Forniture gas: siamo alla canna ed i prezzi volano. “Ma proprio non possiamo trattare con la Russia di Putin?”

‹‹L’esclusione del commercio con la Russia ebbe degli effetti deleteri nell’aumento dei prezzi delle materie prime e, per conseguenza diretta, nell’aumento generalizzato dei prezzi, come mostrò un Memorandum dal titolo: Economic Aspects of British Policy concerning Russia, redatto da Edward Frank Wise e sottoposto al Consiglio Economico Supremo alleato.›› Sembra la descrizione della situazione attuale con la graduale e persistente riduzione di forniture di gas dalla Russia di Putin; si tratta invece della rappresentazione piuttosto plastica, scritta dallo studioso Tonino Fabbri, di ciò che accadde all’indomani di Versailles, nel 1920, allorché, stretta dal crescente fabbisogno di energia, l’Italia non trovò sostegno nelle potenze alleate che già, tra l’altro, l’avevano penalizzata sulla riacquisizione delle così dette “terre irredente” e Francesco Saverio Nitti dovette tentare le via di accordi bilaterali con l’URSS di Lenin.

Afferma lo storico Elio D’Auria: ‹‹Ciò significava un vero cambiamento di rotta nella politica estera dell’Italia poiché individuava nell’Unione Sovietica il pilastro principale per imboccare una direzione completamente nuova verso le aspirazioni danubiano-balcaniche e mediterranee del fascismo, sganciandosi dai tradizionali legami politici ed economici con l’Inghilterra e la Francia che a Versailles avevano tradito gli accordi riguardanti i compensi territoriali all’Italia, stipulati al tempo del suo ingresso nella prima guerra mondiale. Inoltre, il trattato di amicizia con i sovietici avrebbe assicurato all’Italia le forniture di petrolio, ferro e carbone necessari al paese di cui eravamo tributari nei confronti degli ex amici della Quadruplice Alleanza››

Gazprom ha tagliato le forniture all’Ue di gas veicolato dal gasdotto Yamal, che attraversa Bielorussia e Polonia per giungere in Germania, dai 27 milioni di metri cubi di venerdì 17  ai 4.7 milioni forniti sabato 18 e domenica 19 dicembre 2021. Il benchmark TTF olandese si è attestato sugli € 160,00 per Mwh. Il prezzo dell’elettricità in Francia è giunto a € 442,88 per Mwh, in Austria a € 434,34, in Belgio € 439, 99, in Polonia che, in virtù dell’attraversamento di Yamal nel suo territorio, aveva il prezzo più basso, esso è risalito del 110% sino a giungere a € 344.56 per Mwh. In Francia la situazione è aggravata dalla chiusura, causa il verificarsi di avarie ad alcuni tubi di sicurezza, di due centrali nucleari: quella di Civaux e quella di Chooz. In Spagna il prezzo del gas all’ingrosso ha registrato in tre giorni consecutivi tre record di rialzo mai riscontrati e ciò ha indotto il governo spagnolo a prevedere un 1,9% in meno nella crescita del PIL.  In Italia il prezzo del gas è salito del 500% rispetto a 12 mesi orsono.

L’Unione Europea sperava agli inizi dell’autunno di superare questa situazione ricorrendo alla istituzione di una “centrale unica europea di acquisti” con lo scopo di raggiungere quantitativi di approvvigionamento tali da costituire un’ottimale massa critica, funzionale ad un contenimento dei prezzi. Questa strategia però si è rivelata inefficace perché le radici del problema non sono di natura “tecnico-economica” bensì di ordine geopolitico ed hanno un nesso nella “guerra fredda tra Usa e Russia, tra Biden e Putin, sulla questione Ucraina. Ha affermato Francesco De Palo, giornalista specializzato della pagina economica del periodico on line “Formiche”: ‹‹Non è più un semplice aumento in bolletta, comunque critico per imprese e famiglie, ma si sta trasformando in una vera e propria galoppata verso l’ignoto, la nuova guerra geopolitica che vede il suo epicentro nelle riserve di gas Ue.››

In questa sorta di nuova “guerra fredda” appena iniziata tra Usa e Russia, l’Unione Europea non riesce ad esprimere una politica estera dotata di una strategia unica, sufficientemente autonoma dagli Usa. L’Italia ha già scontato in agricoltura le pesanti conseguenze delle sanzioni alla Russia. L’agroalimentare italiano che faceva numeri da capogiro nell’export verso la Russia ha pagato letteralmente dazio con una forte riduzione delle importazioni in ragione dell’adesione italiana alle sanzioni antirusse per la solita questione dell’Ucraina. Possiamo permetterci che la stessa cosa avvenga, e per un tempo maggiormente duraturo, sul versante dell’approvvigionamento energetico? Non sarebbe il caso di tentare una via diplomatica bilaterale che forse preluderebbe anche ad una nuova fase di negoziati con l’intera Ue, più o meno come fece Berlusconi agli albori degli anni 2000?

Del resto nella storia italiana ci sono illustri precedenti in tal senso che hanno caratterizzato regimi diversi se non addirittura contrapposti. Negli anni Venti del Novecento, come si è già detto, fu Francesco Saverio Nitti ad iniziare trattative per non dipendere dal carbone inglese o tedesco. Dice sempre Elio D’Auria: ‹‹Certo, i rapporti fra l’Italia e la Russia bolscevica erano preesistenti all’andata al potere del fascismo e risalivano al primo dopoguerra, al tempo del governo liberale presieduto da Francesco Saverio Nitti, faticosamente rivolto alla ricerca di fonti di materie prime per la ricostruzione materiale del paese.››

Il fascismo non abbandonò questa direttrice di politica estera proprio perché fondata su di una necessità storica oggettiva e ineludibile: quella di dotarsi di una politica energetica capace in qualche maniera di liberare l’industria italiana dalla dipendenza dal carbone britannico, belga e tedesco. Sicché l’Agip fascista, sino al 1935 e alla conquista dell’Etiopia, non esitò a stringere con l’Urss bolscevica una serie di trattati ed accordi con lo scopo di approvvigionare l’economia italiana di risorse energetiche a costo più basso rispetto a quello del carbone. A tal fine Mussolini si prodigò per far accogliere la richiesta sovietica di far ingresso nella Società delle Nazioni e, paradossalmente, dopo esserci riuscito, l’URSS non esitò a schierarsi con Inghilterra e Francia nella comminazione delle sanzioni all’Italia per la conquista dell’Etiopia, cosa da cui derivò il raffreddamento delle trattative sul petrolio.

Il primo accordo stipulato, “convenzione del 1922”. prevedeva l’importazione di considerevoli importazioni della benzina russa Victoria in cambio della non adesione dell’Italia al blocco delle importazioni di prodotti petroliferi e di altri prodotti dall’USRR che le potenze occidentali avevano deciso. Nel 1929 l’Agip di Alfredo Giarratana stipulò con la Benit, la compagnia privata italiana che importava prodotti petroliferi sovietici, un accordo in base al quale giungevano in Italia 22 mila tonnellate all’anno di benzina (non spaventi il numero siamo ancora lontani dalla motorizzazione di massa). Giarratana stava stipulando con Petrolea, la compagnia petrolifera sovietica, un accordo per concedere un prestito in cambio dell’esclusiva di approvvigionamento anche rispetto alle compagnie private italiane. Giarratana si recò persino in URSS per consolidare queste trattative. Nell’aprile 1932, con Giarratana oramai esautorato dalla guida dell’Agip, l’accordo fu concluso definitivamente in questi termini: 20 mila tonnellate di benzina all’anno all’Agip in cambio di altre 20 mila tonnellate che l’Agip doveva collocare in Italia per conto della Petrolea. I sovietici spesso violarono l’accordo rifornendo i concorrenti diretti dell’Agip. Tutto sommato però si riuscì ad attuare un’azione calmierante sui prezzi. Afferma Manlio Mangini su questa azione calmieratrice dell’Agip impegnata ad importare prodotti petroliferi dall’URSS ed ostacolata dalla mancata osservanza dell’esclusiva alla compagnia di Stato italiana: ‹‹L’azione calmieratrice dell’Agip poté esplicarsi in misura limitata sfruttando la sua posizione di grossa acquirente, che si rivolgeva a fonti diverse e stringeva accordi con vari produttori, ma specialmente con l’Urss.››

Anche Enrico Mattei, nel secondo dopoguerra, non si comportò diversamente in quella che fu definita la sua “politica estera parallela”. Egli approfittò di due fattori per riprendere a fine anni Cinquanta i contatti e riavviare una nuova stagione di negoziazioni sui prodotti petroliferi con l’USRR. Da una parte nel 1956, con la morte di Stalin, l’ascesa al potere di Kruscev e la sua parziale denunzia dei crimini staliniani sembrava si fosse aperta una nuova fase di “disgelo” e di apertura dell’USRR al mondo occidentale. Dall’altra parte, il secondo governo presieduto da Amintore Fanfani si era pronunciato a favore di una maggiore autonomia all’interno dell’alleanza atlantica. Si era in quella stagione particolare definita del “neoatlantismo”. Una certa distensione nei rapporti commerciali tra i due paesi era stata già avviata dall’ambasciatore italiano in USRR Luca Pietromarchi. L’Eni si era rifornita di petrolio russo durante la crisi di Suez, ma Pietromarchi lavorò per preparare, a partire dal 1958, una serie di incontri inaugurata con la personale visita di Mattei in  USRR a dicembre 1958.

Lo stato delle trattative verteva non tanto sui quantitativi di petrolio da rifornire all’Eni quanto dalle merci ed i prodotti italiani con i quali pagare tali forniture. Si pensava di “barattare” il greggio con la gomma sintetica prodotta dall’Anic, oramai società di proprietà dell’Eni; la cosa era particolarmente conveniente perché la gomma sintetica era prodotta a Ravenna utilizzando l’abbondanza di gas di produzione Eni. Ma una prima fornitura non soddisfò i sovietici che, inesperti e non particolarmente competenti nella lavorazione della gomma sintetica, ebbero parecchie perdite e registrarono difficoltà di trasformazione.  L’accordo definitivo si chiuse nell’ottobre del 1960 e prevedeva in cambio di una cospicua fornitura  di greggio (16 – 17 milioni di tonnellate a $ 1,26 al barile) la costruzione di un intero oleodotto con articoli prodotti dalla Nuova Pignone e 50.000 tonnellate di gomma sintetica.

Daniele Pozzi così valuta questo accordo: ‹‹Nonostante tutte le difficoltà della trattativa dell’‹‹operazione oleodotto››, gli accordi di fornitura di greggio russo a prezzi inferiori ai livelli di mercato misero la compagnia di Stato italiana, per la prima volta dalla fondazione dell’Agip, nella condizione di promuovere una riduzione dei prezzi di vendita dei propri prodotti ‒ recepita dal Governo con un ribasso dei prezzi massimi di listino, tra il 1960 e il 1961 ‒ mettendo in difficoltà i concorrenti e rompendo così lo schema in cui era l’Agip a dover subire le spinte al ribasso avviate dagli operatori integrati.››

Per questo accordo Mattei fu fortemente attaccato dalla stampa americana ed anglo britannica ed anche dalla stampa italiana di influenza americana. Fu gioco facile per Mattei rispondere che l’Eni e l’Italia non erano i soli ad aver negoziato ed acquistato petrolio dall’USRR. Dal 1959 al 1961 quasi tutti i paesi europei, Regno Unito, Francia e Germania compresi, in diverse quantità, si erano rifornite di greggio sovietico ed intrattenevano rapporti commerciali con l’USRR per altre merci ed altri prodotti delle loro economie.

Se la storia è questa, perché non dovremmo tentare di interloquire con la Russia di Putin pensando agli interessi della nostra economia? Lo abbiamo fatto in piena “guerra fredda” e, addirittura, quando Italia e Russia erano rette da regimi antitetici e contrapposti. Certo qualcosa del genere non è pensabile che possa essere fatto da quel Draghi che si è dimostrato del tutto schiacciato su di una politica estera che potremmo definire di “ortoatlantismo”. Non può farlo quel Draghi che ha sottoscritto quel PNRR che non ha saputo prevedere le difficoltà generate dalla dipendenza energetica dal gas russo e che ci condiziona con una sorta di ricatto subdolo e opaco del tipo: ‹‹Se prendi le distanze e non mangi la minestra, ti chiudiamo il rubinetto, ci devi restituire i soldi che ti abbiamo già dato o ti butti dalla finestra››.

Nel frattempo la Russia non ci aspetta e lavora per un accordo con la Cina che nemmeno ai tempi d’oro dei due regimi comunisti si riuscì a concretizzare. Dice ancora Francesco De Palo: ‹‹ La risposta cinese e russa alle accuse contro Gazprom si ritrova nel nuovo progetto “Power of Siberia -2”, un megasdotto che potrebbe attraversare la Mongolia per fornire fino a 50 miliardi di metri cubi di metano in Cina ogni anno. Se realizzato, sarebbe la mossa con cui entrambi i paesi si proteggono dalle crescenti tensioni con l’Occidente. Ne hanno discusso al telefono pochi giorni fa i presidenti Vladimir Putin e Xi Jinping. Del progetto Putin ha parlato con il presidente mongolo Ukhnaagiin Khurelsukh al Cremlino, entrando già nel merito del percorso ottimale, della sua lunghezza e del relativo studio di fattibilità che verrà completato in gennaio.››.

La risposta degli Usa a questa strategia è stata quella di far partire, alla vigilia di Natale, dai porti d’oltre Atlantico, navi che trasportano gas liquido per l’Europa al fine di sopperire almeno in parte agli enormi tagli effettuati da Gazprom. Certo un modesto effetto calmieratore dei prezzi  è stato ottenuto ma si tratta di un intervento del tutto estemporaneo ed emergenziale che non mette in difficoltà l’asse Russia – Cina che si sta costruendo, anzi allontana ancora di più la Russia dall’Europa suonando come una sorta di conferma della volontà americana di non rinunciare a mettere sotto controllo Nato l’Europa intera, dall’Atlantico francese fino alla direttrice Kiev – Varsavia – Riga.

Primi passi lungo un percorso che distanzierebbe la Russia con il rischio di trasformarla da “potenza europea”, quale lo è stata fino alla caduta del comunismo, a “potenza asiatica”? Se si avverasse questa ipotesi si avvierebbe un percorso che riavvolgerebbe ed archivierebbe un millennio di storia della civiltà slava.

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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