Il Problema della Sovranità Energetica (Terza ed ultima parte)

Dopo il 27 ottobre del 1962, cioè dopo la morte di Mattei, l’Eni rimase “decapitata”, priva di quello che era da molti ritenuto il “padre – padrone” della più importante aggregazione industriale italiana e forse d’Europa. Si pose il problema della successione, non preparata dallo stesso Mattei, e della situazione finanziaria dell’Eni. Secondo Giorgio Galli ‹‹ egli, si è detto più volte, identificava l’Eni e la sua strategia nazionale con se stesso. L’Eni era un’azienda dotata di un altissimo spirito di corpo e di bandiera. Mattei sapeva infondere fiducia, dava ad ognuno il senso di impegnarsi per un fine collettivo. Ma era anche il solo che potesse fare questo. Non vi era un gruppo di stretti e fidati collaboratori, una “vecchia guardia” che potesse proseguire l’indirizzo del “capo” una volta che questi fosse caduto prima di portare a termine l’impresa.››

In verità, alla morte di Mattei, l’Eni venne affidata ai suoi collaboratori più “vecchi”. Marcello Colitti, il mentore ideologico – culturale del matelicese, divenne presidente dell’ente ed Eugenio Cefis, che ne fu ai vertici dal 1955 e fino a pochi mesi prima di Bascapé, divenne vicepresidente con compiti più operativi ed esecutivi. Essi erano inoltre collaborati da altri validi dirigenti “allevati” in qualcuna delle aziende dell’Eni da almeno un decennio, ad esempio: Raffaele Girotti, Attilio Jacoboni, Egidio Egidi, fior di tecnici ed esperti manager.

Ciò che era mutato però era il peso specifico che la leadership di Mattei esercitava sia verso la classe politica italiana che verso il mondo internazionale degli idrocarburi. Sicché l’Eni fu sottoposta ad un controllo più stretto da parte della D.C., quella di Fanfani soprattutto. Tale controllo, tra l’altro, consentiva alla D.C. di mediare meglio con le “sette sorelle”, di cedere alcune delle postazioni conquistate faticosamente e temerariamente da Mattei e ricavarne, in compenso,  sostegno politico e finanziario. Lo stesso Cefis e il rappresentante di Esso – Italia, Vincenzo Cazzaniga, fecero da “teste di ponte” in tale direzione.

‹‹ Vincenzo Cazzaniga, uomo di fiducia della ESSO in Italia ed ottimo amico di Cefis, diventa dopo la morte di Mattei l’intermediario più idoneo di una politica che assicura alla D.C. la protezione e le tangenti delle grandi compagnie. […] La spregiudicatezza che occorre per attuare una operazione di questo genere consiste soprattutto nel trascurare l’interesse nazionale della collettività italiana, al quale Mattei pensava sia pure nella forma egocentrica e limitata di cui si è più volte detto.››

Ma in cosa consistette questa politica “spregiudicata” cui fa cenno Giorgio Galli? Presentare le esposizioni finanziarie dell’Eni, alla morte di Mattei, per i nuovi investimenti (tra cui l’oleodotto che doveva collegare Genova ad Ingolstadt in Germania), come irrimediabili e metter mano ad una “grande potatura” di quelli che erano considerati dei  “rami secchi” per fare dell’Eni un ente che non badava più a produrre petrolio ed idrocarburi ma si proponeva in maniera preponderante la loro commercializzazione acquistandoli dalle grandi compagnie del cartello, senza dismettere invece le attività nell’industria chimica, anzi caricandosi di quelle aziende private, come la Montedison, che erano fallite, con i relativi oneri dei dipendenti da non licenziare.

‹‹ Il principale di questi è il cambiamento della prospettiva energetica: da ricercatore – produttore l’Eni – sostengono Giulio Sapelli e Francesca Carnevali –  diventa,  gradualmente, compratore-distributore di greggio altrui. Viene anche rallentato lo sviluppo della capacità di raffinazione, tanto che l’Ente occupa un ruolo davvero marginale in questo settore››. Quale migliore favore si poteva immaginare per gli avversari di sempre della politica energetica “sovranista” di Enrico Mattei?

Il 1973 fu un anno decisivo perché fu l’anno della crisi petrolifera e dell’austerity. Chi ha vissuto in quegli anni ricorderà la prima sperimentazione a livello nazionale del traffico a targhe alterne per risparmiare consumi; la carenza di kerosene e gasolio per il riscaldamento domestico con file lunghissime davanti ai distributori. Mattei aveva compreso che  il sistema del fifty/fifty, cioè della ripartizione netta al 50% dei profitti petroliferi, non poteva durare a lungo e che bisognava coinvolgere in maniera più partecipativa i paesi produttori. Il suo allarme cadde nel vuoto, sicché questi paesi nel 1960 si organizzarono nell’Opec e presto riuscirono ad accrescere il loro potere contrattuale dettando le regole sulla fissazione dei prezzi del greggio. L’oligopolio delle “sette sorelle” era in crisi.

Dice Daniele Pozzi:« La posizione egemonica delle compagnie multinazionali appariva quindi minata da una serie di elementi economici e politici che iniziarono a crescere e a rafforzarsi reciprocamente nella seconda metà degli anni cinquanta, per portare, alla fine all’implosione del sistema con la crisi del 1973.» L’Italia subì maggiormente gli effetti negativi della crisi poiché, oramai, a 10 anni dalla morte di Mattei e dall’inizio della “cura dimagrante” che la nuova classe dirigente aveva imposto all’Eni, il tasso di “sovranità energetica” era sensibilmente calato e l’Italia si trovava a dipendere ancora di più dal greggio acquistato presso le grandi compagnie. « L’Eni divenne così un alleato subalterno del cartello e, negli anni ’70, quando il prezzo del greggio cominciò ad aumentare, avrebbe pagato le conseguenze della rinuncia a produrre in proprio» (Giulio Sapelli).

L’Eni si trovò scoperto anche dal lato della produzione di energia nucleare perché, dopo aver avviato la prima centrale di Latina, queste attività furono affidate all’Enel, l’ente che aveva nazionalizzato la produzione di energia elettrica e la cui nascita aveva segnato, tra l’altro, una sconfitta per Mattei che aveva prospettato l’idea di costituire l’Ene (Ente nazionale energia) che si sarebbe occupato di tutto il tema energetico inglobando la stessa Eni, anzi segnandone un ampliamento considerevole.

Secondo Sapelli (economista e manager di scuola Eni) il blocco dello sviluppo dell’energia nucleare, col passaggio ad Enel di queste competenze, ebbe un peso non indifferente sull’aumento del  prezzo del petrolio che si verificò agli inizi degli anni ’70. Ed egli riteneva, insieme a Felice Ippolito, padre del “nucleare italiano,  che fosse “plausibile pensare che i petrolieri” « abbiano esercitato un’azione sui dirigenti dell’ente elettrico di Stato al fine di orientare i progetti di questo verso la costruzione di centrali termiche azionate ad olio combustibile e non verso altre forme di produzione››.

La crisi e l’aumento dei prezzi ebbero però anche l’effetto positivo di indurre l’Eni a riprogrammare le proprie attività dando maggior spazio alla ricerca mineraria e alla produzione in proprio secondo due linee strategiche: la così detta “opzione metanifera” che, grazie ai buoni rapporti costruiti con l’Algeria e l’ URSS da Mattei, portò ad ottimi contratti di fornitura dal paese nord-mediterraneo e dagli Urali, e la ricerca di giacimenti al largo (off-shore) nell’Adriatico e all’estero (nord – Nigeria in primis).Si trattava della tradizionale strategia dell’Eni matteiana.

Nel 1987 il referendum popolare e la sconfitta del “partito del nucleare” misero fine ad ogni prospettiva in tal senso ed anche al contributo residuale  che vi dava l’Eni con la ricerca mineraria di combustibile nucleare. Tra l’altro il risultato fu così eclatante, anche per l’influenza che vi ebbe il disastro di Chernobyl (1986), che anche gli studi e le ricerche sul nucleare pulito “a fusione” subirono un arresto deleterio ed improvvido. Tali ricerche sono state riprese dall’Eni  molto di recente (2008) con un progetto di ricerca in collaborazione con il Massachussettes Institute of Technology i cui primi risultati sono 300 pubblicazioni . 70 progetti attivati e 30 brevetti.

Nei primi anni ’90 è “scoppiata” la questione del petrolio lucano. Già dai tardi anni ’30 si sapeva che nell’alta Val d’Agri, in Basilicata, vi erano giacimenti di greggio. Una serie di ricerche fatte dall’Agip tra anni ’40 ed anni ’60 aveva fatto comprendere che il petrolio si trovava ad alte profondità (4.500 metri) con un terreno prevalentemente roccioso, esigente tecnologie capaci di scendere a costi contenuti a quelle profondità e, probabilmente, anche dal forte impatto ambientale. Per tutti quegli anni l’Eni, anche sotto l’impulso di Mattei che voleva evitare l’arrivo delle grandi compagnie del cartello oligopolisitico, aveva conservato la concessione su quasi tutta l’area pur rinunciando a perforare pozzi.

Paradossalmente furono compagnie straniere a trovare giacimenti altamente produttivi a pochi chilometri da Tramutola. In agro di Viggiano, nelle località “Monte Alpi”, “Cerro Falcone”, “Monte Enoc”, “Caldarosa” fu la società Petrex in joint venture con Enterprise a confermare l’esistenza di consistenti giacimenti nell’area della valle dell’Agri. Ma ciò poté avvenire anche grazie ad una ricostruzione del profilo geologico e stratigrafico del comprensorio più puntuale e più precisa. Successivamente la “Total” (multinazionale originata in Francia) scopre ed ottiene la concessione per un altro imponente giacimento (Tempa Rossa) a nord di Viggiano. Risultato: il petrolio lucano rappresenta l’80% della produzione nazionale di idrocarburi, il 7% del fabbisogno energetico nazionale con una produzione di 20, 6 milioni di tonnellate di greggio (Dati Nomisma) e con un impatto ambientale di non lieve entità. Parafrasando un celebre conduttore televisivo di quegli stessi anni, “la domanda sorge spontanea”: avrebbe permesso Enrico Mattei una così pesante incidenza straniera in questo importante teatro energetico?

Questo è potuto avvenire principalmente per la trasformazione, nel 1992, dell’Eni da ente pubblico in azienda privata a capitale pubblico e quotata in borsa, con un assetto di governo che spostava i poteri decisionali ed esecutivi dal presidente e dal suo vice sull’amministratore delegato (a.d.). Siamo al governo Amato e nel pieno della scellerata politica delle “privatizzazioni”. Sostiene Giuseppe Accorinti, per oltre undici anni a.d. Eni, durante la presidenza Mattei:‹‹ Un primo fatto, per noi traumatizzante, della società privatizzata, fu un cambio di governance deciso dal Governo, che comportava un trasferimento violento di poteri dal Presidente verso l’Amministratore Delegato […] resto dell’opinione che in società come quelle del circuito del petrolio e del gas, le quali gestiscono affari di grande contenuto economico e investimenti proiettati nel medio e lungo periodo, una certa dose di contrappesi andava e va conservata.››

Questi sono gli anni in cui parte la speculazione dell’eolico e del fotovoltaico con incentivazioni fornite a molte compagnie straniere e multinazionali a spese del contribuente, con un aggravio sulla bolletta dei consumi domestici.

La meta matteiana di acquisire “sovranità energetica” per assicurare alla Nazione energia a costi sostenibili ed affrancarsi dal ricatto delle grandi compagnie, sembra del tutto smarrita. Certo l’Eni è divenuta forse l’”ottava sorella” per dimensioni, volumi di affari, tecnostruttura, know how, ma la notevole autonomia che ha guadagnato dalla politica l’ha distanziata anche dalla “missione originaria” affidata nel 1953 all’Ente.

Ciononostante questa “impresa dell’energia” ha conservato alcuni tratti distintivi originari che le consentono di competere nel marcato internazionale dell’energia, di subire dai concorrenti anche alcuni sleali colpi bassi, come di recente è avvenuto con il caso della presunta tangente che l’attuale a. d. Claudio Descalzi avrebbe versato a politici nigeriani per  assicurarsi delle forniture. L’Eni oggi, del “principale”, ha conservato un’intuizione, decisiva e fortemente incidente sull’ambizione a far crescere la quota di “sovranità energetica” italiana: la diversificazione delle attività e delle fonti di produzione dell’energia. Delle resuscitate attività di ricerca sul “nucleare a fusione” abbiamo già in parte detto, anche se va aggiunto che Eni ed Enea hanno stipulato a gennaio 2020 un accordo per mettere insieme le rispettive competenze e conoscenze per costituire a Frascati un “grande polo scientifico-tecnologico sulla fusione nucleare, ripartendo dal modello “Tomakak” avviato dall’Enea agli inizi degli anni’80.

La nuova Eni ha programmato di arrivare entro il 2050 alla “de carbonizzazione” di tutti i suoi prodotti e processi tramite una pluralità di azioni diversificate ed integrate consistenti nella “bio – raffinazione”, nel così detto “retail”, in un’implementazione delle “rinnovabili” entrando in un progetto sull’eolico “off-shore” con il Regno Unito, con la “carbon capture and storage”, cioè la separazione di CO2 dai combustibili utilizzati e la loro conservazione per sottrarla all’atmosfera ed evitare le emissioni. Entro il 2023, un elettrolizzatore di circa 10MW, coprogettato con Enel, inizierà a produrre idrogeno verde da utilizzare nel settore dei trasporti.

In questo settore Eni è impegnata anche in un progetto con alcune aziende italiane (Snam, Edison, Fincantieri, Tenaris) e tedesche (Arcelormittal, Vattenfall, Thyssen Group) per la realizzazione di 12 progetti che mirano alla produzione di veicoli ad idrogeno. Marco Alverà, già dirigente Eni ed Enel, attuale a.d. di Snam ha di recente pubblicato un saggio dall’emblematico titolo: ‹‹ Rivoluzione idrogeno, la piccola molecola che può salvare il mondo››. Questa tecnologia vede Germania e Giappone in uno stadio molto avanzato, bene quindi che si cerchi di recuperare il tempo perduto anche con un’opportuna integrazione fra i vari altri soggetti industriali italiani.

Ovviamente Eni non ha dismesso le tradizionali attività di ricerca e produzione di idrocarburi con importantissime presenze in Nigeria e in Egitto, a nord della foce del Nilo, nei pressi di quel punto d’indagine che era stato oggetto di un accordo tra Mattei e Nasser  del novembre 1961. Questa complementarietà tra passato, presente e futuro, tra tradizione, modernizzazione ed innovazione futuristica dell’Eni è ben chiosata da Giuseppe Accorinti con queste espressioni:‹‹ Per me è sempre stata fondamentale l’esistenza di un rapporto forte tra il passato di un’impresa e il suo futuro attraverso una consapevole gestione del presente. La mia esperienza mi dice che anche relativamente ai fatti dell’impresa, le nuove generazioni hanno bisogno di radici e tanto più all’Eni, dove le radici sono così profonde.››  Se questo è valido per un’impresa economica, figurarsi quando si tratta di Nazioni e di Stati!

Pubblicità

Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo. Per maggiori info, leggi la nostra Cookie Policy e la nostra Privacy Policy.

Chiudi