato un costo più che un “tesoro”. Cosa ha impedito una proporzionata e valida valorizzazione di questi beni? Vi è alla base la piaga endemica che oramai affligge lo Stato: la lentezza burocratica e la giungla di leggi e regolamenti che alimenta l’elefantiasi dei procedimenti anziché snellirli. Spesso queste lentezze della burocrazia ministeriale (in questo caso molto “farcita” di magistrati e giudici) si rifugia dietro la ragione del rischio che questi beni potrebbero di nuovo finire nelle mani della criminalità mafiosa, ragione di per sé oggettivamente esistente ma che deve essere superata.

Lo Stato non può rassegnarsi e dimostrarsi impotente per eccesso di prudenza e di zelo. “Il manico del coltello” è nelle sue mani perché in fondo se un bene dovesse rientrare nella disponibilità della mafia o della camorra o della ndrangheta, può essere sempre risequestrato e riconfiscato e ciò rappresenterebbe per questi gruppi criminali un doppio smacco, dal punto di vista del loro pseudo senso dell’orgoglio,  ed un doppio costo in termini finanziari ed economici.

La proposta più seria circa la gestione e l’utilizzazione di questo “tesoro” è venuta dall’Eurispes e dal presidente Gian Maria Fara in un recente convegno: “L’enorme patrimonio accumulato con le confische dei beni della criminalità organizzata e delle mafie deve essere messo a frutto e gestito con criteri manageriali, come si farebbe con un’azienda o un insieme di aziende, facenti capo ad un unico soggetto finanziario. Insomma una vera e propria holding.” Probabilmente il sociologo di Tempio Pausania pensava ad una struttura del tipo dell’Eni di Enrico Mattei che pure si rivelò uno strumento di sviluppo e propulsione economica negli anni ’50-’60.

Vi sarebbe però una differenza non di poco conto tra le due esperienze. L’Eni fu istituita con pochi capitali e dovette trovarseli con la vendita del metano e con le ricorrenti elargizioni dello Stato. Questa holding, se fosse creata, avrebbe, con i numeri prima citati, un capitale enorme. Dice sempre Gian Maria Fara: “Sarebbe in assoluto il soggetto con la più alta concentrazione di capitale in Italia. Si tratterebbe di un ‘Iri’ con il ‘capitale’ più alto del capitale sociale di Eni, Enel, Assicurazioni Generali, Intesa San Paolo, Poste Italiane e Leonardo messi insieme.”

Certo, la valorizzazione di questo immenso patrimonio non sarebbe da subito disponibile per fronteggiare nell’immediato l’emergenza generata dall’epidemia da coronavirus ma potrebbe rappresentare una risorsa strategica per uscire dalla crisi e rilanciare la nostra economia.

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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