Fondi europei non utilizzati, un pessimo biglietto da visita per le prospettive del Recovery Fund

Il “Sole 24 Ore” del 12 marzo, in prima pagina denuncia lo scandalo delle risorse europee utilizzate solo al 48%, cioè per poco meno della metà di quelli assegnati. Ovviamente questo dato desta non poche preoccupazioni per chi nutre aspettative messianiche ed “escatologiche” in relazione all’impiego del Recovery Fund.

Cerchiamo di capire quali possano essere le cause (agenti in concomitanza) che non favoriscono un impiego completo ed esaustivo di tali risorse. I primi problemi si riscontrano già a livello progettuale. Infatti la vulgata vuole che noi Italiani non si sappia presentare buoni progetti. In verità gli standard progettuali sono stati elaborati dall’euroburocrazia con un’incidenza ed influenza  rilevante di Germania e Francia che dicono di temere le “furbate” italiane. Talvolta dietro questo paravento si celano anche altri interessi, come quelli legati a studi d’ingegneria e di progettazione oramai “multinazionali” cui subdolamente si è obbligati a rivolgersi.

Vi sono poi, in questa fase, anche problemi legati alla burocrazia italiana. L’affidamento di una progettazione, fino al 1992, avveniva su base fiduciaria. Adesso si è obbligati a bandire delle vere e proprie gare d’appalto con i relativi tempi di processamento e svolgimento, il rischio ricorsi e eventuale  blocco delle gare stesse, infine gli appesantimenti burocratici delle normative sulle gare di appalto che si sono succedute appunto dal 1992 ad oggi. Se già si parte con l’impiegare 5-6 mesi per il solo affidamento di una progettazione, è chiaro che non si arriverà mai in tempo ad impegnare ed utilizzare tutti i fondi disponibili.

Segue a ciò tutta la problematica legata ai lavori e alle forniture pubbliche con un’evidente dilatazione dei tempi da Matusalemme e il sempre incombente rischio che un ricorso ed una sentenza del Tar possano bloccare tutto per anni. Un certo peso rilevante sulla realizzazione dei lavori è quello esercitato da programmazioni che parcellizzano fortemente ed oltremodo la spesa, con tempi quindi moltiplicati per il numero esorbitante di beneficiari. Insomma le Regioni spesso usano queste risorse per consentire ai comuni di fare piccoli investimenti che con i loro magri bilanci non riuscirebbero a fare. Con tutta la comprensione nei confronti dei comuni e di una sempre più asfittica finanza locale, si tratta però di una vera e propria stortura che rende inefficace l’utilizzo, oltre che l’impiego, di questi fondi.

Infine vi è l’aspetto rendicontazione. In un quadro di snellimento burocratico, si dovrebbe rendicontare tutto “on-line”, salvo conservare per 5-10 anni il cartaceo in originale per eventuali controlli. Invece accade che oltre a conservare gli originali e a rendicontare per via telematica si pretenda spesso di trasmettere anche il cartaceo in copia conforme autenticata. In verità tale problematica investe soprattutto i così detti POR, cioè i Programmi operativi regionali, non i PON (Programmi Operativi Nazionali). Le Regioni sostengono che l’Ue, in sede di convenzione disciplinante l’uso dei fondi, imponga loro tutti questi adempimenti.

Strano che però ciò non accada con il Governo centrale che si accontenta che il beneficiario rendiconti puntualmente per via telematica e conservi gli originali in archivio. Chi scrive ne ha avuto esperienze dirette sia come amministratore locale che in qualità di Dirigente della pubblica amministrazione. Esistono al riguardo aneddoti che, se non avessero un tanto di tragico per le comunità, apparirebbero esilaranti.

Se il Governo guidato da Draghi non agisce, e da subito, su questi tre fronti difficilmente il Recovery Fund riuscirà a non deludere tutte le attese e le aspettative che ha suscitato, tanto più che rispetto ai Fondi strutturali, le risorse del Recovery Fund riscontrano maggiori vincoli e più pesanti condizioni.

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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