Antonio Pennacchi: l’anarco-socialfascista destreggiante.

In quest’inizio di torrido agosto 2021 è venuto a mancare Antonio Pennacchi, romanziere di successo, saggista e arguto polemista sulla storia contemporanea. La figura di Antonio Pennacchi, il suo profilo letterario, la sua vicenda intellettuale, sono profondamente ed intimamente legati a quella porzione di territorio laziale che si chiama “Agro Pontino” e che fa fulcro sulla città di Latina.

È, forse, più conosciuto come romanziere che non come storico e saggista. Nel 2010, con “Canale Mussolini” vinse infatti il premio “Strega”. Ma, come per Manzoni, l’opera letteraria ed il “romanzo storico”, in particolare, si nutrono delle eccelse conoscenze storiche dello scrittore milanese, altrettanto possiamo dire di Pennacchi. Come poteva descrivere così particolareggiatamente e dettagliatamente i luoghi in cui sono ambientati i suoi racconti e in cui nascono, vivono e muoiono i suoi eroi, se non conoscesse le vicende storiche e i tratti geografici più minuti e reconditi di quel territorio?

Per questo riteniamo utile ricordare in questa sede non Pennacchi-romanziere e affabulatore ma lo storico, il saggista che con dovizia di argomenti e ricchezza di documenti, arguzia di ragionamenti e sobria levità della sua ironia, ha ricostruito in quel grande e bellissimo saggio che fu Fascio e Martello. Viaggio per le città del Duce non solo la nobile storia urbanistica dell’Agro Pontino tra le due guerre del Novecento ma la rivoluzione urbanistico-agraria che il fascismo tentò di attuare in tutt’Italia in quel ventennio e che non fu solo “rivoluzione urbanistica”.

Il saggio di Pennacchi non nasce per caso o improvvisamente da un estemporaneo impulso ad addentrarsi in queste vicende. Esso risulta invece da una felice opera di sutura tra gli esiti di maggior rilievo di numerosi suoi precedenti saggi brevi dedicati all’argomento; ben 14 per la precisione, pubblicati sulla rivista Limes tra il 1999 e il 2002.

Fa da sfondo all’opera la sua visione particolare del fascismo che, al netto delle leggi razziali e dell’entrata in guerra affianco alla Germania, gli apparve, almeno in alcune sue consistenti componenti, come “via italiana” al socialismo, forse l’unica praticabile in quelle condizioni.

Nella costruzione dei borghi e delle città rurali, nell’Agro Pontino, così come in Puglia, nel Ferrarese, in Sicilia e Sardegna, nella stessa bonifica delle terre paludose ed abbandonate dai latifondisti, ebbero a scontrarsi due “anime” del fascismo: quella della borghesia agraria e quella contadina che aspirava ad emanciparsi dai contratti di mezzadria e a trasformarsi in un nuovo ceto: quello dei coltivatori diretti, piccoli proprietari di piccoli poderi in cui praticare agricoltura  intensiva  e di qualità. Queste due “anime” erano capeggiate da diverse personalità di riferimento: Arrigo Serpieri e Peppino Caradonna, per la prima, ed Araldo di Crollalanza e Valentino Orsolini Cencelli, per la seconda. Dice Pennacchi al riguardo: ‹‹Cencelli voleva espropriare tutto, questi altri (Serpieri e Caradonna n.d.r.) tiravano il freno a mano. Così il Duce una mattina li ha cacciati tutti e tre, e a Crollalanza ha detto “Vacci piano però, non mi combinare troppi casini”, perché doveva avere pure lui il fiato dei proprietari sopra il collo. Di Crollalnza difatti, all’inizio, c’è andato piano: nell’Agro Romano  ‒ Aprilia e Pomezia ‒ s’è mosso coi piedi di piombo. Ma in Puglia ‒ il piano Curato nel frattempo era stato messo a dormire dal locale fascismo agrario ‒ qualche anno dopo è ripartito con l’accetta››.

Nel Foggiano, infatti, nel 1938, furono espropriati ben 30.000 ettari di terra, costruiti due comuni nuovi e due borgate. Ed era solo il primo lotto.

Nell’opera di edificazione di nuove città e di nuovi comuni rurali sono coinvolte giovani ed emergenti intelligenze dell’architettura italiana, quali Quaroni, Calza Bini, Pancini, Nasi, Piccinato, Petrucci, Pappalardo, Frezzotti, Montuori. Il romanziere e saggista di Latina, di estrazione ideologica comunista ed operaista (menava vanto di aver fatto l’operaio in gioventù) non sopportava l’ipocrita retorica antifascista e così egli ironicamente chiosava il  “cambio di bandiera” che diversi architetti tra quelli citati operarono alla caduta del Regime: ‹‹Erano architetti moderni e fascisti. Però erano “moderni” e poi quando sono diventati antifascisti  ‒ come tutti noi del resto ‒ in forza della modernità e dei grattacieli gli storici dell’architettura hanno detto che erano già antifascisti prima: in nuce››.

Non mancano in questo saggio anche dati e fatti che la storiografia “convenzionale” non ha mai voluto indagare. Per esempio è ritenuto ovvio che in Sicilia il fascismo e Mussolini preferissero non contrastare il latifondo agrario ed allearsi con esso. Pennacchi invece scopre e documenta come gli interventi contro il latifondismo agrario in Sicilia fossero andati avanti sino a poco prima dello sbarco degli “Alleati”; incurante che la guerra oramai era persa, Mussolini, secondo Pennacchi, aveva con determinazione disposto che i lavori di bonifica, gli espropri ai latifondisti, gli appoderamento dei contadini e la costruzione di borghi rurali di pregevole progettazione architettonica continuassero senza sosta. I programmi prevedevano espropri per 500.000 ettari, nel solo 1940, vengono costruite 2507 case coloniche e 8 borghi per espropri complessivi di circa 45.000 ettari con poderi di estensione media di 25 ettari.

In questa opera vi era il disegno di contrastare attraverso una sorta di “riforma agraria” la base sociale della mafia e della criminalità organizzata siciliana, dopo l’intervento “chirurgico” del prefetto Mori. Gli interventi continuarono a guerra in corso e senza sosta: ‹‹Quelli hanno continuato a lavorare con tutta la guerra. E non solo in Sicilia, ma anche in Puglia e in Campania. Per la Guerra d’Abissinia avevano stornato i fondi di Pontinia, per questa no: mentre il nemico alle porte stava già sbarcando in Italia e la guerra è mondiale su tutti i fronti di cielo, di terra e di mare, loro continuano tranquilli a calce e mattoni››. Una scelta sconsiderata, penserà qualcuno. No: una scelta consapevole, maturata da Mussolini perché, secondo Pennacchi, egli temeva che se questa operazione non fosse stata fatta allora, proprio perché la guerra era ormai persa, non si sarebbe fatta mai più.

Quando infatti, nel 1960, fu iniziata la Riforma Agraria nel Mezzogiorno, vennero ad essere utilizzati molti studi e progetti già elaborati e redatti durante il Ventennio. ‹‹Ciò che è interessante, inoltre, è che questo modello progettuale continuerà ad agire ed avere piena vita pure ben oltre la fine del fascismo; è su questo modello difatti che si continueranno a progettare e costruire non solo i borghi della riforma Agraria DC in Italia ‒   vedi su tutti Policoro in provincia di Matera ‒ ma anche larga parte delle città nuove costruite in Spagna dal Franchismo tra il 1944 e il 1969.››

Un solo vulnus nella visione di questa propensione di certo fascismo a colpire il latifondo: essa viene vista come una sorta di “via italiana” alla socializzazione delle terre, il “proletario contadino” che si oppone al borghese latifondista. In realtà si trattò di incentivare la “proprietà diffusa” che rispondeva anche a diversi postulati economici corporativistici del Ventennio proclamanti il “tutti proprietari”. Questa opera (per la quale Pennacchi richiama erroneamente i Kolkotz sovietici) ricorda invece più ciò che il Ministro Stolipyn consigliò di fare allo Zar per evitare la rivoluzione bolscevica, creando un nuovo ceto di piccoli proprietari terrieri, e che lo Zar, malconsigliato da Rasputin, non volle fare.

Ora che Antonio Pennacchi non c’è più, dopo averne tanto e, legittimamente, celebrato l’opera narrativa. è tempo che si provveda a riscoprirne anche la rilevante e significativa ricerca storica.

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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