Il Piano nazionale di ripresa e resilienza e il bluff sulla scuola.

Oggi il Dipartimento Istruzione di Fratelli d’Italia terrà gli “stati generali” della scuola per una valutazione su quanto prevede il PNRR sull’istruzione, l’università e la ricerca e su altri temi all’ordine del giorno riguardanti il tema “scuola”.
Non è esagerato dire che quanto previsto nel Piano di ripresa e resilienza, in ordine all’istruzione, alla formazione e alla ricerca, rappresenta un vero e proprio bluff che nulla risolverà in merito ai problemi principali del settore, consentendo semplicemente a questo segmento prioritario della vita nazionale di continuare a sopravvivere e a navigare in piccolo cabotaggio.
Innanzitutto la posta finanziaria di 19.44 mld in cinque anni, cioè meno di 4 miliardi all’anno, per un percorso formativo che va dagli asili – nido fino all’università e alla ricerca specializzata, risulta, se non irrisoria, completamente inadeguata rispetto ai reali e concreti problemi sul tappeto e all’incidenza che un più sostanzioso investimento potrebbe avere per le future generazioni e per il futuro stesso della Nazione.
Non vogliamo qui fare una disamina analitica e dettagliata sui vari paragrafi del Piano, ma non si può fare a meno di sottolineare alcuni aspetti che, a nostro avviso, risultano dirimenti e decisivi per il futuro della scuola e dell’università italiana, soprattutto alla luce dei problemi generati dalla pandemìa.
Per esempio per l’intervento straordinario finalizzato alla riduzione del divario territoriale nella scuola secondaria di secondo grado, soprattutto tra Nord e Sud, è previsto un investimento di 1,5 mld. (pag. 237 del PNRR). Ma immaginate come verranno spesi questi soldi? Esso interesserà 1 milione di studenti. L’intervento avverrà preponderantemente on line (ancora con la DaD); interesserà una fascia di studenti (120.000) tra i 12-18 anni con n. 17 ore di recupero e n. 3 ore di mentoring (tutoraggio) individuale. Poi interesserà n. 350.000 giovani dai 18 ai 24 anni con 10 ore di mentoring o di consulenza individuale.

Questo investimento, che è significativo, verrà bruciato più per pagare piattaforme, dispositivi, algoritmi e quant’altro che non per reclutare docenti con cui fare in presenza queste attività aumentando anche le ore spettanti a ciascun studente. Il recupero e l’eliminazione del divario territoriale sui saperi è l’operazione pedagogicamente e didatticamente più delicata e complessa, figurarsi se si può pretendere di risolverla con la didattica a distanza.

Si parla di riformare gli Istituti Tecnici e professionali con un investimento di 1.5 mld. La riforma mirerà ad adeguare i percorsi formativi all’industria 4.0. Come? Con quale organizzazione del curriculo? Non viene detto. Si impiegano 7 povere righe su un obiettivo appena accennato e non sviluppato, banalmente e sprovvedutamente generico. Si nutre il timore che la non indifferente risorsa di 1.5 mld sia usata più per cose che servono a gruppi di pressione e lobbies economiche che non alla riforma vera e propria di questo tratto importante della formazione e dell’ istruzione. Un investimento così sostanzioso meritava certamente una scheda più analitica e meglio dettagliata.

Viene posto come ulteriore obiettivo quello del miglioramento dei processi di reclutamento e di formazione degli insegnanti: Riforma 2.1, investimento € 0,00. (Pag. 241 PNRR)
Si tratta di solo 9 righe, molto generiche e vaghe. Verranno “ridisegnate le procedure concorsuali”. Come? Non viene detto. Si dice che per l’anno di formazione obbligatorio sarà rafforzato con “modalità innovative” “integrando formazione disciplinare e laboratoriale con esperienza professionale nelle istituzioni scolastiche”. In cosa differisce dal sistema attuale? Non è detto.
Si dice che verrà rivisto il sistema di reclutamento per assicurare un regolare ricambio dei posti vacanti, e la riforma presenta l’obiettivo strategico “di comportare un significativo miglioramento della qualità del sistema educativo(…) con l’innalzamento delle professionalità del personale scolastico” avviando questo processo nel 2021.

Già il fatto che si vogliano fare queste cose a costo zero, la dice lunga sull’implementazione della qualità. Prendiamo poi il concorso ordinario già programmato ed avviato. Esso prevede una prova scritta con domande a risposta multipla e la prova orale. Che qualità e merito si vogliono assicurare con questo sistema?

Negli anni ’80, quando il Ministro Falcucci riavviò i concorsi ordinari, c’era una complessa e difficile prova scritta (scelta tra l’ampia trattazione di un tema assegnato e la simulazione di una lezione su un dato argomento). Chi superava queste “forche caudine” svolgeva la prova orale. Anche le commissioni di concorso, a causa di quell’autentica elemosina che si riconosce loro in termini di indennità, non saranno formate da docenti universitari o dai più validi docenti in attività; chi si assumerà impegni di responsabilità e lavoro a remunerazione bassa e squalificante? Insomma si vuol fare un lussuoso pranzo nuziale con i fichi secchi.

Si diceva delle conseguenza della pandemia sulle giovani generazioni. I dati dicono che il 34,7% dei giovani tra i 18 e 25 anni avverte sintomi depressivi e il 40,2% della popolazione giovanile avverte disagi psicologici. I ragazzi dichiarano di svolgere meno attività fisica, se non di aver del tutto cessato di praticarla, di dormire di meno, di soffrire di difficoltà a prender sonno e di aver smesso di osservare normali regole alimentari.

Un’attenta presa di coscienza di questo fenomeno avrebbe dovuto indurre a prospettare risorse cospicue su attività tendenti a fronteggiare questo disagio e questa sindrome derivante da lunghi mesi di lockdown e frantumazione dei normali ritmi di vita comunitaria e relazionale che la pandemia ha causato. Tali attività sarebbero da svolgere negli spazi di vita della scuola. Pensiamo per esempio alle attività sportive. Andava ripreso con forza, determinazione e larga diffusione il discorso dei “Giochi della Gioventù” che agli inizi degli anni ’70 mobilitò per un triennio milioni di giovani in attività sportive e ginniche delle più sparute tipologie, con riflessi positivi anche sui risultati dello Sport italiano nel decennio successivo.

Invece cosa si prevede? La costruzione di 400 palestre nuove per le scuole primarie (quelle che una volta si chiamavano elementari) in cinque anni, cioè meno di 80 palestre all’anno, appena il 4.7% rispetto agli 8.000 edifici di scuola primaria in Italia. L’investimento sarà appena di 300 milioni di euro. (pag. 233 del PNRR) E per le attività? Per i docenti e i preparatori che dovranno svolgere queste attività? Non si dice, e quindi non si prevede, nulla.

La cosa che però maggiormente preoccupa, anche perché lo si è scritto tra le righe, quasi a volerlo nascondere, è il proposito di allargare la “sperimentazione” dei licei di durata quadriennale da 100 a 1.000 scuole. Si vuole in pratica arrivare quanto prima, accelerandone le procedure, a regime con la soppressione dei licei quinquennali. Ma come, l’estensione dei saperi a tutti i livelli si è ampliata ed allargata rispetto ai programmi della riforma Gentile (1923) e noi riduciamo gli anni in cui affrontare, trattare ed apprendere questi saperi?

Nel ridurre gli anni, infatti, quali materie saranno sacrificate se non la storia antica, la geografia, la filosofia, il latino e la storia dell’arte? Inoltre questa riduzione degli anni, a regime, comporterà anche la riduzione degli organici e del personale. La solita politica dei tagli e della mannaia che si abbatte sulla scuola con l’alibi dell’innovazione e della sperimentazione.

Se raggiungeranno questo obiettivo verrà letteralmente cancellata e mortificata la cultura umanistica italiana e per riflesso si intaccherà la nostra identità nazionale inaridendone le radici. Del resto non siamo già in piena epoca di “cancel culture”?

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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