Giuseppe Povia, cantautore “sovranitario”

E’ così che Giuseppe Povia ama definirsi quando qualche critico, per demonizzarne l’impegno artistico e canoro, gli appiccica l’etichetta di “sovranista”. Durante il concerto del 1 maggio, il cantante rap Fedez ha lamentato un tentativo di censura della Rai che voleva vietargli di dire quello che pensava su temi scottanti quali il D.D.L. Zan, l’omotransfobia, il femminicidio eccetera, eccetera.

In realtà se c’è un cantante che, almeno dal 2010, è sistematicamente censurato per le proprie idee e per le sue canzoni, questi è Povia. Attenzione! Non sono solo fatti di Povia e delle sue “canzonette” che poi tanto “canzonette” non sono, rappresentando oramai, la musica leggera, un fatto di costume che ha pervaso ed invaso i gangli della nostra “antropologia”, cioè del nostro modo di essere e rapportarci al mondo. Ad essere censurata è una buona parte di opinione pubblica italiana, almeno il 50% stando ai vari sondaggi sulle preferenze politiche degli italiani. Tanti italiani, o quasi,  amerebbero sentire in Tv e alle radio le canzoni di Povia perché magari si sentirebbero rappresentate da quella visione dell’Italia che solo il cantautore milanese osa trasformare in versi e note musicali. Bene questi italiani, in tema di “canzonette” sono ampiamente sottorappresentati.

Non mi venite a dire che è il mercato a fare le preferenze ed i gusti. I meccanismi e le motivazioni per cui certe canzoni e certi brani hanno maggiori passaggi in radio e in Tv sono ben altri rispetto al mito liberista della legge della “domanda e dell’offerta”. Dice Povia: ‹‹ Ma in ogni caso, le radio sono in gran parte aziende multinazionali, trasmettono ciò che vogliono in base agli scambi, quindi la musica italiana passerebbe comunque attraverso la raccomandazione […] Ovviamente ci sono quei pochi brani che vengono trasmessi solo perché sono belli, ma tutto il resto della musica è business, è amicizie, è conoscenze dirette con gli editori.››

Un meccanismo per far saltare questa autentica mercificazione dell’arte canora poteva essere quello di disporre per legge che alla radio e in Tv (almeno quella pubblica pagata con il canone dai contribuenti) ci fosse il passaggio di almeno un brano in italiano ogni tre brani trasmessi; proposta che la Lega strumentalmente riprese da una petizione del 2005, firmata da grandi nomi della musica italiana, sottoscritta dallo stesso Povia e che egli definisce “identitaria” più che “sovranista”.

C’è stato però un tempo che vedeva Povia, in testa alle classifiche di vendita, vincere ben 12 dischi di platino, vincere un Festival di Sanremo (2006) ed arrivarvi secondo ad un’edizione successiva (2009). Era quella l’Italia che aveva detto “no” all’abrogazione della Legge 40 sulla fecondazione artificiale, era l’Italia del primo Family Day, al quale Povia partecipò cantando dal palco il suo primo successo “Quando i bambini fanno oh…”, la stessa Italia che nel 2007 cacciò Prodi dal governo e sconfisse Veltroni nel 2008: un’ Italia che a Sanremo poteva permettersi di accettare una canzone come “Luca era gay” (canzone basata sulla storia vera di un omosessuale che diventa etero e forma una famiglia naturale con una donna) e farla arrivare seconda in classifica.

Cosa c’era di “identitario” o di “sovranitario”, come il cantautore usa dire, in queste canzoni? Vi era una visione antropologica ancora non inquinata dal gender e da ideologie transumaniste. “Quando i bambini fanno oh…” esprime l’incanto, la meraviglia, lo stupore con i quali i bambini, agli esordi della loro esistenza, guardano alla vita e alla realtà. In “Vorrei avere il becco”, attraverso la metafora dei piccioni, egli canta l’amore duraturo ed intenso che ha contraddistinto i propri nonni, anche essi allegorie di un’altra Italia nella quale le relazioni ed i rapporti erano veri, autentici, concreti, non mediati da superfetazioni ideologiche e mode superficiali quanto passeggere. In questo brano si cantava anche della libertà della persona, in grado di far scelte e di assumersene la responsabilità, una sorta di “sovranità” su se medesimi: ‹‹ Vorrei avere il becco/ per accontentarmi delle briciole/concentrato e molto attento/Sì, ma con la testa fra le nuvole/capire i sentimenti/quando nascono e quando muoiono…››

Un punto di svolta è rappresentato dalla pubblicazione nel 2013 del singolo “Siamo italiani”. In questo brano  si esalta la capacità italiana di risollevarsi dopo le sventure e le cadute (quella che oggi viene definita “resilienza”), la capacità di saper incassare fino all’inverosimile per poi riprendersi con uno spirito che oggi definiremmo “positivo”: ‹‹ Siamo italiani ed è ora ed è ora di/ cambiare questa storia/Ci meritiamo di vivere in un mondo che/abbiamo inventato noi/perché siamo positivi nonostante/ tutto siamo positivi eh…sì siamo/italiani puoi dirci quello che vuoi/ ma non molliamo mai ma non /molliamo mai ma non molliamo mai,/ sì.››

Da questa canzone, nel 2016, sortirà l’idea di un album cui verrà dato il titolo di “Nuovo Contrordine mondiale” e se “Siamo italiani” gli era valso l’accusa di aver scritto una canzone “nazionalista”, la pubblicazione di quest’album gli varrà l’etichetta di “complottista”. Il risultato comunque sarà quello di emarginarlo, impedirgli apparizioni in TV e passaggi alle radio, una sorta di demonizzazione dalla quale riuscirà ad uscire fuori “autoproducendosi”, quindi applicando nel concreto una pratica “sovranitaria” ed “autarchica” e partecipando a concerti definiti “di nicchia”, ma affollati ed applauditi come mai.

Nel 2019, con la nuova Rai di Foa e del governo “gialloverde” gli consentono alcuni passaggi televisivi a “Domenica In…” di Mara Venier, nella quale presenta un brano, “Cameriere” in cui si cerca di riprendere la vena dei testi pre-2009 e alla trasmissione su Rai 1 “Vieni da me” con Caterina Balivo. Nel corso di quest’ultima  trasmissione (si era già in piena pandemia, a maggio 2020), parlando della necessità di mantenere igiene e pulizia, Povia si lascia scappare una frase che non appare politicamente corretta:‹‹ Io sono fissato per le pulizie, sono un gay mancato››.

La frase produce un putiferio mediatico che porta all’esclusione di Povia da ogni altra apparizione televisiva (altro che censura a Fedez il quale, prima del 1 maggio 2021, aveva detto cose ben più offensive sui gay e sulle donne) e porta anche all’esclusione di Caterina Balivo dalla conduzione della trasmissione per la successiva annualità nonostante si fosse dissociata (e mostrata fortemente adirata) dall’espressione di Povia.

Il 25 aprile del 2020, in pieno lockdown, Povia decide provocatoriamente di rispondere all’appello lanciato dall’Associazione Nazionale Partigiani cantando “Bella ciao”; lo fa però scrivendo una sorta di parodia dell’inno antifascista già emblematicamente tramutandone il titolo in “Italia ciao!”. In questo brano, che suscitò polemiche e discussioni vastissime sui social, il cantautore milanese sostiene che l’Italia non si trova in una condizione di libertà ma è schiava dell’Unione Europea e dei suoi scherani politici ed intellettuali:‹‹ Non si può fare, non si può dire/perché l’Europa dice nein./ E si ha paura, e non si investe nel made in/ made in, made in Italy/E compri fuori roba scadente perché ti costa la metà […] Italia ciao, Italia ciao, Italia ciao… ciao… ciao.››

E’ proprio in questo periodo di “chiusura” e di deleterio fermo per le attività canore, musicali e teatrali che egli pensa a scrivere e musicare un nuovo album sulla scia di “Nuovo Contrordine Mondiale”, lo titolerà “Imperfetto” perché in quella situazione “imperfette” erano le condizioni strumentali per incidere ma, soprattutto, perché in quella situazione a suo avviso maggiormente si avvertiva un senso di imperfezione e di limitatezza che è anche il dato portante della nostra umanità rispetto all’algida perfezione del mondo in digitale e virtuale.

Nel merito egli afferma: ‹‹Sarà tecnicamente imperfetto e forse sarà anche questa la sua particolarità. Non perderò di certo tempo a cancellare respiri, cancellare errori che invece a volte ci stanno bene o a fare sfumature per renderlo perfetto. Questa era digitale ci vuole tutti perfetti, lucenti, belli, ritoccati, nitidi, luminosi, esposti…Noi però non potremo mai essere perfetti.››

Mettete a paragone queste affermazioni con l’esaltazione quasi maniacale della perfezione tecnica nella musica e nelle canzoni dei Pink Floyd, indice assieme ad altri indizi di una radice gnostica e “pre-transumanistica” della loro produzione, e meglio risalterà la dimensione identitaria, “sovranista” e conservatrice di questo cantautore coraggioso e fieramente avverso al “politicamente corretto”.

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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